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Le indicazioni del Ministero del Lavoro sull’integrazione salariale Covid-19 [E.Massi]

Le prime indicazioni del Ministero del Lavoro sugli ammortizzatori sociali con la causale “COVID-19” previsti dal D.L. n. 18 del 17 marzo 2020

Le indicazioni del Ministero del Lavoro sull’integrazione salariale Covid-19 [E.Massi]

Con una circolare, la n. 8 dell’8 aprile 2020, firmata da ben due Direttori Generali e con l’avallo dell’Ufficio Legislativo, il Ministero del Lavoro ha fornito le prime indicazioni sia sugli ammortizzatori sociali con la causale “COVID-19” già previsti con il D.L. n. 9 del 2 marzo 2020 per la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna che per quelli successivi che sono stati estesi a tutto il Paese attraverso il D.L. n. 18 del 17 marzo 2020.

Nel frattempo, l’INPS, attraverso alcuni messaggi e, soprattutto, mediante le circolari n. 38 e n. 47, aveva fornito agli operatori precise indicazioni che hanno dato la possibilità agli interessati di mettere in moto i complessi passaggi procedurali, senza attendere i “lumi” dell’Amministrazione centrale del Lavoro.

Ma, andiamo con ordine.

Trattamenti di integrazione salariale ordinario art. 3 del D.L. n. 9/2020 e art. 19 del D.L. n. 18/2020

La nota ministeriale si caratterizza, sul punto, con una descrizione puramente descrittiva e ripetitiva di quanto già contenuto nelle norme e nei chiarimenti amministrativi già forniti dall’Istituto con le circolari n. 38 e n. 47: le notazioni di natura diverse fanno riferimento soltanto ad alcune questioni di natura procedurale.

Di conseguenza, parlando della crisi epidemiologica relativa ai territori delle “zone rosse” di Codogno e di Vò e, poi, delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e, successivamente, di tutta Italia, i Direttori Generali ricordano che:

  • I datori di lavoro con unità produttive ubicate nelle “zone rosse” possono presentare istanza per accedere al trattamento di CIGO o all’assegno ordinario per le ipotesi di sospensione o riduzione oraria previsto dal FIS per i loro dipendenti o anche le imprese situate fuori dalle “zone rosse” ma residenti o domiciliate nelle stesse. Successivamente, con l’estensione a tutto il territorio nazionale, tale limitazione è venuta meno ed i datori di lavoro possono inoltrare, liberamente, le proprie domande;
  • I datori di lavoro sono dispensati dal seguire la procedura prevista dal comma 1 dell’art. 14 del D.L.vo n. 148/2015, essendo legai unicamente all’iter abbreviato di cui parla il successivo comma 4;
  • I datori di lavoro non sono tenuti al rispetto dei termini di presentazione delle istanze previsti dagli articoli 15, comma 2 e 30, comma 2, del D.L.vo n. 148/2015 dall’inizio della sospensione o della riduzione di orario;
  • I datori di lavoro oggetto di intervento del D.L. n. 9/2020, possono fruire di un periodo massimo di 13 settimane (4 +9) nell’arco temporale compreso tra il 23 febbraio ed il 31 agosto 2020, ma nulla ricorda il Ministero in relazione alla computabilità delle settimane, magari richiamando i contenuti della circolare INPS n. 58/2009;
  • Il periodo integrativo per “COVID-19) emergenza” (causale valida per le ipotesi richiamate dal D.L. n. 9/2020” e per “COVID-19 nazionale” (causale valida per le ipotesi richiamate dal D.L. n. 18/2020”) è neutro rispetto alla durata massima complessiva prevista per gli ammortizzatori sociali in relazione sia al biennio che al quinquennio mobile: ciò significa, ad esempio, che un’impresa che abbia esaurito le 52 settimane nel biennio mobile, può usufruire di un ulteriore periodo correlato al coronavirus;
  • Il limite di 1/3 delle ore lavorabili nel biennio mobile con riferimento al personale in forza (calcolato come media) nel semestre precedente, distinti per orario contrattuale, non trova applicazione;
  • L’anzianità di 90 giorni nell’unità produttiva prevista dall’art. 1, comma 2, del D.L.vo n. 148/2015, non trova applicazione in quanto la norma fa, unicamente, riferimento al personale in forza alla data del 23 febbraio 2020: va sottolineato, però, che l’art. 41 del D.L. 8 aprile 2020, n. 23, uscito in pari data con la circolare ministeriale, sposta tale limite al 17 marzo, ricomprendendo anche gli assunti tra il 24 febbraio ed il 17 marzo;
  • Le imprese sono esonerate dal pagamento del contributo addizionale previsto dall’art. 5 del D.L.vo n. 148/2015.

