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La pandemia ha riscritto il lavoro: ora la flessibilità è un “must”

La pandemia e lo smart working hanno riscritto le modalità di lavoro e "abituato" le persone a nuovi modelli più conciliabili con la vita personale. Ora i parametri di soddisfazione sono altri

La pandemia ha riscritto il lavoro: ora la flessibilità è un “must”

La crescita dei livelli di occupazione ad un tasso simile al periodo pre-pandemico e una nuova consapevolezza sull’importanza del rapporto tra lavoro e qualità della vita ha contribuito nel 2021 ad un aumento delle dimissioni da parte dei lavoratori. Un fenomeno che è stato chiamato “Great Resignation”, e che denota un cambiamento nella percezione mondiale del benessere legato alla professione. Il Covid-19 ha messo in luce la fragilità nel rapporto datore di lavoro-dipendente, stimolando continue auto-introspezioni sul lavoro che si svolge, su come lo si fa e persino sul perché. Secondo un’indagine condotta da Bain & Company, il 58% dei lavoratori a livello globale ritiene che la pandemia li abbia costretti a ripensare l’equilibrio tra lavoro e vita personale. Un cambiamento di portata così grande necessita di tempo per essere elaborato, ma il punto della questione è: come si può edificare un nuovo modello di lavoro che sia al tempo stesso sostenibile, soddisfacente e di successo?

La ricerca

Ha provato a dare una risposta una ricerca condotta da Bain&Company, una società di consulenza strategica fondata nel 1973 a Boston. Il rapporto, dal titolo “The Working Future: More Human, Not Less”, si basa su una ricerca annua condotta su 20.000 lavoratori. Sono state realizzate interviste approfondite con più di 100 persone provenienti da diversi ceti sociali negli Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, Cina, India, Brasile, Indonesia e Nigeria (paesi che rappresentano circa il 65% del PIL globale) e centinaia di conversazioni con i dirigenti, che hanno messo in evidenza dati interessanti.

La flessibilità è il nuovo “must”

La pandemia e la diffusione dello smart working e del lavoro ibrido hanno riscritto le modalità di lavoro e “abituato” le persone a nuovi modelli più conciliabili con la vita personale. Questo, unitamente al miglioramento degli standard della vita negli ultimi 150 anni, sta contribuendo ad alzare l’asticella delle aspettative che un luogo di lavoro dovrebbe soddisfare. Infatti, nonostante il compenso sia ancora sul podio delle priorità per la maggior parte dei lavoratori, in Italia solo un lavoratore su cinque lo considera il fattore principale per la scelta di un lavoro. È la flessibilità, invece, ad assumere un’importanza sempre più rilevante. Per il 12% dei lavoratori italiani è addirittura il primo motivo per scegliere un’occupazione.

Obiettivo: riumanizzare il lavoro

La ricerca ha messo in evidenza un’esigenza primaria: quella di riumanizzare il modo in cui si pensa il lavoro. L’uomo, che molti anni fa era un fattore di produzione nella macchina dell’azienda, oggi è un mattone essenziale della stessa. Ecco perché è fondamentale sviluppare una comprensione più profonda dei lavoratori, abbracciando le loro speranze, i desideri, le potenzialità e il loro stato emotivo.

Dalla caccia di talenti allo “sviluppo” di talenti

Il compito delle aziende ora non sarà più quello di reperire talenti all’esterno, ma di forgiarli da sé, investendo sulla formazione e sull’apprendimento, destinando fondi e tempo ai percorsi di carriera. I leader aziendali dovranno studiare i profili dei propri lavoratori per riorganizzare i flussi di lavoro e aiutarli ad utilizzare al meglio le loro inclinazioni.

Leggi anche: Sindrome da Burnout, quando il lavoro “brucia”: cos’è e come evitarla

Sull' autore

Federica Barbi
Federica Barbi 35 posts

Laureata in Lettere Moderne all’Università Federico II di Napoli, Giornalista e Social Media Manager. "Gioco" con le parole da tutta la vita. Ogni giorno provo ad usarle con armonia: “La comunicazione non è quello che diciamo, bensì quello che arriva agli altri”

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