Secondo il Regio Decreto, è possibile attivare un rapporto di lavoro intermittente solo nelle città con meno di centomila abitanti?

Secondo il Regio Decreto, è possibile attivare un rapporto di lavoro intermittente solo nelle città con meno di centomila abitanti?
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Vorrei attivare un rapporto di lavoro intermittente con una parrucchiera. Ho visto che al punto 22 del Regio Decreto ciò è possibile solo nelle città con meno di centomila abitanti. È così oppure l’attivazione è comunque possibile?

Il Ministero del Lavoro, con la circolare 4/2005, ha evidenziato come le «tipologie di attività» di cui alla tabella allegata al Regio Decreto n. 2657 del 1923, devono essere considerate come parametro di riferimento oggettivo per sopperire alla mancata individuazione da parte della contrattazione collettiva alla quale il decreto ha rinviato per l’individuazione delle esigenze a carattere discontinuo ed intermittente specifiche per ogni settore. Pertanto, i requisiti dimensionali e le altre limitazioni alle quali il regio decreto fa riferimento non operano ai fini della individuazione della tipologia di attività lavorativa oggetto del contratto di lavoro intermittente.

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Roberto Camera
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Funzionario dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro e relatore in convegni sulla gestione del personale. Ha creato, ed attualmente cura, il sito internet http://www.dottrinalavoro.it in materia di lavoro. (*Le considerazioni sono frutto esclusivo del pensiero dell’autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione di appartenenza)

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4 Commenti

  1. Simone Emili
    aprile 24, 11:39 Reply

    Chiedo scusa, l’interpello è il n. 1 del 30 gennaio 2018, che però non si riferiva alle imprese agricole ma a quelle alimentari artigiane. Il concetto comunque non cambia: se, ai sensi della circolare 4/2005, conta solo la tipologia di attività lavorativa svolta dal dipendente, perchè la possibilità di applicare il DM 2004 deve essere ristretta ai pubblici esercizi e non anche alle aziende alimentari artigiane (e agli agriturismi)?

    • Roberto
      aprile 29, 18:34 Reply

      In linea di principio, Le posso dar ragione.

  2. Simone Emili
    aprile 14, 19:39 Reply

    Recentemente ho letto un interpello, anche non riesco a ritrovarlo, dove il Ministero negava la possibilità di attivare contratti di lavoro a chiamata per un cameriere nel ristorante di un agriturismo (CCNL Agricoltura) sostenendo che si trattava appunto di azienda agricola e non di pubblico esercizio. La circolare 4/2005 dice però: “le attività ivi indicate devono essere considerate come parametro di riferimento oggettivo per sopperire alla mancata individuazione da parte della contrattazione collettiva alla quale il decreto ha rinviato per l’individuazione delle esigenze a carattere discontinuo ed intermittente specifiche per ogni settore. Pertanto i requisiti dimensionali e le altre limitazioni alle quali il regio decreto fa riferimento (es. autorizzazione dell’ispettore del lavoro) non operano ai fini della individuazione della tipologia di attività lavorativa oggetto del contratto di lavoro intermittente”. Mi chiedo perchè l’autorizzazione dell’ispettorato o i requisiti dimensionali non contino e invece conti il fatto che uno faccia il cameriere o il cuoco nel ristorante di un agriturismo invece che in un ristorante inquadrato come attività commerciale (cioè pubblico esercizio). La tipologia di attività lavorativa (cameriere, cuoco, ecc…) non è la stessa?

    • Roberto
      aprile 15, 17:00 Reply

      Non ho contezza dell’interpello. Quello che posso dirLe, comunque, è che il riferimento che viene fatto nella circolare 4/2005 attiene al Regio Decreto del 1923 sulle attività discontinue, ove il Ministero fa riferimento alla qualifica di cameriere; mentre, qualora l’azienda applichi un Ccnl ove venga disciplinato il contratto intermittente, il Regio Decreto non deve essere considerato. Nel caso specifico, qualora l’agriturismo applichi il Ccnl Agricoltura, non potrà fruire delle prescrizioni previste dal Ccnl pubblici esercizi sui contratti intermittenti.

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