Trattamento ordinario di integrazione salariale per le aziende che si trovano già in CIGS ai sensi dell’art. 14 del D.L. n. 9/2020 e dell’art. 20 del D.L. n. 18/2020

Su questi punti, ove l’azione del Ministero del Lavoro, sotto l’aspetto burocratico amministrativo è di notevole importanza, vediamo, ora, cosa è stato detto.

Innanzitutto è stato ricordato che la disposizione si applica anche alle aziende che sono in CIGS nelle aree di crisi industriale complessa ex art. 44, comma 11-bis, del D.L.vo n. 148/2015 e che la concessione, per un massimo di 13 settimane per le imprese oggetto di intervento attraverso il D.L. n.9/2020 ma 9 per le altre, è subordinata alla formale sospensione degli effetti del trattamento di integrazione salariale straordinaria in corso: sul punto, il Ministero rimanda alle indicazioni già fornite dall’INPS con le circolari n. 38 e n. 47.

Ma, cosa debbono fare le imprese che intendono ottenere la sospensione dalla CIGS per poter accedere al trattamento ordinario per “COVID-19 nazionale” o per “COVID-19 emergenza”?

L’iter delineato è il seguente:

  • Presentazione della istanza attraverso il canale di comunicazione attivato per la CIGSonline e inoltrate a dgammortizzatorisocialidiv4@lavoro.gov.it : per le imprese situate in aree di crisi complessa la domanda va inviata a dgammortizzatorisoìcialidiv3@lavoro.gov.it. In tale nota si richiede l’interruzione e si deve specificare la data di sospensione della CIGS e quella di ripresa del programma;
  • La Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali e della Formazione, con decreto direttoriale, dispone sia la sospensione della CIGS che la ripresa del programma al termine della fruizione del trattamento ordinario;
  • I termini procedimentali previsti dagli articoli 24 e 25 non trovano applicazione.

Per il resto, si rimanda alla circolare INPS n. 47 anche in ordine alla possibilità che, dietro richiesta dell’azienda, senza l’allegazione di alcun elemento probatorio finalizzato alla dimostrazione delle difficoltà economiche, si possa richiedere all’Istituto il pagamento diretto previsto dall’art. 7, comma 4, del D.L.vo n. 148/2015. 

Cassa in deroga: art. 22 del D.L. n. 18/2020

Una particolare attenzione alla materia della CIG in deroga viene prestata dal Ministero del Lavoro, non tanto per la c.d. “parte normale”, riferita alle procedure da instaurare nelle singole Regioni o Province Autonome per tutti i datori di lavoro interessati che sono quelli che non hanno altri ammortizzatori sociali (perché scoperti sotto l’ambito di applicazione della CIGO o del FIS), ivi compresi il terzo settore, la pesca e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, quanto per le istanze che vanno inviate al Ministero del Lavoro dalle imprese che hanno unità produttive/operative in almeno 5 regioni o Province Autonome, come afferma l’art. 2 del Decreto Interministeriale 23 marzo 2020.

Con la circolare 8/2020 si dà il via a questa specifica procedura che interessa, in particolar modo, le imprese commerciali, anche di un certo spessore, che debbono procedere a sospensioni o riduzioni di orario e che hanno unità produttive od operative dislocate con i loro negozi in tutto il Paese e che pagano la contribuzione per la CIGS ma che sono fuori dall’  ”ombrello protettivo” della CIGO. Tale procedura può essere attivata anche per i lavoratori sospesi da aziende fallite.

Questo l’iter da seguire:

  • Istanza telematica inoltrata attraverso il canale della CIGSonline;
  • Modalità telematica: “invio cartaceo” o “invio digitale”. Nel primo caso va allegata la scansione della prima pagina accompagnata da una firma autografa del responsabile con un documento in corso di validità. La circolare, emanata l’8 aprile, chiedeva anche l’applicazione della marca da bollo: tale ipotesi, però, è superata per effetto dell’art. 41 del D.L. n. 23/2020, emesso sempre in pari data, che la esclude. Se l’impresa ha inviato la domanda con una modalità diversa, deve trasmetterne una nuova in modalità telematica;
  • L’istanza deve essere accompagnata dall’elenco dei lavoratori beneficiari, con la quantificazione delle ore di sospensione o di riduzione di orario, suddivise tra tempo pieno e tempo parziale, con l’importo economico conseguente. Sono, ovviamente, necessari sia i dati aziendali, che quelli delle unità produttive/operative che “godono” del trattamento, che la causale di intervento. Il Dicastero del Lavoro ha chiarito che per unità produttive si intendono anche i singoli negozi.
  • Il Ministero, con un riferimento al comma 1 dell’art. 1 del D.L. n. 18/2020 (peraltro, corretto, il giorno dopo, con un “errata corrige” apparso sul sito del Dicastero, ove l’art. 1 è stato sostituito dall’art. 22), afferma che la domanda dovrà essere accompagnata   dall’accordo sindacale: su questo punto mi riservo alcuni approfondimenti tra un attimo;
  • Lavorazione delle pratiche secondo l’ordine cronologico di arrivo.

