Sharing economy, la prima proposta per regolarla

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C’è già chi l’ha ribattezzata Sharing Economy Act: è la proposta di legge bi o addirittura tripartisan elaborata dall’intergruppo parlamentare «Innovazione» e presentata alla Camera appena qualche giorno fa con l’obiettivo di offrire una cornice normativa al fenomeno dell’economia della condivisione o economia collaborativa. Il progetto di regolamentazione porta la firma di una decina di parlamentari, primi firmatari la giovane Veronica Tentori, Pd, e Antonio Palmieri, di Forza Italia, l’uomo che anni fa ha fatto scoprire la rete a Silvio Berlusconi. Ma tra i promotori ci sono anche Ivan Catalano, ex Cinque Stelle, e Stefano Quintarelli, ex Scelta Civica, considerato uno dei guru italiani del digitale.

Ma che cosa è la sharing economy? Che cosa prevede la proposta di legge? E come c’entra il lavoro e la sua regolazione?

Le definizioni sono sempre limitative e le esperienze realizzate sono variegate e di diversa natura e finalità, come racconteremo nella prossima puntata di questo contributo dedicato al tema, ma in linea generale possiamo dire che si tratta di servizi, offerte, canali e soluzioni di condivisione produttiva e creativa o anche solidaristica, e di consumo collaborativo, fondate sul principio dell’«accesso» e non del «possesso». Quattro esempi per tutti: Uber, la piattaforma di noleggio auto al centro delle polemiche e delle proteste dei tassisti di mezzo mondo, o Blablacar, per viaggiare insieme e dividere le spese; Homelink o Airbnb, per lo scambio di case vacanze e l’affitto di appartamenti e posti letto; gli spazi di coworking, per condividere uffici e scrivanie ma anche competenze e conoscenze; le attività di crowdfunding, per la raccolta di capitali e fondi per le cause o le imprese più disparate.  

Il perché di una proposta di legge sulla sharing economy

Ma entriamo nel merito della proposta di legge, che rappresenta il primo caso in Europa di regolamentazione del fenomeno.

«L’economia collaborativa, cosiddetta sharing economy, si propone – scrivono i firmatari nella relazione illustrativa – come un nuovo modello economico e culturale, capace di promuovere forme di consumo consapevole che prediligono la razionalizzazione delle risorse basandosi sull’utilizzo e sullo scambio di  beni e servizi piuttosto che sul loro acquisto, dunque sull’accesso piuttosto  che  sul possesso. Essa è chiamata anche economia della condivisione ed è fondata dunque su un valore radicato nelle nostre comunità sin dai tempi precedenti l’avvento delle nuove tecnologie: il digitale ha abilitato e diffuso questo fenomeno, ampliandone le potenzialità   e l’accessibilità».

Tra i tratti distintivi dell’economia collaborativa – continuano gli autori – è possibile individuare alcuni elementi comuni a tutte le diverse esperienze oggi presenti nel panorama mondiale: la condivisione, ossia l’utilizzo comune di una risorsa in modo differente dalle forme tradizionali di scambio; la relazione peer-to-peer, ossia il rapporto orizzontale tra i soggetti coinvolti che si distingue dalle forme tradizionali di rapporto tra produttore e consumatore rispondendo a nuovi bisogni, tra cui ad esempio la crescente necessità di interagire con le aziende in una modalità più partecipativa; la presenza di una piattaforma digitale che supporta tale relazione e in cui in genere è presente un meccanismo di reputazione digitale e le transa- zioni  avvengono  tramite  pagamento elettronico.

È  ragionevole  pensare – spiegano –  che vi sia un’economia potenziale dietro la sharing economy e dunque che ci troviamo di fronte alla grande opportunità di cogliere la capacità produttiva oggi non ancora sfruttata e  favorire  la  nascita  di  nuove forme di occupazione e imprenditorialità.

