Massagli : «Il Jobs Act? Una riforma a innovazione decrescente»

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Intervista in esclusiva per generazionevincente.it a cura di Angelo Raffaele Marmo

«Parafrasando la più dirompente novità di questo progetto di riforma si può dire che il Jobs Act è stato un intervento di forza innovativa decrescente»

E’ secco e immediato il giudizio di Emmanuele Massagli, giovane Presidente di Adapt, uno dei principali centri di ricerca e di studio sul diritto del lavoro e le relazioni industriali in Italia.

Dal suo osservatorio privilegiato, il primo bilancio sul Jobs Act, dunque, è fatto più di ombre che di luci?

«Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti segna un punto di svolta del nostro diritto del lavoro, enfatizzato dalla (temporanea) generosità dell’esonero contributivo per i nuovi assunti; gli interventi su NASpI e cassa integrazione correggono alcune storture che era giusto raddrizzare; gli altri decreti hanno poca o nulla carica riformatrice e molta confusione tecnica»

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

«Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e quindi, sostanzialmente, il superamento (seppure per “svuotamento” e non per abrogazione) dell’articolo 18 e’ una novità tanto dirompente, quanto attesa. Non certo la medicina per tutti i mali, ma un forte segnale di modernizzazione. Parimenti interessante era la prima versione del contratto di ricollocazione, quando si immaginava di renderlo fruibile solo per i licenziati con la nuova normativa. Purtroppo la versione definitiva (assegno di ricollocazione) perde molto di quella originalità. Citerei infine il nuovo, e inedito per la nostra legislazione, assegno universale di disoccupazione integrativo della NASpI, l’intervento correttivo sulle mansioni e sulla videosorveglianza (quest’ultimo ancora in schema) e la discussa abrogazione del contratto a progetto».

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

«Il Jobs Act e’ sempre stato presentato come una occasione di modernizzazione del nostro diritto del lavoro. Dopo una legge delega e otto decreti (a cui si sommano un decreto legge e diversi capitoli della Legge di Stabilità) invero si ha l’impressione di aver assistito a una operazione certo coraggiosa in qualche passaggio, ma incapace di stravolgere l’impostazione novecentesca del nostro diritto del lavoro. Ancora una volta si e’ ancorato tutto il dibattito sul contrasto alla precarietà e sul lavoro dipendente, mentre nulla e’ contenuto nel Jobs Act a riguardo di partecipazione, welfare aziendale, lavoro sostenibile, impatto delle tecnologie sull’organizzazione del lavoro, lavoro in mobilità, sharing economy, connessione salari-produttività… ovvero i nodi coi quali si sta confrontando ora la più moderna economia occidentale».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«In linea di massima, un disegno che vuole essere profondamente riformatore deve contenere il minor numero possibile di richiami a decretazione successiva o ad atti amministrativi da emanare. Negli scorsi decenni abbiamo visto più di una riforma essere vanificata da tendenziose interpretazioni amministrative o incagliarsi nei tempi di approvazione dei decreti delegati. Il Governo non dovrà cedere alle continue richieste di mediazione, quindi. Purtroppo, per quanto concerne il decreto sulle politiche attive, questo sarà costituzionalmente impossibile, essendo il tema di competenza delle Regioni (che perciò non possono che essere coinvolte)».

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Sono proprio i numeri di questi mesi (buoni, seppure credo il Governo non si aspettasse un rallentamento dei dati positivi già nel mese di maggio) a confermare che l’esonero contributivo è stato apprezzato dalle imprese ancor più che la semplificazione normativa delle conseguenze del licenziamento. Notevole è stata la crescita dei contratti a tempo indeterminato (motivata per il 90% da trasformazioni) nei mesi di gennaio e febbraio, quando il contratto a tutele crescenti non era ancora norma operativa».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Certamente una così pesante dose di “droga” bisognerà di un graduale periodo di disintossicazione. Il Governo ha scommesso sulla ripresa: se in questi tre anni, per motivi certo non connessi alla decontribuzione del lavoro, l’economia riprenderà, le imprese non licenzieranno; così non fosse i problemi del nostro mercato del lavoro saranno di tale portata e gravità che questo sarebbe forse uno dei mali minori. Il rischio del licenziamento tra tre anni non è in ogni caso un buon motivo per non incoraggiare creazione di posti di lavoro adesso!».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«No, per la piega che ha preso nella seconda metà del suo periodo di attuazione il Jobs Act non può ambire ad essere l’atto (definitivo) di modernizzazione del nostro diritto del lavoro. Ha compiuto modifiche necessarie, anche scomode, ma non ha ribaltato gli assunti di base del nostro diritto del lavoro, la cui obsolescenza non sta solo nelle soluzioni tecnico-giuridiche, ma anche in alcuni postulati novecenteschi alla base».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«Il Governo non nasconde di voler intervenire sulle regole delle relazioni industriali e probabilmente ha in cantiere una legge su salario minimo, rappresentanza e sciopero. La materia è delicatissima e un intervento scomposto potrebbe mandare all’aria l’equilibrio legge-contratto su cui si fonda il nostro diritto del lavoro, nonché svuotare di significato il ruolo e la funzioni di sindacati e associazioni datoriali. Non sono dossier che si affrontano cristallizzando in norma teorie da libro di testo: inevitabilmente occorre un confronto (anche non pubblicizzato) con le parti sociali».

Una considerazione conclusiva e una di prospettiva.

Il Jobs Act è un intervento coraggioso che non riesce ad affondare il colpo vincente. Attenzione a due tendenze, invero già in atto e che interessano tutto il mondo occidentale, che i decreti del Jobs Act più o meno volontariamente incoraggiano. La prima è lo spostamento della contrattazione addirittura a livello individuale; la seconda è la marcata disintermediazione del lavoro, il superamento dei corpi intermedi. Entrambe queste linee evolutive, enfatizzate dagli interventi dell’ultimo periodo, procedono dalla parte opposta rispetto alla direzione tradizionale del nostro diritto del lavoro e questa inerzia può essere più stravolgente di qualsiasi intervento normativo di dettaglio.

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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