Sacconi : «Il Jobs Act e la “buona scuola”, strumenti per sostenere le competenze, l’occupabilità e la protezione delle persone nelle sfide del mercato del lavoro»

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Intervista in esclusiva per generazione vincente a cura di Angelo Raffaele Marmo

Il Jobs Act è un percorso di riforma ormai quasi completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Possiamo tirare le somme con i principali protagonisti e analisti della lunga stagione di modernizzazione del mercato e delle regole del lavoro che, almeno per questa fase, si sta concludendo in queste settimane. Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro, oggi presidente della Commissione Lavoro di Palazzo Madama, una vita dedicata all’innovazione sul fronte delicato e insidioso del lavoro, è sicuramente uno dei registi anche di questa ultima, rilevante «rivoluzione».

Presidente Sacconi, qual è il primo bilancio complessivo che si può fare ora che siamo vicini al traguardo dell’attuazione del Jobs Act?

«Il Jobs Act è un percorso di riforma che si collega con quello che analogamente vuole cambiare il sistema educativo. Gli obiettivi sono condivisibili perché riguardano da un lato la riregolazione dei rapporti di lavoro e, dall’altro, la protezione del lavoratore soprattutto nel complesso del mercato del lavoro attraverso l’accesso a competenze che lo rendano occupabile».

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

«La nuova disciplina dei rapporti di lavoro si ricollega, dopo la negativa discontinuità della legge Fornero, al percorso avviato da Marco Biagi. Rimane in vita una pluralità di modelli contrattuali, viene semplificata la modulazione dell’orario di lavoro, sono più semplici i contratti a termine, è migliorata la regolazione dei licenziamenti “economici” e “disciplinari” nei contratti permanenti. Per altro verso sono razionalizzati gli ammortizzatori sociali e viene fortemente sottolineata l’integrazione tra scuola e lavoro, tra apprendimento teorico e conoscenze pratiche».

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

«Nel tempo che viviamo sarebbe necessaria una regolazione ancor più flessibile, ancor più semplice, ancor più certa. Così da incoraggiare le assunzioni. Ad esempio, merita di essere semplificata la gestione del rapporto di lavoro con riguardo alla salute e sicurezza del lavoratore. Meno adempimenti formali, più certezza delle disposizioni, più differenziazione tra i diversi gradi di complessità dell’impresa, possono produrre nell’imprenditore più attenzione agli aspetti sostanziali della sicurezza».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Il cuore delle nuove politiche attive deve essere il voucher a disposizione del disoccupato e dell’inoccupato affinché possano scegliere liberamente il servizio di orientamento, collocamento e formazione di cui avvalersi nella prospettiva di una sua remunerazione prevalente a risultato. L’ostacolo è rappresentato dalla frammentazione istituzionale delle competenze tra le varie Regioni e dalla resistenza che in esse si manifesta verso una politica che metta in competizione tra di loro tutti i servizi affinché non siano più autoreferenziali».

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Le assunzioni si sono prodotte non dal primo gennaio 2015 con l’entrata in vigore dello sgravio contributivo ma dal mese di aprile con l’entrata in vigore delle nuove regole sui licenziamenti. Non mi convincono incentivi eccessivi e temporanei che possono dare luogo a comportamenti distorti. Preferisco una progressiva riduzione strutturale del costo indiretto del lavoro e una marcata detassazione del salario variabile collegato con la produttività nella singola impresa. Il mercato è comunque ancora stabile e porta a ritenere che per fare più occupazione si devono riattivare i consumi interni riducendo la pressione fiscale sulle famiglie, a partire da quella sul mattone».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Dipende da ciò che faremo con la prossima Legge di stabilità».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«Dobbiamo uscire completamente dal vincolo solo italiano della possibile reintegrazione del lavoratore licenziato sostituendola sempre con la sanzione pecuniaria. Per altro verso dobbiamo riportare tutte le competenze in materia di lavoro allo Stato e dimostrare di essere capaci di non lasciare solo chi cerca un lavoro».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«La riforma della contrattazione è il complemento necessario delle riforme pubbliche perché tocca alle parti sociali alzare la produttività collegando ad essa i salari in modo che questi crescano riducendo allo stesso tempo il costo del lavoro per unità di prodotto. Questo significa uscire dal tempo dei rapporti conflittuali ed entrare nella dimensione cooperativa-partecipativa del rapporto tra i lavoratori e la loro impresa, avendo essi garanzia che ne condivideranno non solo le fatiche ma anche i risultati. Il legislatore deve al più produrre norme leggere di sostegno alla libera contrattazione come l’articolo 8 della manovra economica dell’estate 2011. Il reddito di cittadinanza è invece un istituto incoerente con la nostra cultura perché può solo accentuare la “trappola della povertà”. La povertà si individua in prossimità non solo in base ad indicatori economici ma anche di contesto e si previene o si contrasta in prossimità mobilitando enti locali e volontariato. Servono certamente più risorse a questo scopo anche perché essa è aumentata».

Quale lezione, in conclusione, si può trarre dalle riforme che complessivamente hanno riguardato il mercato del lavoro e le sue regole in questi anni?

«Viviamo una curva della storia nella quale i decisori non devono limitarsi a governare o protestare alla giornata. Saranno in pace con se stessi e verranno ben ricordati se avranno saputo prendere decisioni lungimiranti e discontinue, pronti a farsi giudicare non in base all’emozione immediata ma sulla base dei risultati in termini di benessere sostenibile – non solo materiale – delle persone»

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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