Committenti: cambiano le norme sulle ritenute Irpef della filiera [E.Massi]

Nei casi di affidamento di un’opera o di un servizio, appalto o subappalto il committente è tenuto a versare le ritenute IRPEF sui redditi di lavoro. La novità è prevista dal decreto fiscale, collegato alla legge di Bilancio 2020, con l’obiettivo di combattere l’evasione fiscale

Committenti: cambiano le norme sulle ritenute Irpef della filiera [E.Massi]

L’art. 4 del D.L. n. 124/2019 ha sollevato, tra gli operatori numerose critiche e la Camera, in sede di conversione, avvenuta con il voto di fiducia, ha modificato radicalmente il testo originario: si ha motivo di ritenere che, ormai, pur dovendo passare all’esame del Senato, la norma definitiva sia questa, anche perché l’Esecutivo, tenendo conto dei tempi ravvicinati per la conversione, chiederà l’approvazione con una nuova richiesta di fiducia.

Fatta questa breve premessa, passo, ora, ad esaminare il nuovo testo che sostituisce “in toto” quello precedente e che, in un certo senso, mantenendo una serie di adempimenti, restringe il campo di applicazione, “rovesciando” la titolarità degli obblighi relativi al versamento delle imposte che viene attribuita alle imprese che hanno ottenuto le commesse.

Prima di entrare nel merito delle novità introdotte mi preme sottolineare come la data di entrata in vigore delle stesse resti sempre la stessa: 1 gennaio 2020, con i nuovi adempimenti che entreranno in vigore dal 17 febbraio successivo (il 16 è domenica), data ultima per il versamento delle ritenute IRPEF relative al mese precedente.

Con l’art. 17-bis inserito nel “corpus” del D.L.vo n. 241/1997 si afferma che i soggetti individuati dall’art. 23, comma 1, del DPR n. 600/1973 (Pubbliche Amministrazioni, imprese ed aziende commerciali, persone fisiche che esercitano atti e professioni, ecc.) che affidano il compimento di una o più opere o servizi di importo complessivo annuo superiore a 200.000 euro, attraverso contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati, caratterizzati da un uso prevalente di manodopera (c.d. “labour intensive”) presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma, sono tenuti a richiedere alle imprese della filiera che, peraltro, sono obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di versamento IRPEF (comprese le addizionali comunali e regionali) relative ai lavoratori direttamente impiegati nella esecuzione dell’opera e del servizio. Il versamento viene operato dalle imprese della filiera (appaltatrici, subappaltatrici, ecc.) con deleghe distinte per ciascun committente, senza alcuna possibilità di compensazione di natura tributaria o contributiva.

A scanso di equivoci, sorti impropriamente nel corso del dibattito parlamentare per un uso non consono della terminologia, va chiarito che le nuove disposizioni non si applicano alla somministrazione di personale, ove i lavoratori vengono inviati in missione dalle Agenzie per il lavoro presso l’utilizzatore e sono sottoposti al potere direttivo di quest’ultimo e dove non si può, assolutamente, parlare delle tipologie contrattuali oggetto di attenzione da parte del Legislatore.

Il testo merita alcuni chiarimenti partendo dalla constatazione che vengono messi a carico del committente una serie di oneri burocratici che, in ultima analisi, dovrebbero competere all’Amministrazione finanziaria. Il committente è sempre più responsabilizzato, in quanto destinatario finale dell’opera o del servizio appaltato: se si prendono in esame anche altri aspetti della normativa (e mi riferisco, per il settore privato, all’art. 29 del D.L.vo n. 276/2003 e per quello pubblico al c.d. “codice degli appalti”, nonché alle altre disposizioni che si rinvengono nel codice civile), ci si rende conto come tale responsabilità (peraltro, non nuova nel nostro ordinamento, sol che si pensi all’art. 35 del D.L. n. 233/2006, successivamente abrogato), si affianchi a quella per le rivendicazioni economiche dei lavoratori della filiera, senza possibilità di escussione, entro i due anni successivi alla fine dell’appalto ed a quella contributiva, solidale, soggetta alla prescrizione quinquennale come, da ultimo, ci hanno ricordato, nel corso del 2019, sia la Corte di Cassazione che l’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Queste, a mio avviso, sono le prime domande alle quali occorre fornire una risposta:

