II nuovo collocamento è vecchio di vent’anni

impiegoCon la pubblicazione degli ultimi quattro decreti legislativi, il governo ha dichiarato di aver concluso il Jobs Act, avendo probabilmente accantonato l’idea di introdurre un compenso orario minimo come previsto dalla legge delega. Si tratta di un poderoso intervento normativo, costituito da una legge delega di un articolo e ben 15 commi distinti in numerose lettere, otto decreti delegati con 246 articoli complessivi, a cui dovranno seguire numerosi provvedimenti attuativi, toccando tutti gli ambiti del diritto del lavoro.
Sebbene tutti gli effetti del Jobs Act non si possano vedere subito, un primo giudizio può essere dato soprattutto per verificare almeno se i principi della legge delega siano stati rispettati.

In estrema sintesi, il Jobs Act si proponeva di spostare le tutele dal rapporto di lavoro al mercato del lavoro, rendendo più flessibile il contratto a tempo indeterminato, rafforzando il sistema degli ammortizzatori sociali e costruendo un efficace impianto di politiche attive del lavoro. In questa cornice, la cancellazione dell’articolo 18 avrebbe dovuto essere compensata dalla disponibilità di misure d’integrazione al reddito rafforzate per i periodi di disoccupazione per licenziamento. Misure, è bene chiarirlo, la cui durata dovrebbe essere limitata da un efficace sistema di politiche attive capace di ricollocare facilmente e rapidamente gli stessi disoccupati. L’obiettivo di rendere più appetibile il contratto a tempo indeterminato è stato sicuramente raggiunto, anche al di là del robusto incentivo che sta rendendo conveniente la trasformazione dei contratti a termine già in essere.

Le imprese hanno espresso parere positivo sulla cancellazione dell’articolo 18, indicandola come quella misura che da sola decreta il successo del Jobs Act. Sicuramente, lo sgravio contributivo dell’ultima legge di stabilità sta amplificando questa percezione e nasconde l’irrigidimento sulle altre formule di flessibilità in entrata, di cui le imprese si renderanno conto quando lo sgravio non ci sarà più. In ogni caso, la nuova disciplina dei licenziamenti è una vera riforma realizzata. Invece, la costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali più universali deve ancora essere verificato dalla disponibilità stabile delle risorse economiche necessarie a finanziarlo, perché quelle attualmente stanziate sembrano insufficienti.

Inoltre, la cancellazione della cassa in deroga richiede l’ulteriore verifica che i nuovi ammortizzatori in costanza di rapporto siano altrettanto efficaci per affrontare le crisi temporanee sospendendo i rapporti di lavoro anziché risolverli. Infine, la costruzione di un nuovo sistema di politiche attive capace di collocare o ricollocare rapidamente i lavoratori disoccupati può essere considerata la più grande occasione mancata dal Jobs Act.
Lo spostamento dell’asse per le politiche del lavoro da quelle passive a quelle attive non è stato affidato alla capacità dei servizi all’impiego pubblici e privati di fornire un’assistenza intensiva per trovare o ritrovare lavoro.

Al contrario è stato affidato soprattutto alla capacità degli operatori dei centri pubblici per l’impiego di sollecitare i disoccupati ad attivarsi a trovare lavoro. In questo caso le lancette dell’orologio della storia sono state spostate indietro di vent’anni, al collocamento, con il rischio però che oggi possa essere perfino peggio di allora.

Fonte: Gianni Bocchieri per liberoquotidiano.it

 

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