Ed ecco alcune previsioni. La Commissione europea cita un recente studio (Consumer Intelligence Series: The Sharing economy. Pwc 2015) secondo cui la sharing economy  è  potenzialmente  in grado di accrescere le entrate  globali  dagli attuali 13 miliardi di euro circa a 300 miliardi  di  euro  entro  il   2025. Il Comitato europeo delle regioni nella sessione plenaria del 3 e 4 dicembre 2015 ha approvato un parere su «La dimensione locale e regionale dell’economia della condivisione» secondo cui  «l’economia della condivisione può migliorare la  qualità della vita dei cittadini, promuovere la crescita (in particolare a livello di economie locali) e ridurre gli effetti sull’ambiente. Essa può inoltre  generare  nuovi posti di lavoro di qualità, ridurre i costi e incrementare la disponibilità e  l’efficienza di alcuni beni e servizi o infrastrutture». Contestualmente sottolinea che «è importante che i servizi offerti tramite l’EdC non siano all’origine di pratiche di elusione fiscale o concorrenza sleale né violino regolamentazioni locali e regionali o normative  nazionali  ed  europee».

Le finalità della regolazione

«Il principale compito – avvertono, dunque, gli autori della proposta, indicando le finalità nell’articolo 1 – che il legislatore deve assolvere è garantire equità e trasparenza, soprattutto in termini di regole e di fiscalità, tra chi opera nell’ambito della sharing economy e gli operatori economici tradizionali e di tutelare i consumatori, in particolare per quanto riguarda gli aspetti legati alla sicurezza, alla salute, alla privacy e alla trasparenza sulle condizioni che stanno alla base del servizio o del  bene utilizzato».

Con l’emersione di un ampio segmento di economia informale relativo ai servizi tipicamente riconducibili alla sharing  economy si potrebbero  così  recuperare  in  Italia circa 450 milioni di euro di  Prodotto  interno lordo (PIL) di base imponibile, attualmente oggetto di elusione fiscale, corrispondenti a non meno di 150 milioni   di euro di maggiore gettito per l’erario, tra imposte dirette e  imposte  indirette.  Entro il 2025 si stimano crescite di oltre venti  volte la stima, portando così  il  nuovo  gettito  a  circa  3  miliardi  di euro.

Sharing economy, soggetti e definizione

L’articolo 2 definisce i soggetti coinvolti ed enuncia la definizione di sharing economy  ai  fini  della  legge.
«Ai fini di cui alla presente legge si applicano  le  seguenti   definizioni:

  • economia della condivisione: l’economia generata dall’allocazione ottimiz- zata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali. I gestori di tali piattaforme agi- scono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti e possono offrire servizi di valore I beni che generano valore per la piattaforma appartengono agli utenti. Tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato.  Sono  escluse  le piattaforme che operano intermediazione in favore di operatori professionali iscritti  al  registro  delle  imprese;
  • gestore: il soggetto privato o pubblico che  gestisce  la  piattaforma   digitale;
  • utente operatore: il soggetto privato o pubblico che attraverso la piattaforma digitale opera erogando  un  servizio o  condividendo  un  proprio  bene;
  • utente fruitore: il soggetto privato o pubblico che attraverso la piattaforma digitale utilizza il servizio erogato o il bene condiviso dall’utente operatore;
  • utente: l’utente operatore o l’utente fruitore».

Sharing economy, le regole del gioco

L’articolo 3 individua l’Autorità garante della concorrenza e del mercato quale competente a regolare e a vigilare sull’at- tività delle piattaforme digitali di sharing economy, specificandone le competenze, e istituisce il Registro elettronico nazionale delle  piattaforme  di  sharing  economy.