  • 200.000 euro è il valore annuo dei servizi o delle opere realizzate: qui dovrà essere chiarito se il valore si riferisce, come sono portato a credere, ai lavori commissionati nell’anno civile (1 gennaio – 31 dicembre) o ad un periodo di 365 giorni (anno solare);
  • Il Legislatore parla di utilizzo prevalente di manodopera: di conseguenza si riferisce ai c.d. appalti “labour intensive” restringendo, nella sostanza, il campo di applicazione alla logistica, alla ristorazione aziendale, alle pulizie, alla grande distribuzione, all’edilizia, alla macellazione o alle attività legate all’agricoltura in presenza di alcuni picchi di attività;
  • Il Legislatore dopo aver parlato al comma 1 dell’art. 17-bis dei contratti di appalto, di subappalto, di affidamento a soggetti consorziati afferma che la disposizione si applica anche ai rapporti negoziali comunque denominati. Di cosa si tratta? A mio avviso, nell’ottica di un decentramento produttivo realizzato all’interno dell’azienda, si sono voluti ricomprendere anche contratti di esternalizzazione dell’attività, comunque denominati, che presentano le caratteristiche oggettive individuate dalla norma. In un certo senso, si realizza quanto affermato dalla Corte Costituzionale, per altri fini, con la sentenza n. 254/2017 che riassorbe nella normativa della responsabilità solidale degli appalti ex art. 29 del D.L.vo n. 276/203 anche tipologie contrattuali di altra denominazione;
  • Altro limite che va considerato riguarda il luogo ove si svolgono le opere ed i servizi commissionati: la norma parla di sede del committente, cosa che, ovviamente, ricomprende sia il cantiere, che l’unità produttiva, anche decentrata, che le pertinenze. Da ciò ne consegue che sono da considerare estranee al dettato normativo, le attività commissionate che non si svolgono in tale ambito (si pensi a contratti di appalto, anche di volume economico considerevole, che vengono svolte ben lontane dal perimetro aziendale);
  • Utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente o riconducibili allo stesso in qualunque forma: è questa una condizione essenziale. Ricordo che l’art. 29 del D.L.vo n. 276/2003 impone all’appaltatore l’organizzazione dei mezzi in relazione alle esigenze dell’opera e del servizio dedotti in contratto. Da ciò discende la possibilità che lo stesso si avvalga, legittimamente, di attrezzature del committente in quanto perché, ad esempio, sprovvisto di una macchina particolare. Ebbene una utilizzazione anche parziale di mezzi del committente (magari, ceduti in comodato d’uso) fa sì che l’esternalizzazione dell’attività accompagnata dagli altri elementi riportati nelle lettere a), b) e c), rientri nella casistica individuata dal Legislatore. Ovviamente, ci potrebbero essere alcuni casi-limite (ad esempio, coltelli per la macellazione di esclusiva proprietà della impresa appaltatrice) rispetto ai quali sarà opportuno che l’Amministrazione finanziaria fornisca chiare direttive;
  • Le copie delle deleghe di versamento riguardano tutti i lavoratori impiegati direttamente nell’opera o nel servizio commissionato a prescindere che gli stessi siano stati impiegati con un rapporto di natura subordinata od autonoma come, ad esempio, una collaborazione. Ovviamente, ciò prescinde dal fatto che, magari, successivamente, controlli da parte degli organi ispettivi possano contestare la genuinità di alcune tipologie contrattuali.

Ma come avviene il riscontro dei pagamenti e, soprattutto, il committente in che modo dovrà operare?

Entro i cinque giorni successivi a quello di scadenza del versamento (di regola, il 16 del mese successivo a quello cui si riferiscono i pagamenti), le imprese appaltatrici, affidatarie e quelle subappaltatrici (queste ultime anche all’azienda appaltatrice) trasmettono (è consigliabile che ciò avvenga attraverso posta elettronica certificata) al committente copia delle deleghe di versamento ed un elenco nominativo di tutti i lavoratori, con relativo codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nella esecuzione dell’opera o dei servizi commissionati, con il dettaglio delle ore lavorate, l’ammontare della retribuzione corrisposta collegata a tale prestazione ed il dettaglio delle ritenute fiscali operate nei confronti dei singoli lavoratori, con indicazione separata di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.

