Non dimentichiamo il flop definitivo dei centri pubblici per l’impiego [G. Bocchieri]

Non dimentichiamo il flop definitivo dei centri pubblici per l’impiego [G. Bocchieri]

Se per giudicare il contratto a tutele crescenti dobbiamo ancora attendere il consolidamento delle tendenze, soprattutto relative alle trasformazioni dei contratti a termine, il vero tasso di riformismo del Jobs Act lo si può già misurare con l’approvazione dello schema di decreto delegato di riordino dei servizi per il lavoro. Come sempre, non ne basterà una sola lettura, ma si può già dire che il tasso di neo-centralismo e di neo-statalismo nella proposta di organizzazione del mercato del lavoro è più elevato di ogni peggiore previsione.

In sostanza, il governo ha riportato il pendolo della storia indietro di venti anni, riassegnando al Ministero del Lavoro il potere di regolare il mercato del lavoro, distribuirne le funzioni, monitorare e valutare le politiche del lavoro attraverso l’Agenzia nazionale per l’occupazione. Giustificazione suprema di questo nuovo modello è l’incontestabile necessità di garantire l’esercizio del diritto di accesso al lavoro, dalle Alpi a Lampedusa, attraverso la definizione dei famosi livelli essenziali delle prestazioni, i Lep, in nome dei quali il decreto prevede dettagliatamente tutte le attività che i servizi al lavoro dovranno realizzare Ciò che è ideologico e neo-statalista è l’idea che la definizione dei Lep debba includere anche l’obbligo delle Regioni di istituire loro articolazioni, loro uffici territoriali aperti al pubblico, denominati Cenni pubblici per l’impiego. In altre parole, questo governo ritiene che solo i centri pubblici per l’impiego ovvero solo gli uffici pubblici possano garantire l’esercizio dei diritti di cittadinanza, disconoscendone la stessa possibilità ai servizi privati autorizzati ed accreditati, che vengono funzionalmente ed anche gerarchicamente sottoposti alla centralità della struttura pubblica. In ogni caso, al di là di ogni visione politica, questa proposta va contro il principio di realtà, perché non tiene conto dell’effettiva condizione in cui versano ora i Centri pubblici per l’impiego e della loro capacità gestionale e realizzati-va di servizi diversi dalla gestione burocratica del mercato del lavoro, soprattutto dopo i provvedimenti Delrio di cancellazione delle Province.

L’altro vero indice dell’attitudine riformista di questo governo sarebbe stato la capacità di far diventare il contratto di ricollocazione uno strumento di politica attiva universale, attraverso cui spostare l’asse degli interventi e degli investimenti pubblici dalle politiche passive alle politiche attive. Invece, siamo lontani dalla costruzione di un sistema per cui a ciascun beneficiario della politica passiva (Naspi, Asdi, Discoll, Aassdd e via dicendo) si assegna un voucher di ricollocazione, spendibile presso una rete di operatori pubblici e privati accreditati, incassabile a risultato occupazionale ottenuto, con la condizionalità come chiave di volta per spendere meno risorse in politiche passive e più in politiche attive.

Al contrario, il modello proposto affida l’uscita dallo stato di disoccupazione soprattutto alla capacità dei dipendenti dei Centri pubblici per l’impiego di sollecitare, spingere e sanzionare i disoccupati nella loro ricerca di un nuovo posto di lavoro, cercando di importare il modello dell’Agenzia nazionale tedesca, sebbene l’italico efficientismo burocratico italiano sia molto distante da quello teutonico-prussiano.

 

Fonte: a cura di Gianni Bocchieri per liberoquotidiano.it 

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