Integrazione salariale : quanto mi costi? [E.Massi]

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Una breve se pur fugace riflessione sulla nuova formulazione degli ammortizzatori sociali quale  traspare da una lettura del decreto legislativo n. 148/2015, porta ad una duplice considerazione:

  1. Gli interventi integrativi salariali ordinari e straordinari (ivi compresi quelli erogabili dal 2016 attraverso i fondi di solidarietà) vanno letti in una maniera diversa rispetto al passato;
  2. Gli interventi integrativi salariali “costeranno” molto di più rispetto al passato.

Fatta questa premessa, ritengo necessario affrontare i due argomenti appena evidenziati.

Cominciamo dal primo.

Per la prima volta sia la CIGO che la CIGS che, infine, il contratto di solidarietà difensivo sono messi sullo stesso piano per quanto riguarda il computo nel quinquennio mobile, il contributo addizionale,la durata complessiva di “godimento” all’interno all’unita’ produttiva ed il massimale di integrazione  da corrispondere ai lavoratori interessati. Ci  significa che, sotto l’aspetto prettamente operativo, il datore di lavoro potrà scegliere a quale istituto ricorrere, tenendo conto che anche le causali specifiche, per certi versi, pur rimanendo nella filosofia e nella normativa diverse sono state, in gran parte, assimilate.

Ci  che va, in ogni caso, sempre tenuto presente (al di là dell’aspetto dei costi che sarà esaminato trattando il secondo aspetto della considerazione) e’ che, ad esempio, un utilizzo massiccio della CIGO potrebbe portare ad un blocco delle ore riconosciute dall’INPS se sarà superato il limite di 1/3 delle ore lavorabili negli ultimi 12 mesi dai lavoratori in forza nel semestre precedente a quello al quale si riferisce la sospensione o la riduzione di orario, con il  limite massimo che scaturisce dal computo delle ore lavorate nell’ultimo biennio mobile ( ossia, quello antecedente la data di fruizione dell’ammortizzatore ordinario).

Anche per quel che riguarda l’intervento della cassa straordinaria vi sono novità delle quali occorre tener  conto: non ci sono più le ipotesi di ristrutturazione, di conversione, nonché quella di crisi senza ripresa dell’attività ed inoltre, dal 24 settembre 2017, le ore integrabili non potranno superare la percentuale dell’80%.

Una lettura complessiva degli ammortizzatori va fatta anche in relazione alle prospettive dell’impresa, cosa non secondaria, che sarà approfondita successivamente, alla luce degli obiettivi futuri che si pone l’imprenditore. Nella sostanza, se la soluzione finale adombrata e’ quella della fine dell’attività produttiva, occorre sapere che, a partire dal 2016, non saranno più attivabili le  procedure per la CIGS determinata da crisi aziendale per cessazione di attività o quelle al termine di una procedura concorsuale, come previsto dall’art. 3 della legge n. 92/2012.

Di qui la necessità di valutare  da subito, soluzioni alternative ( gli ammortizzatori costano parecchio) le quali vanno viste anche in prospettiva: dal 1 gennaio 2017 l’indennita’ di mobilità non ci sarà più ed i lavoratori, al termine della procedura di riduzione collettiva di personale non avranno altro che la NASPI, sottoposta, peraltro, alla condizionalita’ della partecipazione a programmi di ricollocazione, di qualificazione o riqualificazione professionale offerti dai servizi per l’impiego e con un importo di durata massima biennale (con tetto), rapportato alla retribuzione degli ultimi quattro anni, destinato a diminuire progressivamente di un 3% al mese.

Per quel che concerne, invece, il secondo aspetto non si pu  che affermare come i nuovi ammortizzatori sociali “costino” molto di più che in passato e l’elencazione che segue non è altro che l’immagine plastica di ci  che sto affermando, cosa che appare oltremodo evidente sol che si pensi che, ad esempio, la cassa integrazione in deroga era a carico della fiscalità generale e che il contratto di solidarietà difensivo ex legge n. 236/1993, destinato a “sparire” dal 1 luglio 2016, trae le proprie fonti di finanziamento dal Fondo per l’occupazione.