Qui si pongono alcune questioni che possono così sintetizzarsi:

  • La formulazione normativa impone un pesante onere alle imprese che hanno avuto commissionati i lavori che, sicuramente, andrà a riflettersi anche sui professionisti ai quali, ad esempio, hanno delegato le incombenze relative alle paghe. Tutti i mesi, entro i cinque giorni successivi a quello dei versamenti dovranno effettuare una serie di operazioni che si presentano particolarmente impegnative. Ovviamente, come vedremo più in dettaglio, tra un attimo, una serie di adempimenti burocratici graveranno sui committenti: il discorso riguarda anche le Pubbliche Amministrazioni che, di solito, sono le più restie ad accettare i cambiamenti normativi avendo difficoltà di “riposizionamento immediato” a fronte di nuovi obblighi. L’apparato sanzionatorio, in caso di omissione, riguarda anche i soggetti pubblici, con evidenti profili di responsabilità amministrativa ed erariale per i Dirigenti preposti;
  • Le ritenute IRPEF si riferiscono alle retribuzioni corrisposte nel mese precedente: esse dovranno essere “parcellizzate” in relazione alle ore prestate presso il singolo committente se il lavoratore viene utilizzato presso più appalti (si pensi, ad esempio, alle pulizie, alla logistica, alle imprese di installazione, all’edilizia) con prevedibili conseguenze di natura operativa di un certo spessore. La disciplina fiscale delle retribuzioni è, infatti, regolamentata per una applicazione come cumulo mensile. C’è, inoltre, una questione non secondaria: la impossibilità di compensazione con altri crediti (ad esempio, quelli di natura contributiva) sottrae liquidità alle aziende e ciò, alla lunga, potrebbe creare problemi di approvvigionamento delle risorse. Ovviamente, il fatto che vengano trasmessi nomi, codici fiscali, retribuzioni e ritenute IRPEF non viola la c.d. “privacy”, essendo un obbligo che discende direttamente, da un adempimento legislativo;
  • Il committente, a mio avviso, non potrà limitarsi a fare un mero controllo burocratico ma dovrà verificare, come vedremo, la congruità dei versamenti, atteso che, in caso di insufficienza degli stessi dovrà comunicare la cosa all’Agenzia delle Entrate e sospendere i pagamenti maturati. In tale attività di controllo il committente, che è a capo della filiera produttiva, non dovrà dimenticare che, per altri versi, è responsabile solidalmente sia per le eventuali rivendicazioni economiche che i lavoratori della filiera potrebbero rivendicare direttamente nei suoi confronti, senza alcuna possibilità di escussione del “vero” datore di lavoro, che per la parte contributiva. Dico questo perché in molte realtà la retribuzione corrisposta ai lavoratori, seppur formalmente uguale a quella prevista dal CCNL, è, in realtà, composta in parte da “indennità di trasferta”, sulla quale non gravano né l’IRPEF, né i contributi, senza che questo istituto sia stato mai utilizzato, in quanto i dipendenti vengono, sempre, utilizzati nella esecuzione dell’appalto. A mio avviso, la questione della congruità dei versamenti si potrebbe incrociare con una qualche forma di verifica sia del CCNL effettivamente applicato (occorrerebbe esaminare se viene applicato un contratto collettivo di settore “poco rappresentativo” ed, anche, se quelle persone indicate come occupati nella realizzazione dell’opera e del servizio per un determinato numero di giorni o di ore, lo abbiano fatto effettivamente).

Il comma 3 del nuovo art. 4 pone una serie di ulteriori questioni non secondarie.

Qualora il committente alla data ultima di ricezione della documentazione (ossia, cinque giorni dopo quello di scadenza dei versamenti) non abbia ricevuto le deleghe di pagamento e tutte le informazioni relative ai lavoratori impiegati nelle opere e nei servizi commissionati o, dall’esame della documentazione prodotta risulti un omesso od insufficiente versamento delle ritenute fiscali, deve sospendere il pagamento dei corrispettivi maturati dalla impresa appaltatrice od affidataria fino ad un massimo del 20% del valore complessivo o per un importo pari all’ammontare delle ritenute non versate. Contemporaneamente, entro i novanta giorni successivi, deve informare l’Agenzia delle Entrate competente per territorio.

