Furlan: «Il Jobs Act è una sfida. Vediamo se funziona contro la precarietà, per estendere le tutele nel mercato e per far decollare le politiche attive»

furlan
In esclusiva per generazionevincente.it (a cura di Angelo Raffaele Marmo)

«Nessuna bocciatura preconcetta del Jobs Act ma anche nessun entusiasmo ideologico. La concretezza della nostra cultura ci porta a guardare innanzitutto i risultati e gli effetti delle riforme con un criterio-chiave: tutto quello che serve a ridurre la precarietà del lavoro va sicuramente nella giusta direzione». Annamaria Furlan, leader della Cisl, punta dritta, dunque, alla sostanza della trasformazione del mercato del lavoro avviata con il Jobs Act. Il tempo di una pausa e avverte: «Il governo, però, ora non invada il terreno proprio delle parti sociali e lasci maturare le scelte più appropriate».

Il Jobs Act è un percorso di riforma ormai quasi completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Possiamo tirare le prime somme e fare un primo bilancio complessivo.

«Continuiamo a sostenere che il lavoro si crea attraverso la crescita, lo sviluppo e il sostegno agli investimenti produttivi soprattutto nei settori dell’innovazione, della ricerca e dell’innovazione. Detto questo, noi riteniamo che il Jobs Act abbia posto una sfida:  un riassetto di alcune tutele individuali in cambio di maggiori tutele  collettive, con l’equilibrio che si sposta  in maniera decisa dalla “tutela del posto di lavoro” alla “tutela nel mercato del lavoro”, in questo continuando sulla scia delle riforme precedenti (dalla legge Biagi alla legge Fornero).  A sostenere questo impianto ci sono, ora per la prima volta, incentivi finanziari ai contratti a tempo indeterminato.  Una fatto nuovo che ha sicuramente determinato un effetto positivo, portando alla stabilizzazione di tante situazioni di precarietà del lavoro in tutte le aree del Paese. Per questo non abbiamo condiviso la riduzione della decontribuzione prevista dalla recente manovra del Governo perché ci sembra un passo indietro rispetto all’esigenza di favorire le assunzioni stabili dei giovani».

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi? Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

«E’ stato dato molto risalto al ridimensionamento dell’art.18, il primo tassello del Jobs Act. Era una operazione di fronte alla quale la Cisl si è guardata bene dal dare giudizi ideologici, cercando di modificare con la nostra azione le parti discutibili del provvedimento. Abbiamo considerato un errore avere negato la validità del principio di proporzionalità ed eliminato il riferimento ai codici disciplinari dei contratti collettivi. Così come è stato sbagliato cancellare la reintegra anche in caso di mancato rispetto dei criteri di scelta nei licenziamenti collettivi. In quella prima fase un maggiore dialogo con il sindacato avrebbe evitato questi errori un po’ grossolani. Ma con i successivi decreti attuativi tale dialogo è stato recuperato. Le novità più interessanti sono, da una parte, nel contrasto al falso lavoro autonomo, con il superamento delle false collaborazioni e partite Iva e il ruolo decisivo affidato alla contrattazione collettiva; dall’altra nel rafforzamento delle tutele, con la nuova indennità di disoccupazione (Naspi) che, estesa davvero a tutti, migliora nell’importo e nella durata, con l’Asdi, che fornirà un ulteriore periodo di tutele dopo la Naspi a chi è al di sotto di certe soglie Isee, con la nuova Cassa integrazione che, attraverso i Fondi bilaterali o, in mancanza, attraverso il nuovo Fondo di integrazione salariale, tutelerà le sospensioni/riduzioni di orario per crisi temporanee anche per le piccole imprese, essendo stato esteso l’obbligo di adesione a tutti i datori di lavoro con più di 5 dipendenti.   E poi c’è il rilancio delle politiche attive, un tema molto importante sul quale la Cisl insiste da tempo con proposte precise».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Le politiche attive saranno il vero test rispetto all’efficacia del ‘Jobs Act’. Secondo noi è indispensabile puntare su quanto già scritto nel decreto, ossia la costruzione di una rete, un vero e proprio sistema governato dalla nuova Agenzia nazionale che stabilirà condizioni e livelli essenziali ed omogenei dei servizi. Attività che dovranno rendere possibile offrire in tempi rapidi un’adeguata accoglienza e presa in carico, una proposta di percorso e poi la formulazione di una proposta sia a chi il lavoro non ce l’ha sia a chi si trova in cassa integrazione. L’assegno di ricollocazione ad esempio, seppur ancora sperimentale, dovrà segnare il passo per marcare questo cambio di rotta: il lavoratore non deve mai essere lasciato da solo. Gli ostacoli principali si trovano nella ben poco invidiabile condizione dei servizi per l’impiego e nella dispersione a livello istituzionale rispetto a regole, responsabilità e verifica dei risultati, sia nel pubblico che nel privato. Indispensabile quindi e’ anche un’accelerazione rispetto alla riforma del Titolo V, proprio per l’attribuzione di competenze e responsabilità.

