Cazzola: «Il contratto a tutele crescenti è la vera svolta, ma urge cambiare il decreto sulle politiche attive»

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Intervista in esclusiva per generazionevincente.it a cura di Angelo Raffaele Marmo

«Non c’è dubbio: il contratto a tutele crescenti rappresenta il passaggio-chiave del Jobs Act. Ma non vorrei che questa innovazione profonda e radicale nelle regole del lavoro venisse mutilata da un esito finale non altrettanto all’altezza in materia di politiche attive».

«Per dare una valutazione compiuta è importante attendere il completamento dell’iter legislativo degli schemi varati recentemente. Il mio giudizio è complessivamente positivo, anche se il disegno generale, iniziato con l’exploit del contratto a tutele crescenti rischia di finire un po’ ‘’a coda di pesce’’ per effetto del testo istitutivo dell’ANPAL, che è parecchio deludente. Ci sono però delle giustificazioni. L’Agenzia è inquadrata in un progetto di centralizzazione delle politiche attive che necessità di una revisione costituzionale che ancora non c’è. Poi, mentre in altri casi (penso proprio al contratto di nuovo conio) è stato sufficiente cambiare le norme, nel campo delle politiche attive il Governo è stato costretto a fare i conti con le strutture e il personale esistente. Ma ne esce comunque un pasticcio: una sovrastruttura nazionale che coordina le Regioni, le quali restano, per ora, le titolari dei poteri. Sarebbe stato più opportuno posticipare i termini di esercizio della delega a riforma costituzionale avvenuta».

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

«La ciliegina sulla torta è sicuramente il decreto n.23 sul contratto a tutele crescenti. Vi è contenuta una svolta di carattere radicale sul terreno delicatissimo del licenziamento individuale. La sanzione normale del licenziamento illegittimo diventa l’indennità risarcitoria, peraltro commisurata all’anzianità di servizio (il che lega ulteriormente le mani ai giudici).

 Vedremo come la giurisprudenza affronterà il caso della   insussistenza del fatto materiale (che è il solo che consente la reintegra oltre al quello del licenziamento nullo, discriminatorio o intimato in forma orale). Può accadere che nella determinazione del fatto materiale non vi sia alcun elemento di responsabilità del lavoratore (pensiamo a ritardo di un treno). Si potrà procedere ugualmente al licenziamento? Sarebbe stato molto più corretto prevedere una forma di opting out ovvero di consentire al datore di lavoro condannato di optare per una più consistente sanzione economica».

Ci sono altri aspetti significativi?

«Io mi sono soffermato molto sul provvedimento che ha suscitato il dibattito più intenso. Credo che vadano segnalati altri aspetti che in qualche modo proseguono ed integrano quanto disposto dalla legge n.92, la riforma Fornero. Mi riferisco alla riforma dell’Aspi e in generale della materia della disoccupazione e alla razionalizzazione della cassa integrazione. Si tratta di misure che, da un certo punto di vista, estendono le tutele ma ne redistribuiscono gli effetti e ne responsabilizzano i soggetti interessati. Altri provvedimenti – penso al decreto sulla conciliazione – sono soltanto aria fritta».

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

«Il limite più grave è certamente, nel caso del contratto a tutele crescenti, la differenza tra vecchi e nuovi assunti, ma questa scelta fa parte delle regole del gioco. Poi, a voler dire qualche cosa di sinistra, diversamente dalla riforma Fornero, c’è uno squilibrio tra vecchie tutele che vengono meno e nuove che si aggiungono. Ma anche questo ha una spiegazione nella limitatezza delle risorse disponibili. È comunque un bene che la questione delle forme contrattuali sia stata affrontata con ragionevolezza, compresi anche i contratti a progetto».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Come già detto, ci sono dei nodi strutturali ed istituzionali da risolvere. La vicenda assurda che ha riguardato le Province – che avevano la direzione dei Centri per l’impiego – non ha certo aiutato la situazione. Poi  c’è da recuperare una ‘’capacità di fare’’ che il sistema pubblico e privato non ha. Bisogna scegliere un modello: collaborativo o competitivo. Oggi c’è confusione tra questi due modelli».

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Certamente il bonus ha influito tantissimo, probabilmente in modo prevalente. Va comunque sottolineato che adesso l’incentivo economico si sposa con la fine di un disincentivo normativo (la disciplina del licenziamento di cui all’art.18)».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Il problema si porrà già nel 2016. Perché sono le assunzioni o le trasformazioni compiute nel 2015 ad aver assicurata la decontribuzione per un triennio. Il Governo ha promesso che farà qualche cosa, ma che non ripeterà meccanicamente la misura contenuta nella legge di stabilità».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«Bisogna porsi il problema della riforma della contrattazione collettiva. Io non credo nell’utilità di una legge, penso piuttosto al ruolo delle parti sociali. A mio avviso  sono già nell’ordinamento i capisaldi della rigenerazione di un sistema di relazioni industriali, tale da valorizzare e proseguire l’esperienza che lo ha connotato dal 1948 ad oggi: in primo luogo l’articolo 19 della legge n. 300 del 1970 come reinterpretato, dopo le  vicissitudini Fiat/Fiom, dalla sentenza Cost. n.231 del 2013 che ha dettato i criteri basilari per il riconoscimento della ‘’maggiore rappresentatività’’ alla luce degli effetti del referendum del 1995; in secondo luogo, l’articolo 8 del decreto legge n. 138 del 2011 che ha stabilito le condizioni e i limiti entro cui un accordo aziendale può derogare (anche in pejus) alla disciplina legislativa dei rapporti di lavoro.  Infine, il Testo unico sulla rappresentanza che dà seguito al protocollo d’intesa sulla rappresentatività e chiude (o almeno potrebbe farlo) le questioni attinenti ai processi di decisione e di applicazione dei contratti».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«Ho molto apprezzato che, nell’attuazione del Jobs act, per ora sia stato accantonato il problema del compenso orario minimo previsto nella delega. Un Paese che non sa occuparsi adeguatamente dei disoccupati e che non sa sviluppare politiche attive adeguate non è in condizione di pensare all’introduzione di redditi di cittadinanza se non in termini inclusivi di lotta alle povertà estreme».

Quale lezione per il futuro si può trarre dall’ultima stagione riformatrice?

«La cosa che giudico più importante del dibattito di questi mesi è quella del contesto complessivo in cui si è svolto. Si è dimostrato che l’Italia era più pronta al cambiamento di quanto si pensasse. Ad alzare i toni la sinistra politica sindacale ha commesso un errore fondamentale. Ha finito per dare maggiore importanza alle riforme di quella che meritavano in sé le norme di legge».

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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