Somministrazione : sempre applicabile l’indennità risarcitoria omnicomprensiva dell’art. 32. [L. Peluso]

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Con la recentissima Sentenza n. 14032, del 7 luglio 2015, la Cassazione ha avuto modo di confermare ancora una volta che si applica l’indennità risarcitoria omnicomprensiva, prevista dall’art. 32 della L. 183/2010, anche ai casi in cui sia dichiarata dal Giudice l’illegittimità di rapporti svolti in somministrazione di manodopera a tempo determinato e sia costituito, conseguentemente, un rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dirette dipendenze dell’utilizzatore.

Il principio affermato non appare affatto una novità, atteso che esso si pone in continuità con l’orientamento oramai consolidato, e comunque mai smentito, della stessa Suprema Corte di Cassazione (si ricordano, tra le altre, Cass.: Ord. 8941/2014; Sentenze nn. 1148/2013 e 13404/13), che ha risolto i contrasti manifestatisi nell’ambito della Giurisprudenza di merito.

Veramente interessante, invece, è il fatto che i Giudici di Piazza Cavour abbiano dato atto di come

la tendenza normativa sia quella di liquidare con un’indennità determinata a forfait o con un risarcimento previsto entro un tetto  massimo il mancato guadagno sofferto dal lavoratore nell’arco di tempo trascorso fra l’illegittima cessazione di un rapporto lavorativo (a cagione della nullità del termine o dell’illegittimità del licenziamento intimatogli) e il suo ripristino grazie alla sentenza del giudice: così, ad esempio, la L. 604 del 1966, art. 8; l’art. 18 Stat. Lav. Nuovo testo, come modificato ex L. 92 del 2012 (che riserva solo a pochi casi la tutela reintegratoria piena con attribuzione di tutte le retribuzioni maturate medio tempore) e la L. 183 del 2010, art. 32, c. 5”.

Si tratta di un arresto di non poco conto, che dà definitivamente lustro alla tendenza legislativa, avviata a partire dall’anno 2010, tesa a contenere i risarcimenti dei danni connessi con l’illegittima espulsione del lavoratore dall’azienda entro limiti comunque sostenibili dall’impresa.

Del resto appariva oramai indispensabile l’intervento del legislatore per porre un freno alla disciplina, elaborata nel tempo dalla Giurisprudenza, dei danni risarcibili al lavoratore in conseguenza di un illegittimo licenziamento ovvero di un’illecita apposizione del termine al contratto di lavoro.

Se, in linea di principio, il risarcimento del danno commisurato a tutte le retribuzioni perse dal giorno della messa in mora fino a quello dell’effettiva reintegra poteva, e può ancora oggi, giustificarsi nei casi più gravi di invalidità del licenziamento, l’estensione del medesimo principio, operata sic et simpliciter dalla Giurisprudenza, anche alle ipotesi di invalidità della clausola appositiva del termine a un contratto di lavoro ha dato luogo, nel tempo, a meccanismi assolutamente perversi.

Soprattutto perché nei casi di riconosciuta invalidità del contratto a termine era orientamento univoco della Giurisprudenza quello per cui si integrasse un’ipotesi di nullità assoluta del contratto, come tale non assoggettabile ad alcun termine di prescrizione o decadenza.

Ne conseguiva che un lavoratore che avesse operato presso un’azienda, anche per un brevissimo lasso di tempo, in ragione di un contratto a tempo determinato non munito dei rigidi requisiti formali pretesi dai magistrati nazionali, ben poteva inviare una semplice lettera di contestazione del rapporto e poi rimanere anche per anni in silenzio prima di agire giudizialmente nei confronti dell’ex datore di lavoro – che probabilmente nemmeno aveva più ricordo del contratto – per far valere l’invalidità della clausola appositiva del termine ed ottenere, così, la riammissione al lavoro e il pagamento di tutte le retribuzioni perse, dalla notte dei tempi al giorno della reintegra.

Si pensi, ad esempio, all’enorme contenzioso patito da Poste Italiane, che si è vista costretta a reintegrare, anche a distanza di parecchi anni, un numero enorme di postini,  spesso effettivamente assunti soltanto per sostituire il personale in ferie nel mese di agosto, corrispondendo loro intere annualità di retribuzione a fronte di un solo mese di lavoro concretamente svolto. E gli esempi nel nostro Paese potrebbero essere infiniti.             

Chiaro che un intervento del legislatore fosse divenuto oramai indifferibile.

Di fronte all’evidente sproporzione di certe pronunce, bene fà, dunque, la Suprema Corte di Cassazione ad aggiungere ogni volta un ulteriore tassello a sostegno della legittima applicazione dell’indennità omnicomprensiva a tutti i casi di conversione, ovvero costituzione, o ricostituzione del rapporto di lavoro, comunque essi si chiamino, atteso che anche successivamente all’emanazione delle univoche pronunce di legittimità citate non sono mancate rare decisioni di merito ancora di senso contrario

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Luca Peluso (Legal Team)

A cura di : Luca Peluso (Legal Team)

Avvocato Giuslavorista socio AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani). Consegue la laurea con lode in Giurisprudenza nell’anno 2001. Specializzato nell’individuazione di soluzioni idonee a garantire la giusta flessibilità in azienda, collabora con prestigiosi studi professionali fornendo prevalentemente attività di consulenza.

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