Ma andiamo con ordine

  • Contributo addizionale in caso di ricorso ad interventi di integrazione salariale: il Legislatore delegato ne ha previsto, in una sorta di “bonus – malus”, l’attivazione in caso di richiesta. Esso è pari al 9% della retribuzione persa se la fruizione resta all’interno dei 12 mesi, sale al 12% nel periodo di “godimento” fino a due anni, per arrivare, infine, al 15% nell’eventualità di un periodo successivo fino al limite dei 36 mesi. Il costo è notevole e sale in maniera progressiva in relazione alla continuità dello stato di crisi. Va sottolineato come lo stesso sia rapportato non alla indennità corrisposta al lavoratore ( l’80% della retribuzione all’interno dei massimali annui) ma sulla retribuzione lorda perduta il cui importo e’ nettamente superiore.  Appare evidente come la questione, se si ricorre all’intervento della CIGO, vada rapportata anche ai limiti di fruizione del trattamento integrativo per tale voce, previsto dall’art. 12, comma 5, del D.L.vo n. 148/2015. Va ricordato come un contributo addizionale pari al 4% sia previsto anche per le imprese, con un organico dai cinque dipendenti in su, prive di ammortizzatori sociali tradizionali, se le stesse chiederanno l’intervento del fondo di solidarietà residuale;
  • Trattamento di fine rapporto: fino al 23 settembre 2015 il trattamento di fine rapporto maturato per le ore di sospensione o riduzione di orario era a carico dell’Istituto per effetto della previsione ottenuto nella legge n. 464/1972. Ora, con l’abrogazione di quest’ultima, il trattamento resta a carico dell’imprenditore, cosa che, in presenza di periodi lunghi con trattamenti integrativi molto ampi, potrebbe rappresentare un peso notevole. Per quel che concerne, invece, il trattamento integrativo da solidarietà difensiva, in caso di riduzione di orario, le quote di TFR restano a carico dell’INPS ma se il datore di lavoro, al termine del periodo di concessione, procede a riduzioni collettive di personale o a licenziamenti per giustificato motivo oggettivo entro i successivi 90 giorni, l’onere ricade tutto su di lui;
  • Contributi ordinari per gli apprendisti: l’entrata degli apprendisti sotto l’ombrello applicativo egli ammortizzatori, fa sì che anche per costoro debba essere corrisposto il contributo ordinario per la CIGO che, dopo le modifiche introdotte, e’ pari all’1,70% per le aziende con un organico dimensionato fino a 50 dipendenti e dell’1,90% per quelle più grandi. Perl imprese destinatarie El trattamento di CIGS ( ad esempio, quelle commerciali con più di 50 dipendenti) il contributo ordinario pari allo 0,90%, di cui 1/3 a carico del lavoratore, va pagato anche per gli apprendisti pur se gli stessi sono possibili destinatari del solo trattamento per crisi aziendale;
  • Computo dei lavoratori con contratto a termine: la circolare n. 24/2015 del Ministero del Lavoro calcola gli assunti con contratto a termine come una sola unità a prescindere dalla durata, affermando che, trattandosi di una legge speciale, non deve trovare applicazione il principio contenuto nell’art. 27  del decreto legislativo n. 81/2015 secondo il quale per la individuazione di quanti lavoratori a termine debbano essere computati allorquando ci  sia previsto da leggi o contratti collettivi, occorre sommare i periodi di tutti i rapporti a tempo determinato, compresi quelli dei dirigenti, relativi agli ultimi due anni e, poi, dividere per il numero complessivo. Ebbene, l’interpretazione ministeriale non appare supportata da una disposizione specifica in quanto il decreto legislativo n. 148/2015 non fa alcun cenno ad una disposizione particolare come quella invocata nella circolare n. 24/2015, come, ad esempio, avviene nel collocamento disabili ove una norma specifica della legge n. 68/1999 (modificata nel 2012) ne prevede L computabilita’  al superamento della soglia de sei mesi. La questione non è di poco conto per quelle imprese che sono vicino ai 50 dipendenti, atteso che potrebbero venire penalizzati nel calcolo (con un aumento dell’aliquota) applicando il criterio ipotizzato dalla circolare ma che, ripeto, nella legge non trova riscontro;
  • Periodo senza il sostegno degli ammortizzatori: dal primo novembre appena trascorso, i 30 giorni intercorrenti tra la data della presentazione dell’istanza, esclusivamente in via telematica, con la quale si chiede l’intervento del CIGS e quello della “copertura” a seguito della concessione attraverso il provvedimento ministeriale vanno gestiti con il ricorso a ferie permessi o altri strumenti di flessibilità aziendale. Non è più possibile, infatti, far decorrere l’intervento da un momento preciso anche antecedente la presentazione dell’istanza e, la stessa domanda, va inviata entro il termine perentorio di 7 giorni dalla conclusione dell’iter procedurale di consultazione e non più dal venticinquesimo giorno successivo al termine del periodo di paga al quale si riferisce la sospensione o la riduzione di orario;
  • Rimborsi delle prestazioni da parte dell’INPS, anticipate dal datore di lavoro: l’art. 7 ha introdotto un termine di decadenza di 6 mesi per chiedere il conguaglio. Esso decorre dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento, se successivo: il tutto, secondo l’interpretazione amministrativa che traspare, in una logica di accelerazione delle procedure e di monitoraggio delle risorse finanziarie. Ma la disposizione riguarda anche il passato: per i trattamenti conclusi prima del 24 settembre 2015, i 6 mesi decorrono da questa data;
  • Incremento addizionale per la mancata rotazione nei trattamenti integrativi straordinari: su questo punto, per la verità, in mancanza di un D.M. del Ministro del Lavoro “concertato” con quello dell’Economia che doveva essere emanato entro il 23 novembre, non è possibile dire nulla se non che con tale provvedimento, destinato a sostituire la previsione dell’art. 1, comma8, della legge n. 223/1991, sara’  definito l’incremento del contributo addizionale a titolo di sanzione per la mancata rotazione.

Due parole a conclusione di questa breve riflessione:

i nuovi ammortizzatori sociali (e ci ricomprendo anche quelli che saranno gestiti dai fondi di solidarietà di categoria o, in mancanza, dal fondo residuale) sono destinati ad incidere sulle patologie dei rapporti di lavoro con  modalità completamente diverse rispetto al passato. Non sarà più possibile, perché i costi non lo consentiranno, ricorrere con faciloneria alle integrazioni salariali e, di conseguenza, sarà necessario, laddove possibile, trovare all’interno dei contratti collettivi forme di flessibilità che consentano, nei limiti del possibile, di gestire situazioni di crisi momentanee. Il ricorso agli ammortizzatori, allargato  anche a soggetti prima esclusi e a motivazioni che, sulla carta, sembrano più aderenti alla realtà, dovrà essere, in un certo senso, limitato alle situazioni non altrimenti gestibili, atteso che il contributo addizionale sale notevolmente con il ricorso prolungato a tali istituti.

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Eufranio Massi

A cura di : Eufranio Massi

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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