Il Legislatore si preoccupa, altresì, di bloccare ogni azione esecutiva delle imprese della filiera finalizzate al soddisfacimento del credito: tale “stop” cessa nel momento in cui viene onorato il debito con il fisco, attraverso il versamento delle ritenute.

Sotto l’aspetto prettamente operativo, correlato alle conseguenze dei rapporti economici tra le imprese, con riflessi sul personale dipendente, ritengo opportuno segnalare alcune possibili criticità, legate al fatto che questa interruzione forzata dei pagamenti (espressamente prevista dalla norma e la cui inottemperanza potrebbe generare pesanti sanzioni a carico del committente) potrebbe avere effetti sul personale dipendente dalle imprese della filiera (mancati pagamenti delle retribuzioni o forti ritardi nella corresponsione), generando una sorta di “corto circuito”.

Ma, quali sono le conseguenze relative ad un comportamento inerte od omissivo del committente?

La risposta la fornisce il comma 4 laddove si afferma che il committente è obbligato al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata all’impresa appaltatrice, o affidataria o subappaltatrice per le violazioni degli obblighi di corretta determinazione delle ritenute o di corretta esecuzione delle stesse, senza alcuna possibilità di compensazione.

Provo a sottolineare le questioni che sono sottointese a tale formulazione.

Il committente viene sanzionato, come i soggetti obbligati, per omessa od incompleta vigilanza: qui, per comprendere il regime sanzionatorio, occorre richiamare il titolo II del D.L.vo n. 471/1997 ove sono diverse le disposizioni da tenere in considerazione.

L’art. 13 stabilisce che chi non esegue in tutto o in parte i versamenti fiscali dovuti alle scadenze previste dalla norma, viene punito con una sanzione amministrativa pari al 30% per ogni importo non versato, anche quando, a seguito di controlli materiali o di calcolo rilevati in sede di controllo, risulti una maggiore imposta o una minore eccedenza da detrarre.

L’art. 14 afferma, inoltre, che chi non esegue in tutto o in parte le ritenute è soggetto ad una sanzione amministrativa pari al 20% dell’ammontare non trattenuto.

L’art. 15 sancisce la punibilità correlata alla incompletezza dei documenti che non contengano tutti gli elementi necessari per la identificazione sia del soggetto che li esegue che la sua imputazione: l’importo è compreso tra 100 e 500 euro: ricordo, inoltre, che la mancata esecuzione delle deleghe, è punita con una sanzione di 1.000 euro per ciascuna delega.

Da quanto appena detto scaturisce un dato: il committente non dovrà, soltanto, limitarsi ad un mero riscontro burocratico (ho ricevuto, entro la data stabilita le deleghe di versamento e, quindi, sono a posto) ma dovrà ricontrollare tutti i conteggi effettuati dalle imprese della filiera, per non essere soggetto, lui stesso, a pesanti sanzioni amministrative: di qui la necessità adattare, sollecitamente, i processi gestionali per i controlli generali previsti dalle nuove disposizioni.

Ma, c’è una strada per fare in modo che il committente sia “sgravato” da tali oneri?

Si, questa esiste ed è delineata al comma 5.

Se le imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici comunicano al committente, allegando la certificazione rilasciata dalla Agenzia delle Entrate, di essere in possesso di alcuni requisiti essenziali, gli oneri del committente vengono meno. Essi fanno riferimento:

  • Al fatto che risultino in attività da almeno tre anni, che siano in regola con gli obblighi dichiarativi e che abbiano eseguito nel corso dei periodi di imposta alle quali si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio, complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o dei compensi risultanti dalle dichiarazioni;
  • Al fatto che non abbiano iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi all’IRPEF, all’IRAP, ed alle ritenute ed ai contributi previdenziali non superiori a 50.000 euro, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti o non vi siano provvedimenti di sospensione, con la sola eccezione di somme oggetto di piani di rateazione in corso.

La disposizione necessita di alcuni chiarimenti ed osservazioni.