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Il contratto a tutele crescenti sostituisce la reintegra con un indennizzo in quasi tutti i casi di licenziamento disciplinare illegittimo. Dopo tanti casi di applicazione discutibile della reintegra in passato, e polemiche sul ruolo deterrente che essa avrebbe esercitato sulle assunzioni a tempo indeterminato, diciamo che abbiamo sgombrato il campo. Non credo, tuttavia, che questo possa essere, di per sé, volano per la crescita dell’occupazione. Certamente è stato il bonus a produrre inizialmente, insieme ai vincoli introdotti sulle collaborazioni, una decisa crescita degli ingressi complessivi in posizioni di lavoro stabile a seguito di assunzioni o di trasformazioni, quindi incidendo soprattutto sulla qualità. Questo è innegabile. Negli ultimi mesi, grazie alla ripresa economica e ai fattori positivi esterni, come il calo del greggio, la stabilità monetaria e il sostegno della Bce, si sta verificando un effetto anche quantitativo, con un aumento netto di occupazione. Quindi gli elementi che stanno contribuendo al miglioramento occupazionale sono diversi e in concorso tra loro».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Credo che l’azienda che assume un lavoratore, anche se utilizza l’incentivo, lo fa perché ne ha bisogno. E di solito le aziende preferiscono tenersi stretti i lavoratori dopo il periodo della formazione, se non hanno problemi di tenuta sul mercato. Non credo che ci sia una correlazione tra gli incentivi e l’eventualità dei licenziamenti. Mi pare del tutto pretestuoso sostenere che l’incentivo provocherà un effetto boomerang».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«L’economia ed il mercato del lavoro sono soggetti a continue evoluzioni e la legislazione deve adeguarsi. Ma credo che con il Jobs Act, che è intervenuto a tutto campo, i nodi principali della regolamentazione siano stati affrontati, senza escludere tuttavia eventuali interventi di mero aggiustamento. Ma ripeto, l’occupazione si crea attraverso gli investimenti e non attraverso le norme di legge che possono certamente  semplificare le procedure ma non risolvere il tema della creazione del lavoro. E’ sul piano degli assetti contrattuali che ora si deve lavorare, attraverso una riscrittura delle relazioni industriali, salvaguardando le tutele del contratto nazionale ma dando più spazio alla contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale. Nel secondo livello di contrattazione potremo discutere di legare i salari all’aumento della produttività, gli orari, il nuovo welfare aziendale, la nuova organizzazione del lavoro. Una sfida che compete tutta alle parti sociali».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e salario minimo possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«Sulla rappresentanza ci sono stati degli annunci del Governo sulla volontà di intervenire con una legge a fronte dei ritardi delle parti sociali. Ma sarebbe sbagliato e inopportuno intervenire su temi irrisolti da decenni proprio nel momento in cui le parti sociali hanno raggiunto in questi mesi in molti settori (Confindustria, Confservizi, Alleanza Cooperative, Confcommercio) specifici accordi. Il tema della rappresentanza deve rimanere di competenza delle parti sociali. Anche per quanto riguarda un intervento legislativo sul salario minimo la CISL si è opposta facendo presente che in Italia c’è di fatto un sistema di minimi salariali fissato dai contratti nazionali che funziona e che è perfettamente in linea col dettato costituzionale.  Come CISL abbiamo chiesto al governo di non esercitare questo aspetto della delega lasciando che le parti sociali definissero un necessario ammodernamento del nostro sistema contrattuale. Sul ruolo della contrattazione e sulla partecipazione c’è un interessante segnale che viene dalla misura inserita nella legge di stabilità in merito al ripristino dell’agevolazione fiscale per le quote di salario legate alla produttività negli accordi di secondo livello. Vi sono due aspetti innovativi: 1) il recupero della detassazione anche per le prestazioni di welfare frutto di contrattazione (mentre prima erano limitate all’erogazioni unilaterali delle imprese); 2)  una soglia di incentivazione fiscale maggiore per gli accordi che prevedono strumenti di partecipazione paritetica per innovare l’organizzazione del lavoro. Per favorire la partecipazione dei lavoratori sarebbe opportuna una ripresa di iniziativa legislativa del governo per rimuovere gli ostacoli che oggi si frappongono al necessario decollo di forme di coinvolgimento strutturato dei lavoratori nella vita delle imprese da affidare poi alla contrattazione».

Che cosa manca per compiere il salto necessario verso la stagione della ripresa?

«Non si può certo chiedere ad una riforma delle norme sul lavoro di avere, di per sé,  esiti significativi sullo stock di occupati.  Per questo serve altro: bisogna che la politica europea divenga  più favorevole alla crescita e che il Governo sappia sfruttare al massimo i fattori che attualmente sembrano porre  le condizioni per una ripresa.  Stiamo valutando, proprio in queste ore, la legge di stabilità, con provvedimenti positivi che incideranno sui redditi e quindi sui consumi, e sull’occupazione, come la detassazione sulla contrattazione aziendale e gli aumenti di produttività, l’abolizione delle tasse sulla prima casa, l’incremento della no tax area per i pensionati seppur dal 2017, la proroga del bonus occupazione, seppur in forma ridotta. Mancano però l’intervento sulla flessibilità in uscita per le pensioni, che farebbe spazio alle assunzioni di giovani, e la promozione della staffetta generazionale. Anche le misure per il Sud sono insufficienti. Solo in un contesto più favorevole alla crescita le norme sul lavoro potranno dispiegare tutti i loro effetti anche in termini quantitativi e creare le condizioni per far tornare la voglia di investire nel nostro Paese».

PrintFriendlyPrintEmailWhatsAppOutlook.comGoogle GmailYahoo Mail
Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

Potrebbero interessarti anche:

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Top

Resta aggiornato !
Iscriviti alla NEWSLETTER #jol

Il servizio è gratuito e prevede l’invio di:

Si prega di attendere ...

Terms (+)  |  Privacy (+) | Contatti (+)