L’articolo 4 enuncia le disposizioni relative al documento di politica aziendale delle piattaforme di sharing economy, che sarà soggetto a parere e successiva approvazione dell’Autorità di cui al precedente articolo, come condizione vincolante per l’iscrizione al Registro elettronico  nazionale delle piattaforme di sharing economy. In tale documento di policy sono inclusi le condizioni  contrattuali  tra  la  piattaforma  e gli utenti, oltre alle informazioni e agli obblighi relativi ad eventuali coperture assicurative. Nello stesso articolo è prescritto che le eventuali transazioni di denaro avvengano esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico e sono enunciate le modalità di registrazione univoche per tutti gli utenti, atte a evitare la creazione di profili falsi o non  riconducibili   all’effettivo  titolare.

L’articolo 5 interviene sulla fiscalità, al fine di affermare i princìpi  di  trasparenza ed equità, con un’impostazione flessibile e diversificata tra chi svolge una microattività non professionale a integrazione del proprio reddito da lavoro e  chi  invece  opera a livello professionale o imprendi- toriale a tutti gli effetti, attraverso l’individuazione di una soglia  pari  a  10.000 euro. A tale fine i gestori delle piattaforme  di sharing economy agiscono da sostituti d’imposta  per  i  redditi  generati  dagli utenti  operatori  con  un’aliquota  fissa    del 10 per cento su tutte le  transazioni.  Nel  caso in cui i redditi dell’utente operatore oltrepassino la soglia stabilita, la somma eccedente si cumula con gli altri redditi percepiti dall’utente e conseguentemente è applicata   la   rispettiva aliquota.

L’articolo 6 disciplina l’adozione di misure annuali per la diffusione della sharing economy, al fine di rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, alla sua diffusione, garantendo la leale concorrenza e la tutela dei consumatori, nell’ambito della legge an- nuale per il mercato e la concorrenza. Per quanto riguarda gli aspetti commerciali della sharing economy è necessario infatti un approccio regolamentare settoriale, coordinato anche con la normativa europea, per garantire certezza giuridica e condizioni di concorrenza eque agli operatori interessati. A parere dei proponenti tale regolamentazione dovrebbe basarsi sul criterio delle dimensioni delle iniziative di sharing economy da assoggettare alle regole, con un’impostazione flessibile e diversificata tra chi svolge una microattività non professionale a integrazione del proprio reddito e chi invece opera a livello professionale o imprenditoriale a tutti gli effetti, principio già affermato nell’articolo 5 della proposta di legge per  quanto   concerne   l’aspetto fiscale.

L’articolo 7 detta disposizioni in materia di tutela della riservatezza, enuncia la definizione di «dato utente » e detta pre scrizioni in merito alla cessione e alla cancellazione  dei dati.

L’articolo 8 prevede l’emanazione di linee  guida  volte  alla  promozione    della sharing economy, anche all’interno della pubblica   amministrazione.

L’articolo 9 relativo al monitoraggio prevede la comunicazione dei dati all’Istituto nazionale di statistica da parte dei gestori delle piattaforme presenti nel Registro di cui all’articolo 3, comma 2, al fine di conoscere lo sviluppo e l’evoluzione della sharing economy e di valutare l’efficacia  delle  azioni regolatorie.

L’articolo 10 reca le norme relative a controlli  e  a sanzioni.

L’articolo 11 reca le norme transitorie per i gestori delle piattaforme di    sharing economy già operanti alla  data  di  entrata di  vigore  della  legge.

L’articolo 12 contiene le disposizioni finanziarie. Dall’attuazione della legge non discen- dono nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e le risorse finanziarie derivanti dalla sua attuazione sono destinate alla completa deducibilità delle spese sostenute dai gestori e dagli utenti operatori delle piattaforme al fine dell’accrescimento delle competenze digitali nonché alla realizzazione di politiche di innovazione tecnologica e digitalizzazione delle imprese.

