Ichino: «Il Jobs Act un risultato eccellente. Il traguardo rimane sempre il Codice semplificato »

Pietro Ichino

Questa settimana, nella nostra rubrica Job opinion Leader, diamo la parola ad uno dei massimi esperti italiani di lavoro e welfare: Pietro Ichino.
Una vita intera vissuta tra professione forense, sindacato, università e ricerca, parlamento, sempre sul fronte del lavoro, ha seguito passo passo anche l’ultima significativa stagione di riforme portata avanti dal governo Renzi.
Un osservatore lucido e senza veli, al quale domandiamo di  fare un bilancio complessivo sul processo di modernizzazione del mercato del lavoro messo in atto con il Jobs Act.

Buona lettura

Ultimo intervento su Job opinion leader

Michele Amoroso
Amministratore Unico
generazione vincente S.p.A.

 


Intervista in esclusiva per generazione vincente a cura di Angelo Raffaele Marmo

Il Jobs Act è un percorso di riforma ormai completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Nel suo libro Il lavoro ritrovato (Mondadori), uscito a giugno, ne ha tratto un bilancio parziale.
Ora, con Pietro Ichino, senatore, giuslavorista da decenni impegnato lungo la frontiera della modernizzazione e della semplificazione del diritto del lavoro, possiamo fare un primo bilancio complessivo. Professore, quale è?

«Un primo bilancio dell’opera di riscrittura del nostro diritto del lavoro, sicuramente sì: dal punto di vista nel quale io mi pongo, il risultato è straordinariamente positivo, anche se gli obiettivi non sono stati raggiunti al cento per cento. Ma erano obiettivi così ambiziosi, che anche averne raggiunto soltanto l’ottanta per cento costituisce un risultato davvero eccellente. Ma la fase dell’attuazione delle misure più difficili, quelle relative ai servizi per l’impiego, non è ancora incominciata: su quella è presto per fare bilanci».

Sul piano legislativo, quali obiettivi importanti sono stati raggiunti?

«L’avvio a un rapido superamento del regime di job property che ha regolato per mezzo secolo gran parte del tessuto produttivo italiano. La ridefinizione precisa del campo di applicazione del diritto del lavoro e la sua riscrittura più semplice e più chiara. La riforma, molto seria e incisiva, della Cassa integrazione, con la sua riconduzione alla funzione che le è propria, e il simmetrico ampliamento e rafforzamento del trattamento universale di disoccupazione. L’affermazione del principio di cooperazione tra servizio pubblico e operatori privati specializzati nel campo dei servizi del lavoro e il lancio del contratto di ricollocazione. Ci sono anche altre cose importanti, in questi otto decreti, ma non vorrei dare una risposta troppo lunga».

E quali obiettivi, invece, a suo modo di vedere sono stati mancati?

«Sul terreno della semplificazione si sarebbe potuto fare molto di più: nonostante i notevoli passi avanti compiuti, non siamo ancora al Codice semplificato vero e proprio. E in alcuni casi, anche se per fortuna solo su materie circoscritte, abbiamo fatto anche dei passi indietro: il caso più rilevante è costituito dalla disciplina delle dimissioni, che è stata resa più complicata».

Per combattere il fenomeno delle “dimissioni in bianco”.

«D’accordo; ma si è esagerata la portata effettiva del fenomeno. E comunque lo si poteva combattere altrettanto efficacemente anche con una disciplina molto più semplice».

Perché è accaduto?

«In questo, come in alcuni altri casi, si è trattato di un compromesso politico interno al partito di maggioranza».

Vi sono poi i capitoli, come quello delle politiche attive – ma non solo -, che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Sul terreno dei servizi nel mercato del lavoro il vero problema è costituito dal difetto di know-how, di capacità di implementazione, che caratterizza le nostre strutture pubbliche. La riforma punta sulla cooperazione con gli operatori privati specializzati; ma anche questa cooperazione presenta delle difficoltà operative, che avrebbero richiesto una fase di sperimentazione. Ora dobbiamo sperare che il nuovo dispositivo si metta in moto in fretta e bene, superando le molte resistenze, che si annidano sia dentro gli apparati ministeriali e regionali, sia in una parte del movimento sindacale».