Essa ha, a mio avviso, l’obiettivo di responsabilizzare, indirettamente, i committenti nella scelta delle imprese della filiera: se non volete avere problemi, sembra affermare il Legislatore, scegliete imprese affidabili. Il discorso ha una sua logica in settori ove la presenza aggressiva di società, anche cooperative, di dubbia origine che, sovente, “nascono e muoiono” in un breve periodo, è presente in settori critici come, ad esempio, la logistica, la macellazione o l’edilizia.

Il presupposto per la piena agibilità del comma 5 è rappresentato dal rilascio da parte dell’Agenzia delle Entrate alla impresa richiedente (comma 6) di una sorta di “DURC fiscale”, la cui validità è di quattro mesi dall’emanazione: esso scaturisce dalla sussistenza contemporanea di entrambi i requisiti sopra evidenziati.

Le criticità per ottenere la certificazione possono essere evidenti in alcune ipotesi come quella di un’azienda che, pur costituita da almeno tre anni, risulti in perdita per situazioni legate ad una fase di mercato negativa o come quella di un’impresa che abbia poche ritenute e che sia già soggetta allo “split payement”).

C’è, poi, una criticità che si evidenzia sulla condizione riportata nella lettera b): se le imprese interessate hanno impugnato in giudizio l’esecutività di un provvedimento e la relativa cartella esattoriale superiore a 50.000 euro e non hanno ottenuto la sospensiva dal giudice, non potranno fruire della certificazione ed i committenti non saranno “sgravati” dai loro oneri.

Il comma 7 attribuisce al Direttore dell’Agenzia delle entrate la possibilità di individuare, con proprio provvedimento, ulteriori modalità di trasmissione telematica delle informazioni relative alle deleghe di versamento ed ai dati dei lavoratori interessati direttamente nella esecuzione delle opere e dei servizi.

Il comma 8 stabilisce un principio al quale si è già fatto cenno in questa riflessione: le imprese appaltatrici, affidatarie e subappaltatrici non possono avvalersi della compensazione relativa ai contributi previdenziali ed assistenziali, nonchè ai premi assicurativi obbligatori maturati, nel corso della durata del contratto, sulle retribuzioni erogate al personale impiegato direttamente nell’opera e nei servizi commissionati.

Da ultimo, il Legislatore, inserendo la lettera a-quinquies nel “corpus” dell’art. 17, comma 6, del D.P.R. n. 633/1972 ha affermato che “alle prestazioni di servizi, diverse da quelle di cui alle lettere da a) ad a quater) effettuate tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma”, trova applicazione il c.d. “reverse charge” per l’IVA. La norma non si applicherà nei confronti della Pubblica Amministrazione e degli Enti e società individuati dall’art. 11-ter (soggetti al regime dello “split payement”) e delle Agenzie per il Lavoro. La disposizione non è, però, di immediata applicazione in quanto è subordinata al rilascio, da parte del Consiglio dell’Unione Europea, dell’autorizzazione di una misura di deroga ex art. 395 della Direttiva 2006/12/CE sugli aiuti di Stato, del Consiglio, del 28 novembre 2006.

In attesa della autorizzazione di Bruxelles s può affermare che il campo di applicazione del “reverse charge” per l’IVA è quello che è stato oggetto delle novità introdotte dal Legislatore sulle deleghe di pagamento delle ritenute fiscali: cambia il limite quantitativo, nel senso che la disposizione si applicherà non soltanto alle imprese con un volume commissionato superiore a 200.000 euro all’anno, ma anche alle aziende che sono sotto tale soglia.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 287 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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1 Commento

  1. Nina
    Gennaio 24, 11:19 Reply

    Buongiorno Dott. Massi,

    E’ chiaro che l’art. 17bis del Dlgs 241/1997 così come riscritto è soggetto ad interpretazioni contrastanti.
    In particolare i Commercialisti propendono per una interpretazione di legge estensiva che porta ad includere anche la somministrazione nel campo di applicazione dei nuovi adempimenti i tema di appalti. In effetti, a differenza della disciplina prevista per il reverse charge, dal punto di vista letterale, non sono state escluse dalle novità in materia di ritenute le agenzie per il lavoro e questo aspetto sta allarmando non poche aziende che si trovano ad operare con questi soggetti. Qual è la sua opinione a riguardo?

    La ringrazio e saluto cordialmente

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