Sharing Economy Act, i limiti della proposta

«La sharing economy – ha scritto un addetto ai lavori come Manolo Farci, sociologo dell’Università di Urbino – non va fermata, ma al contrario implementata. Ma è assolutamente necessario che la rental economy mascherata da “economia collaborativa” sia al più presto regolamentata. Per questo, la proposta di legge del 2 marzo può essere valutata come un primo significativo passo in tale direzione». «Tuttavia, nonostante le novità sostanziali – aggiunge – tale legge è limitata da una serie di problematiche che riguardano probabilmente una confusione concettuale tra collaborative e rental economy. Ad esempio non si spiega perché si debba prevedere la medesima aliquota per un passaggio offerto con BlaBlaCar o una stanza data in affitto su AirBnb. BlaBlaCar è un sistema di trasferimento della proprietà su un bene limitato – io ti offro un passaggio, tu mi dai un rimborso spese; AirBnb, invece, è un sistema di accesso alla proprietà che funziona come un vero e proprio contratto di affitto. A questo punto, gli utenti di BlaBlarCar avrebbero poca convenienza ad usare tale piattaforma. E avrebbero ragione: siamo sicuri che BlaBlaCar debba essere intesa come “una microattività non professionale ad integrazione del proprio reddito di lavoro”?».

Non basta. Puntando il faro sulle regole del lavoro, lo studioso osserva: «Allo stesso tempo, pur preoccupandosi di tassare i lavoratori freelance che superano certe soglie di reddito ponendo come discrimine i redditi superiori ai 10 mila euro, la proposta di legge non dice nulla sui temi previdenziali o quelli relativi ai diritti sociali di questi lavoratori. Anzi, la norma esclude un rapporto di lavoro subordinato tra gestore e utente. Ma siamo sicuri che gli autisti di servizi come Uber debbano essere trattati alla stregua di liberi professionisti e non invece come veri e propri impiegati?».

Altrettanto significative le osservazioni di Emanuele Dagnino della Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro Università degli Studi di Bergamo e analista di Adapt: «Pur parlando genericamente di economia della condivisione, il disegno di legge va ad interessarsi principalmente di quella parte for profit della sharing economy, che la letteratura internazionale preferisce chiamare on-demand economy (o anche gig economy, quando si parla di erogazione di servizi)».

In una lettura giuslavoristica – aggiunge – «si può affermare come il grande assente dalla proposta sia proprio il lavoratore. È la relazione illustrativa che lo riconosce, laddove rinvia ad una riflessione più profonda e specifica «il complesso tema riguardante lo status giuridico e la tutela del lavoratore che opera attraverso le piattaforme di sharing economy». Ma – incalza – «la posizione del lavoratore all’interno della on-demand economy, presenta alcuni peculiari caratteri che ne comportano una condizione di debolezza e si possono sintetizzare intorno a tre poli in particolare: sicurezza economica e salute del lavoratore, reputazione e formazione. A questi tre poli, se ne deve aggiungere un altro, che rappresenta al contempo una debolezza e una causa delle altre condizioni di debolezza del lavoratore, ovvero la difficoltà a formare una voce collettiva». E allora «pur non interessandosi degli aspetti di disciplina del rapporto tra piattaforme e utenti operatori da un punto di vista lavoristico, al fine di promuovere la diffusione della economia della condivisione il progetto di legge, con l’inciso sopra citato – oltre a escludere gli operatori professionali iscritti al registro delle imprese – statuisce che tra utenti e piattaforma non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato. Con questa previsione, gli estensori sembrano voler eliminare ogni dubbio circa la possibilità di riclassificazione del rapporto di lavoro, che viene visto come un ostacolo alla diffusione di questa forma di economia, dando riconoscimento alla classificazione operata dalle piattaforme. Nel farlo, però, il progetto di legge preclude l’unica strada attualmente azionabile dai lavoratori al fine di ottenere delle tutele. Rinviando in sede di relazione illustrativa a necessari approfondimenti per la normativa lavoristica, gli estensori si limitano ad approntare, per contro, una disciplina di carattere generale relativa all’utente operatore (a prescindere dal fatto che condivida beni o servizi) che seppur affronti alcune tematiche di sicuro interesse per il miglioramento della condizione dei lavoratori, non è comunque in grado di garantir loro una adeguata tutela».

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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