Oltre all’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili?

«Sulla base dei dati disponibili oggi, è impossibile stabilire se ha contribuito più il bonus, o più la nuova disciplina dei licenziamenti. Lo stabiliranno gli econometristi l’anno prossimo, sulla base dei dati disaggregati di tutto quest’anno e dei precedenti. Come ho spiegato nel mio libro su questa riforma, Il lavoro ritrovato, sarà importante studiare soprattutto il comportamento delle imprese nella fascia dimensionale subito sotto e subito sopra la soglia dei 15 dipendenti: è soprattutto lì che si vede quanto pesa il mutamento della disciplina dei licenziamenti, a parità di ogni altra condizione».

Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Nel flusso delle nuove assunzioni – parlo quindi dei dati del ministero del Lavoro e di quelli dell’Inps – l’aumento di quelle a tempo indeterminato ha registrato un’impennata dopo l’entrata in vigore del decreto n. 23/2015: possiamo considerarlo almeno come un indizio di efficacia della nuova disciplina dei licenziamenti, su questo terreno. In ogni caso, nel corso di questi primi mesi, sul terreno dell’aumento dei contratti a tempo indeterminato si è verificata la prima netta inversione di tendenza rispetto a quarant’anni di progressivo aumento del precariato e accentuazione del dualismo tra protetti e non protetti. Quanto all’aumento complessivo dell’occupazione – dati Istat -, che c’è, è davvero difficile oggi dire se e in quale misura esso sia imputabile alla riforma, oppure invece a una causa congiunturale».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Quando un imprenditore ha sperimentato una persona per tre anni, magari investendo sulla sua formazione, se questa si è si è inserita bene nell’organizzazione aziendale non la licenzia di certo perché cessa un beneficio contributivo di qualche decina di euro al mese. Spero, comunque, che nel disegnare il prolungamento di questa misura di riduzione del cuneo fiscale e contributivo per i prossimi anni il Governo preveda una riduzione graduale dopo il primo anno: questo eviterà l'”effetto scalino” che si produce quando il bonus cessa improvvisamente tutto insieme».

Dopo il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«Con l’entrata in vigore degli ultimi quattro decreti attuativi, si è completata la riscrittura della disciplina dei rapporti individuali di lavoro. La battaglia per il Codice semplificato continua, ma la prossima tappa ovviamente non può collocarsi nel breve termine: altrimenti invece di semplificare la vita agli imprenditori e ai lavoratori, la complicheremmo. Ora, invece, si apre il capitolo della riscrittura dei rapporti collettivi».

Che cosa significa?

«Occorre un nuovo ordinamento della contrattazione collettiva, della rappresentanza e della partecipazione nei luoghi di lavoro. E anche alcune nuove regole in materia di sciopero nei servizi pubblici e di assemblea sindacale. Il lavoro su questi temi in Parlamento è già in parte avviato, anche se su contrattazione e rappresentanza attendiamo di vedere se il sistema delle relazioni industriali riesce a produrre entro questo autunno un “avviso comune” coerente con gli obiettivi della riforma».

Quali sono gli obiettivi, su questo terreno?

«Spostare il baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, conservando al contratto nazionale la funzione di disciplina di default: si applicherà in tutti i casi in cui non ci sia un contratto stipulato a un livello più vicino al luogo di lavoro che lo deroghi o addirittura lo sostituisca interamente. Questo deve consentire l’insediamento in Italia anche di imprese con piani industriali fortemente innovativi in materia di struttura della retribuzione, di inquadramento professionale, di partecipazione dei lavoratori ai guadagni di produttività e di redditività dell’azienda. Il sindacato dovrà imparare sempre di più a guidare i lavoratori nella valutazione del piano industriale e, se la valutazione sarà positiva, nella negoziazione della scommessa comune con l’imprenditore su quel piano. Da qualsiasi parte del mondo venga».

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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