Barbagallo: «Troppo presto per tirare le somme sul Jobs Act. Ma i delusi prossimi venturi potrebbero essere tanti»

barbagallo
In esclusiva per generazionevincente.it (a cura di Angelo Raffaele Marmo)

Nessuna illusione. Nessuna aspettativa. Nessuna bocciatura preventiva. Il Jobs Act va valutato alla prova dei fatti. Parola di Carmelo Barbagallo, leader della Uil, una lunga carriera nelle fabbriche metalmeccaniche prima di approdare alla guida del sindacato di Via Lucullo.

Il Jobs Act è  un percorso di riforma ormai completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Possiamo tirare le prime somme e fare un primo bilancio complessivo?

«Un primo bilancio sul Jobs Act potrebbe risultare fuorviante rispetto all’effettiva portata di questo provvedimento. Gli stessi dati, che possono apparire a prima vista positivi, in realtà, non sono interpretabili univocamente  né sono immuni da alcune contraddizioni. Non si discute l’intenzione, apprezzabile e condivisibile, di puntare a una crescita dell’occupazione e, soprattutto, a una riduzione della precarietà, ma gli effetti sono stati decisamente limitati se rapportati allo sforzo economico messo in campo e, quindi, alle risorse destinate all’operazione. Abbiamo assistito a una sorta di “riciclaggio” dei posti di lavoro già esistenti piuttosto che alla determinazione di vera e propria occupazione aggiuntiva e, soprattutto, non è ancora chiaro quanto stabile e definitiva. Dunque, i primi segni positivi ripetutamente magnificati dai fautori del Jobs Act sono poco significativi, non così rilevanti e, nel medio periodo, potrebbero essere non ripetibili. Il rischio è che, tra qualche anno, i delusi dal provvedimento potrebbero essere in tanti, compresi quei lavoratori che, oggi, grazie ad esso sono stati assunti».

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

«Al di là dell’intento generale di favorire nuove assunzioni che – ripeto – è apprezzabile, ma tutto da verificare nella sua efficacia conclusiva, c’è un impegno volto a creare un sistema telematico che potrebbe rendere più agevole la conoscenza delle dinamiche del mercato del lavoro, ai fini della definizione di politiche occupazionali mirate e di una più efficiente attività ispettiva».

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi delloperazione?

«Sono tanti, purtroppo, a cominciare dallo stesso “sottotitolo” del provvedimento. Quando si parla, infatti, di “contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti” e, contemporaneamente, si elimina l’articolo 18 per i nuovi assunti, si fa davvero fatica a capire in cosa consistano queste tutele e come si possa parlare di tempo indeterminato se, d’ora in poi, l’eventuale licenziamento potrà essere confermato anche in assenza di un giustificato motivo. Non scendo, poi, nel dettaglio delle singole specifiche norme e dei decreti attuativi poiché servirebbe troppo spazio per indicarne i limiti o gli elementi negativi. Cito solo alcune delle questioni più eclatanti quali, ad esempio, il demansionamento, i controlli a distanza, le procedure di assunzione delle persone con disabilità, senza contare il capitolo degli ammortizzatori sociali. Su quest’ultimo aspetto, a fronte di un parziale allargamento del platea di beneficiari, vi è un arretramento generalizzato della quantità e della qualità delle prestazioni. A me pare, in definitiva, che l’impostazione di fondo non sia condivisibile: si è creato un sistema che sposta in modo sensibile il rapporto di forza, nei luoghi di lavoro, a favore degli imprenditori e a svantaggio dei lavoratori. Tutto ciò, in un contesto economico e sociale molto debole, è ingiusto e inaccettabile».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono unintensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Anche per quel che riguarda i provvedimenti specifici relativi alle cosiddette politiche attive, c’è grande delusione. Siamo di fronte a un piccolo riordino che rischia di rendere ancora più complicato un sistema già fragile di suo. Gli investimenti sono sostanzialmente inesistenti e la riforma costituzionale per il trasferimento delle competenze è di là da venire.  Se non si va a intervenire su questi aspetti, ogni impegno risulta vano. Peraltro, la costituenda Agenzia Nazionale si sovrappone a Italia Lavoro, generando problemi di continuità professionale e occupazionale e, inoltre, i Centri per l’impiego restano in una condizione di svantaggio operativo a favore di altri soggetti privati. Con poche migliaia di addetti – rispetto, ad esempio, alle decine di migliaia della Germania – anche il meccanismo di collocamento al lavoro, fondato sull’incontro tra domanda e offerta, rischia di essere inefficace».

