Treu: « Jobs Act , missione compiuta. E anche rapidamente. Ma bisogna trovare le risorse per ammortizzatori e politiche attive»

treu

Da questa settimana sarò personalmente impegnato nella presentazione delle nostre interviste ai Job Opinion Leader sostituendo la nostra Sonia Palmeri che ha dovuto lasciare l’incarico per la Sua recente nomina all’impegnativo e delicato ruolo di Assessore al Lavoro ed alle Risorse Umane della Regione Campania. A Sonia auguriamo di trasfondere le Sue energie positive alla nostra Regione così come ha saputo fare nella nostra Azienda, rendendola tra le protagoniste della scena del mercato del lavoro in Italia.

Oggi abbiamo l’onore di avere l’opinione del padre del moderno mercato del lavoro in Italia. Da Lui prende il nome della riforma che ha introdotto l’operatore privato in questo mercato attivando una serie di virtuosi comportamenti competitivi che hanno contribuito a renderlo moderno.
Tiziano Treu ci fornisce un Suo prezioso contributo all’analisi ed alla comprensione del Jobs Act sopratutto in riferimento a quanto ancora occorre per rendere il mercato del lavoro in Italia funzionante ed efficiente.

Buona lettura

Ultimo intervento su Job opinion leader

Michele Amoroso
Amministratore Unico
generazione vincente S.p.A.

 

 

Intervista in esclusiva per generazione vincente a cura di Angelo Raffaele Marmo

«Il Jobs Act è un’operazione di innovazione significativa e profonda condotta in porto compiutamente e in poco tempo». Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro, più volte senatore dell’Ulivo e del Pd, giuslavorista riformista (suo il primo grande intervento di modernizzazione del diritto del lavoro in Italia, nel 1996, con il pacchetto che porta proprio il suo nome), dà una valutazione netta e definita del percorso di riforma delle regole del lavoro portato avanti nei mesi scorsi e arrivato ormai in porto. «Attenzione, però – incalza – a non far mancare le risorse per far decollare davvero i nuovi ammortizzatori e l’Agenzia per l’occupazione e le politiche attive».

Professor Treu, possiamo tirare le prime somme e fare un primo bilancio complessivo.

Vorrei subito sottolineare che è la prima volta che un percorso così complesso si completa in tempi relativamente rapidi. Noi abbiamo avuto innumerevoli interventi che si sono succeduti nel corso del tempo, creando spesso incertezza. Ora, invece, ci troviamo di fronte a un insieme compiuto e chiuso di norme definito in pochi mesi. Sul piano del contenuto, poi, con il Jobs Act si riforma un ambito importante e ampio del diritto e del mercato del lavoro all’insegna di linee-guida europee. E’ un’operazione che avremmo dovuto fare da anni, ma che invece è stata più volte rinviata o realizzata in maniera parziale, spesso con misure contraddittorie modificate a ogni cambio di governo. Ora, al contrario, il disegno è arrivato in porto compiutamente e di questo ci danno atto anche negli altri Paesi.


Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

Si possono segnalare tre-quattro cambiamenti strutturali. Il primo riguarda le flessibilità. Finalmente c’è una risposta chiara al capitolo dei licenziamenti: qualche innovazione in materia si era avuta con la riforma Fornero e anche prima. Ma ora finalmente abbiamo superato questo tormentone dell’articolo 18 e della reintegrazione del lavoratore. Non vi sono più margini di incertezza. La seconda novità rilevante tocca la flessibilità nella gestione del rapporto di lavoro: quella cosiddetta interna, relativa, per esempio, alla possibilità di modificare le mansioni del lavoratore o ai cosiddetti controlli a distanza. Altrettanto significativa è la revisione del sistema di protezione che attiene agli ammortizzatori sociali: oggi, con le ultime norme, possiamo dire di avere un sistema di sicurezza quasi universale, con l’estensione delle reti di tutela anche ai settori e agli ambiti prima scoperti.

