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Politiche attive: una doverosa priorità

I dati forniti dall’Istat sono drammatici: un milione di posti persi a causa della pandemia. Servono urgentemente adeguate iniziative di riqualificazione.

Politiche attive: una doverosa priorità

Non occorre aspettare la fine del blocco dei licenziamenti (programmata al 30 giugno secondo il Decreto Sostegni, e al 31 ottobre per i destinatari dell’assegno ordinario e della cassa integrazione in deroga) per vedere gli effetti causati dalla pandemia, ma basta porre attenzione ai dati drammatici dell’Istat, che certifica un milione di posti di lavoro persi, divisi tra lavoratori autonomi, stagionali e con contratti a termine: le politiche attive possono contribuire a invertire questo trend.

A pagare le spese più ingenti sono soprattutto le donne e i giovani, che in questo marasma sono stati sicuramente i più colpiti. A loro e a tutti coloro che hanno bisogno di entrare o di reinserirsi nel mondo del lavoro va garantito un percorso funzionale, efficace e che prenda forma quanto prima. Contemporaneamente va tenuto conto che le imprese hanno bisogno di figure professionali nuove e di competenze continuamente aggiornate, per impieghi che spesso sono a termine perché è complicato fare previsioni di lungo periodo nello scenario attuale.

In questo momento si punta tutti sull’accoppiata vaccinazioni/riaperture, tuttavia il dinamismo del mercato del lavoro è vitale per tutti a prescindere da questi aspetti. Il blocco dei licenziamenti è un ombrello che inesorabilmente si chiuderà (nessun altro Paese lo ha adottato) e il tempo scorre inesorabile. Quando decadrà, ci sarà il “big bang” e non si potrà ricorrere alla sola anestesia della cassa integrazione. Occorrono perciò misure strutturali.

In tale quadro una delle più importanti direttrici da tenere in considerazione per un futuro del mondo del lavoro quanto più inclusivo e tutelante riguarda le politiche attive. Tuttavia, ad un terzo del 2021 ormai trascorso, siamo ancora in alto mare. Lo stesso assegno di ricollocazione, che era previsto in finanziaria con 500 milioni di euro appostati, non ha per ora avuto nessun seguito nella vita concreta delle persone. E il tema è quanto mai urgente, per i lavoratori e per il sistema Paese.

Lo sanno bene le Agenzie per il Lavoro come Generazione Vincente S.p.A., che lavorano quotidianamente fianco a fianco con decine di migliaia di imprese, ne intercettano le esigenze e rispondono tempestivamente e adeguatamente a bisogni di figure professionali e di nuove competenze in continua evoluzione. Lo sanno bene perché ogni anno formano in maniera mirata quasi trecentomila persone, ne conducono a un lavoro circa ottocentomila, con contratti che hanno le tutele e la retribuzione del lavoro dipendente e un tasso di stabilizzazione elevato.

Elvio Mauri, Direttore Generale Fondimpresa, ha ricordato poi che nel testo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si parla di rafforzamento dei fondi interprofessionali ed ha auspicato che tale potenziamento non resti solo su carta.

“Stiamo parlando di un sistema che non è mai diventato maturo”, ha invece evidenziato Enrico Limardo, Direttore della Fondazione Consulenti per il Lavoro, riferendosi alle politiche attive. Limardo ha anche allargato lo sguardo verso gli strumenti istituiti dall’Unione Europea:

“Il SURE (Support to mitigate Unemployment Risk in an Emergency, ndr) è uno strumento pensato non tanto per l’attivazione dei soggetti quanto per il loro sostegno affinché restino nel mercato del lavoro. La sua dotazione è di 27 miliardi di euro ma il nostro Paese ne ha per ora chiesti e spesi solo 5. Lo stesso commissario Paolo Gentiloni ha auspicato che il Sure diventi uno strumento di attivazione strutturale, rifacendosi anche alla politica europea secondo la quale gli strumenti di sostegno non devono essere dei disincentivi all’attivazione dei soggetti”.

L’incognita, secondo Limardo, riguarda sempre la capacità del nostro Paese di utilizzare i fondi, affiancare i lavoratori, riqualificarli e reinserirli nel mercato. “È tempo di inserire gli incentivi in una visione strategica del Paese: se vogliamo andare verso un sistema verde e sostenibile, allora dobbiamo declinare gli incentivi verso queste aree”.

“Altro punto focale – sostiene Alessandro Ramazza, presidente di Assolavoro – per il futuro del lavoro e dell’economia riguarda la necessità di riorientare le politiche verso una formazione di qualità, mirata, attenta alle reali esigenze del mondo del lavoro. Prevedendo, per esempio, l’uso di fondi pubblici per la formazione dei criteri di valutazione dei progetti che tengano dentro il placement conseguente ai corsi. Un’operazione a costo zero con innegabili vantaggi. E – assieme alle altre – urgente.”

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