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«In prevalenza, si tratta comunque di trasformazione del tipo di rapporto più che di occupazione aggiuntiva. Ad ogni buon conto, il bonus potrebbe risultare più efficace nel creare contratti stabili. Anche se, lo ribadisco, il concetto stesso di “stabilità”, dopo i cambiamenti introdotti con il jobs Act, assume un significato diverso. Non è un caso che, di recente, ci è giunta notizia dei primi licenziamenti di lavoratori che erano stati assunti con un contratto, cosiddetto, a tempo indeterminato a tutele crescenti! Ecco perché anche i dati occupazionali, sfornati ormai con una cadenza quasi quotidiana e da più Istituti o Istituzioni, vanno verificati, presi con il beneficio di inventario e, comunque, traguardati sul medio periodo».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«È questo il nostro più che fondato timore. Il mercato del lavoro è come se fosse stato drogato dai vari incentivi. Con tante agevolazioni, c’è una convenienza ad assumere che può non essere strettamente correlata alle esigenze produttive di lungo periodo. Si sono riversate enormi risorse in questa direzione, sottraendole peraltro al capitolo relativo al Sud, ma i risultati sono modesti e le prospettive assolutamente incerte. Si sarebbe potuto ottenere qualche cambiamento positivo, mettendo in atto altre strategie, magari meno dispendiose e più efficaci».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«Oltre al Jobs Act c’è e ci deve essere ben altro: la strada per la modernizzazione del mercato del lavoro è ancora lunga da percorrere.   Innanzitutto, si pone un problema di certezza del diritto e di sburocratizzazione: se mancano insediamenti produttivi, se non vengono intraprese attività è soprattutto per questi motivi. Sopra ogni cosa, però, c’è un fatto: il lavoro non si crea per decreto. Servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. Questa è la vera “riforma” da intraprendere se si vuole creare occupazione e sviluppo».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«Il tema della rappresentanza deve riguardare le parti sociali. Accordi sono già stati sottoscritti e vanno ora applicati compiutamente: una legge, tutt’al più dovrebbe solo e semplicemente recepire quegli accordi. Anche il tema della partecipazione riguarda le parti: sindacati, lavoratori e aziende. Certo, una compiuta applicazione dell’articolo della Costituzione relativo alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa potrebbe anche richiedere un intervento legislativo, ma sempre nel rispetto dell’autonomia contrattuale delle parti. Altro ragionamento vale per il cosiddetto reddito di cittadinanza che presupporrebbe, questo sì, un intervento diretto dello Stato: sarebbe una conquista di civiltà, ma ci sono alcuni ostacoli da superare. Innanzitutto, c’è un problema di risorse, ne servono di ingenti per perseguire questo obiettivo. Inoltre, bisognerebbe risolvere una questione preliminare: non si può correre il rischio di favorire i soliti furbetti e gli evasori. Dunque, serve una serie ed efficace riforma fiscale che stabilisca una volta per tutte chi sono gli indigenti e i veri poveri nel nostro Paese. Questa sarebbe la madre di tutte le riforme, quella che davvero servirebbe per rilanciare l’economia. Noi abbiamo 120 miliardi di evasione, 60 miliardi di corruzione e oltre 3 milioni di lavoratori in nero. Noi siamo pronti ad aiutare chiunque voglia affrontare e risolvere questi veri problemi, per dare un futuro e una prospettiva di sviluppo ai nostri figli e ai nostri nipoti».

PrintFriendlyPrintEmailWhatsAppOutlook.comGoogle GmailYahoo Mail
Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

Potrebbero interessarti anche:

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Top

Resta aggiornato !
Iscriviti alla NEWSLETTER #jol

Il servizio è gratuito e prevede l’invio di:

Si prega di attendere ...

Terms (+)  |  Privacy (+) | Contatti (+)