Passo, ora, ad esaminare alcune forti perplessità che emergono dalla lettura della circolare la quale afferma che va prodotto, in sede ministeriale,  l’accordo sindacale “espressamente” richiamato  dall’art. 22, comma 1: a me sembra, ricordando anche alcuni principi di analisi logica imparati negli anni ’50 in una scuola elementare di Roma, che l’accordo citato dalla norma sia quello regionale tra l’Ente territoriale e le parti sociali (pur se il Governo ha dimenticato di citare le organizzazioni sindacali dei lavoratori) in quanto sono costoro i soggetti identificati e che, quindi, appaia errato non soltanto l’avverbio espressamente (cosa, di per se, di poco conto) ma il riferimento a qualunque patto aziendale finalizzato alla richiesta della integrazione in deroga.

L’informazione, la consultazione e l’esame congiunto nei tempi brevi “cadenzati” dal comma 4 dell’art., 14 sono stati, da sempre, messi in stretta correlazione con l’art. 5 della legge n. 164/1975, laddove non si è mai parlato di obbligatorietà dell’accordo ma soltanto dell’esame congiunto: in questo caso, poi, non mi sembra ravvisabile una discrezionalità in capo al datore di lavoro, in quanto la causale del coronavirus può ben ascriversi ad un evento non imputabile e non prevedibile.

Alla luce di tale richiamo non si capisce il perché di questa scelta che appare in contrasto con quanto l’INPS ha detto con la circolare n. 47 ove viene focalizzato che per la cassa in deroga trovano applicazione le medesime regole stabilite con l’art. 19 (informativa, consultazione ed esame congiunto, nella forma del comma 4 dell’art. 14 del D.L.vo n. 148/2015): ciò può, facilmente, essere letto al punto F, ultima frase del settimo capoverso.

A ciò va aggiunta un’altra considerazione: in alcuni contesti regionali (ad esempio, Veneto, Toscana, Campania, ecc.) si dà l’avvio alla CIG in deroga pur in assenza dell’accordo aziendale, pur richiesto dall’accordo-quadro, con una dichiarazione datoriale che si assume la responsabilità di aver effettuato l’informativa e la consultazione, sia pure telematica, tenuto conto della situazione e dei tempi brevi postulati dal predetto comma 4 dell’art. 14.

La nota ministeriale, infine, tratta due aspetti importanti.

Il primo riguarda il trasporto aereo (con il pensiero rivolto, “in primis”, all’Alitalia) ove viene autorizzata la presentazione della istanza di CIGS ai sensi del D.L.vo n. 148/2015: quindi, riorganizzazione o crisi aziendale ma, in mancanza di chiarimenti espliciti (e, soprattutto di chiare “coperture economiche”), ritengo che trovino applicazione sia gli oneri previsti dalla procedura che il contributo addizionale. La richiesta sembra essere stata ammessa per consentire alle imprese del settore di accedere alle prestazioni de Fondo di solidarietà del settore.

Il secondo concerne l’affermazione secondo la quale le imprese con oltre 50 dipendenti che non hanno la CIGO (imprese commerciali, grande distribuzione, agenzie di viaggio e turismo, ecc.), in alternativa alla Cassa in deroga, possono sempre accedere alla CIGS per crisi aziendale ex art. 22 del D.L.vo n. 148/2015. Personalmente, ritengo che questa, con gli opportuni incentivi (neutralizzazione del periodo, esonero dal contributo addizionale, ecc.), cosa che l’Esecutivo non ha fatto con il D.L. n. 18/2020, sarebbe stata la strada migliore, per tutta una serie di motivi (non ultimo, quello di non toccare le erogazioni economiche destinate alla CIG in deroga destinate a “coprire” anche i lavoratori delle piccolissime aziende) ma, in mancanza, delle particolari agevolazioni previste per la causale coronavirus (non ultimi, anche le procedure ed i tempi di approvazione) la via obbligata appare proprio la CIG in deroga.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 371 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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