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

L’aspetto più negativo è quello che concerne le risorse disponibili. Il nuovo sistema di ammortizzatori va bene, come ho appena accennato, ma è poco finanziato. L’indennità di disoccupazione dura poco, meno che in altri Paesi. E, per di più, sono scarse anche le risorse destinate alle politiche attive.

Vi sono capitoli, infatti, proprio come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

Bisogna vedere se quanto previsto dalla legge potrà funzionare, perché, come in altri casi, le norme vanno anche bene, ma poi nella loro attuazione si registrano limiti e inefficienze. Questo è particolarmente dirimente proprio per le politiche attive, perché abbiamo servizi per l’impiego variamente efficaci o inefficaci a seconda dei territori. Voglio dire che, in fondo, le altre norme si applicano da sole. Il vero problema, invece, riguarda le politiche attive. Perché siano efficaci,  ci vuole  una macchina dei servizi per l’impiego che funzioni al meglio, ma sappiamo che non c’è o è presente in maniera diseguale. L’ostacolo maggiore è costituito dalle regioni che sono attori che non hanno unità di intenti: ci sono modelli diversi, quello lombardo, quello emiliano, per non dire di regioni che proprio non hanno fatto niente. E’ per questo che opportunamente la riforma costituzionale propone di superare questa situazione e di riportare allo Stato le competenze in materia. D’altra parte, anche in Germania – che è a struttura federale – queste materie sono affidate allo Stato.

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

Le due misure vanno nella stessa, giusta, direzione. Si tratta di due incentivi – uno normativo e uno economico – a favore del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Questo dovrebbe essere riconosciuto anche da chi, come la Cgil o la sinistra Pd, critica il Jobs Act. Abbiamo sempre tutti sostenuto che bisognava favorire la trasformazione dei contratti a termine e precari in contratti stabili: ebbene, con i due interventi questo accade. Gli stessi numeri di questi primi mesi cominciano a essere significativi. Naturalmente, manca ancora qualcosa: un po’ di crescita dell’economia. Perché – intendiamoci – la legge da sola non crea lavoro, può favorire i processi di trasformazione e stabilizzazione dei rapporti di lavoro, ma quel che serve per la nuova occupazione è innanzitutto la crescita».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

Certo, se il bonus dovesse finire a fine anno, il boomerang ci sarebbe, Ma proprio per evitare questo rischio, ritengo che sarà necessario continuare a mantenerlo, magari anche con un leggero decalage, ma sicuramente mantenerlo. Se finisse improvvisamente, avrebbe avuto solo l’effetto di una droga.

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

Che cosa manca? Per la parte delle relazioni industriali, si tratta di vedere se sindacati e associazioni imprenditoriali riescono a mettersi d’accordo e a far funzionare il protocollo sulla rappresentanza che hanno definito e a concordare su un nuovo modello contrattuale. In questo caso, governo e legislatore non devono fare altro. Ma si è già fatto intendere anche che se le parti sociali non dovessero essere capaci di dare attuazione all’intesa sulla rappresentanza, il governo e il legislatore non resterebbero a guardare. Più complesso, invece, ipotizzare un intervento legislativo sulla contrattazione: c’è sempre il limite dell’articolo 39 della Costituzione.

In questo quadro, anche partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe?

Per quanto riguarda il reddito minimo: penso che sia una riforma di complessa e delicata definizione e attuazione, innanzitutto per quanto attiene ai profili della gestione e dei controlli. I costi possono diventare addirittura insostenibili. Quanto alla partecipazione, io sono tra quelli che l’ha sempre sostenuta. Avevamo definito anche proposte bipartisan. Poi sono rimaste lì. C’è sempre resistenza da parte degli imprenditori e nell’ambito del sindacato non mancano le timidezze anche dalla Cgil. Di certo, si stanno realizzando intese di partecipazione a livello territoriale: per esempio in Emilia in imprese con capitale tedesco. Sono casi singoli. Mentre servirebbe di sicuro una legislazione di sostegno generale alla partecipazione.

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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