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Lavoro ibrido e intelligenza emotiva: a che punto siamo?

Uno studio americano fa il punto, a due anni dalla pandemia, sull'efficacia e la gestione del lavoro ibrido da parte dei leader aziendali

Lavoro ibrido e intelligenza emotiva: a che punto siamo?

Dopo due anni di pandemia, il lavoro ibrido è diventata una modalità di lavoro flessibile sempre più utilizzata dalle piccole e medie imprese internazionali. Se lo smart working prevede lo svolgimento dell’attività lavorativa esclusivamente da remoto, nel modello ibrido il lavoratore opera in parte da casa e in parte presso la sede aziendale.

Questo modello nel mondo pre-pandemico era molto poco utilizzato, ma come sta andando l’esperimento dopo due anni di rodaggio? In Italia, ad esempio, nella fase più acuta della pandemia, più di 6 milioni e mezzo di lavoratori (un terzo del totale) hanno lavorato a distanza, coinvolgendo circa il 58% delle PMI (Fonte: Osservatorio Smart Working – Politecnico di Milano).

Questo nuovo modus di lavorare, sempre secondo l’Osservatorio Smart Working, sarà mantenuto anche dopo la pandemia, coinvolgendo 700mila lavoratori delle PMI e 970mila delle microimprese.

Ma, attualmente, quali sono i feedback prodotti dal primo impatto con questa nuova modalità di lavoro?

La ricerca americana

Secondo uno studio condotto dal Capgemini Research Institute, tutto dipende dalla prospettiva.

Per i leader aziendali l’esperimento del lavoro ibrido è stato un successo (il 69% la pensa così). Ma non sono dello stesso parere i dipendenti, visto che solo uno su due ritiene che il passaggio allo smart working sia stato proficuo e gestito bene dal sistema.

Questa divergenza di opinioni mostra come le modalità di lavoro ibride stiano mettendo alla prova l’intera struttura organizzativa del lavoro.

Ma cosa va migliorato?

L’intelligenza emotiva

La risposta è in uno dei principali lavori di Daniel Goleman: l’intelligenza emotiva.

Secondo lo studio del Capgemini Research Institute, il lavoro ibrido pone l’urgenza di spostare maggiormente l’attenzione su nuove leadership aziendali, basate sulla fiducia e sull’empatia con i dipendenti.

Stando a quanto dichiarato dagli intervistati, l’84% di essi sostiene che in questa fase di metamorfosi lavorativa sia fondamentale creare contesti lavorativi basati sulla fiducia reciproca.

Ed è su questo piano che vengono a crearsi le maggiori discrepanze. Il conflitto è tra ciò che i dipendenti percepiscono come bisogno e quello che invece viene manifestato dai loro leader aziendali.

Non a caso, secondo il 75% dei dipendenti intervistati, l’intelligenza emotiva è una qualità fondamentale per un buon capo d’azienda; ma solo il 47% ritiene che i business leader la posseggano.

Eppure, l’intelligenza emotiva, specialmente quella di manager e leader di successo, può porre le basi per un ambiente di lavoro sano, basato su rispetto, condivisione, confronto e crescita personale e collettiva.

In un contesto lavorativo simile è più semplice gestire al meglio lo stress e le situazioni più scomode e difficili e creare un ambiente di lavoro inclusivo, sereno e vincente.

Finora, però, la percentuale di chi utilizza corsi di formazione per migliorare l’intelligenza emotiva è ancora troppo bassa (27% secondo la fonte sopracitata).

È possibile trovare lo studio originale a questo link. 

Leggi anche: Lavoro agile, la circolare del Ministero del Lavoro 

Sull' autore

Federica Barbi
Federica Barbi 35 posts

Laureata in Lettere Moderne all’Università Federico II di Napoli, Giornalista e Social Media Manager. "Gioco" con le parole da tutta la vita. Ogni giorno provo ad usarle con armonia: “La comunicazione non è quello che diciamo, bensì quello che arriva agli altri”

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