Agricoltura : il job sharing secondo il Ministero del Lavoro

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editoriale di Eufranio MassiL’art. 41 del D.L.vo n. 276/2003 afferma che il lavoro ripartito (traduzione in italiano di job sharing) è uno speciale contratto di lavoro con il quale due persone assumono solidalmente l’adempimento di un’unica ed identica prestazione lavorativa. Lo stesso articolo 41 ed i successivi fino al 45, disciplinano compiutamente tale tipologia che, per una serie di motivi che non è il caso di approfondire in questa sede, è rimasta relegata in un angolo del nostro mercato del lavoro, non avendo trovato alcuna rispondenza da parte del mondo datoriale. Prima, tale contratto, supportato molto in ambito accademico (Ichino, Biagi, Treu, tanto per rimanere ai più importanti) aveva trovato il proprio fondamento in studi dottrinali ed anche in una circolare del Dicastero del Lavoro, di poco effetto, emanata nel corso del 2008, dal ministro pro – tempore Tiziano Treu.

Orbene, prendendo lo spunto dalle c.d. assunzioni congiunte in agricoltura previste dall’art. 9, comma 11, della legge n. 99/2013 che convertì, con modificazioni, il D.L. n. 76, il sito del Ministero del Lavoro, in data 14 aprile u.s., ripetendo, nella sostanza, un analogo comunicato del 17 gennaio 2014, afferma, nel titolo della notizia, che viene introdotto il job sharing in agricoltura, non accorgendosi che non è proprio così, in quanto nel caso di specie non si tratta dell’ipotesi disciplinata dal suddetto art. 41, ma di una cosa del tutto diversa ove il singolo lavoratore offre la propria prestazione a più datori di lavoro i quali effettuano un’assunzione congiunta secondo le modalità previste da un decreto direttoriale emanato a seguito di un Decreto ministeriale (quanti passaggi per applicare una norma e, poi, si dice che i cittadini non hanno fiducia nella Pubblica Amministrazione!).

“Transeat” su questa confusa affermazione, ritengo opportuno soffermarmi brevemente sulle novità previste dalla disposizione originaria e dal D.M. 14 gennaio 2014 del Ministro del Lavoro che fu pubblicato sul sito ministeriale il 17 gennaio e che, presumibilmente, e’ lo stesso cui fa riferimento la nota del 14 aprile.
Le imprese agricole, anche cooperative, appartenenti allo stesso gruppo o, in alternativa, riconducibili allo stesso proprietario o a soggetti legati da un vincolo di parentela entro il terzo grado possono procedere, congiuntamente, all’assunzione di lavoratori dipendenti per lo svolgimento di prestazioni lavorative presso le singole aziende: l’assunzione può essere effettuata anche da imprese legate da un contratto di rete, a condizione che almeno il 50% delle imprese aderenti sia appartenente al settore agricolo.
La caratteristica fondamentale di tali rapporti è rappresentata da una solidarietà fra tutte le imprese interessate, senza alcuna parcellizzazione delle prestazioni, in una prospettiva che vede i prestatori fornire le proprie forze a più datori, in una sorta di scambio legittimato dal fatto che l’assunzione è stata effettuata congiuntamente.

Detto questo e riservandomi di effettuare, in futuro, un particolare approfondimento, segnalo che, a mio avviso, sono quattro le questioni da focalizzare: esse fanno riferimento ai concetti di impresa agricola, di gruppi di imprese, anche cooperative, di aziende legate da un contratto di rete e di vincoli di affinità.
Per quel che riguarda l’impresa agricola il punto di partenza è rappresentato dall’art. 2135 c.c. e dalle modifiche introdotte con il D.L.vo n. 228/2001: si può definire imprenditore del settore chi coltiva il fondo od esercita la silvicoltura, o alleva animali, o svolge attività connesse che sono quelle esercitate dallo stesso soggetto e finalizzate alla manipolazione, alla trasformazione, alla conservazione, alla commercializzazione ed alla valorizzazione dei prodotti.
Per il gruppo di imprese, invece, a parte la definizione che si trova all’interno dell’articolo 2359 c.c. riguardante i rapporti tra società controllate, ci si può pensare ad aziende che sono direttamente collegate tra di loro sotto il piano organizzativo e che, talora, fanno riferimento, anche per interposta persona, allo stesso proprietario.

La terza questione riguarda le società cooperative: esse possono definirsi in possesso della qualifica di imprenditore agricolo allorquando utilizzino, nella loro attività in prevalenza prodotti dei soci o forniscano agli stessi beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico.
Altra questione riguarda il contratto di rete ove è preminente il concetto di aggregazione e dove aziende grandi, medie e piccole hanno tra di loro rapporti di collaborazione e di interdipendenza, diversi ed ulteriori rispetto allo scambio dei beni ed alla concorrenza di mercato. La norma originaria di costituzione risale a circa 5 anni or sono (D.L. n. 5/2009) ma, finora, stando ai dati recentemente forniti da Unioncamere (1 aprile 2014) i contratti di rete stentano a decollare. La disposizione, implementata da provvedimenti successivi prevede elementi essenziali (parti, causale, oggetto, contenuto e forma, pubblicità legale) e non essenziali (fondo patrimoniale ed organismo comune) che meritano una approfondita riflessione ma che, in questa sede poco ci interessano, atteso che il contratto di rete viene in evidenza soltanto se almeno il 50% delle aziende aderenti sono imprese agricole.

Da ultimo, le assunzioni congiunte sono previste per le imprese agricole legate da un rapporto di familiarità (entro il terzo grado): ricordo che la parentela è il vincolo dei soggetti che discendono dalla stessa persona e che l’affinità è il vincolo che unisce un coniuge con i parenti dell’altro coniuge.
Tali brevi precisazioni si sono rese necessarie per ricordare quali siano le ipotesi che postulano, secondo il D.M. del 14 gennaio 2014, le assunzioni congiunte in agricoltura le quali, nel rispetto della solidarietà economica, contributiva e previdenziale tra le imprese relativa al personale assunto, comportano necessariamente l’obbligo della individuazione del soggetto che, materialmente effettua le comunicazioni obbligatorie al centro per l’impiego. Il decreto appena nominato prevede che ciò avvenga attraverso un accordo depositato, in data certa, presso un’associazione ( con problemi non secondari, da un punto di vista ispettivo, legati alla individuazione della stessa) e che nelle imprese con contratto di rete ciò sia effettuato dall’azienda capogruppo: chi ha scritto il provvedimento ha dimenticato che in tale contratto non è individuata una capogruppo, ma che vi è, soltanto, la possibilità di nominare un organismo comune, peraltro elemento non obbligatorio.
Vedremo cosa succederà nella pratica applicazione della norma.

Per il momento, un augurio di buona Pasqua a chi mi legge.

Eufranio Massi 

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Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 218 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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