L’occupazione femminile in forte crescita dove ci sono molti asili nido

Nelle regioni dove sono presenti più asili nido l’occupazione femminile cresce. In Valle d'Aosta, Umbria, Emilia e Toscana il 33% dei bambini da zero a tre anni hanno a disposizione asili nido, il risultato è che il 60% delle donne ha un lavoro

L’occupazione femminile in forte crescita dove ci sono molti asili nido

Dove sono a disposizione molti asili nido e posti nelle scuole materne l’occupazione femminile fiorisce. Questo è quanto si evince dai dati di una ricerca della Fondazione Openpolis, realizzata con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

“Asili nido e partecipazione delle donne al mondo del lavoro sono temi strettamente legati. Aumentare l’occupazione femminile era l’intento esplicito degli obiettivi di Barcellona, stabiliti dall’Ue per ampliare l’offerta di servizi prima infanzia” spiegano i ricercatori nel report.

Difatti nelle conclusioni della relazione del presidente del Consiglio europeo di Barcellona nel 2002 si legge che “gli Stati membri dovrebbero rimuovere i disincentivi alla partecipazione femminile alla forza lavoro e sforzarsi […] per fornire, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni”.

Gli asili nido, quindi, occupano una funzione sociale molto rilevante, offrire questo tipo di servizio alle famiglie funge da potente incentivo all’occupazione femminile, e per esteso alla parità di genere nonché a una migliore condizione economica del nucleo familiare. Questo dovrebbe essere fatto in particolar modo in Italia, dove l’occupazione femminile è rimasta tradizionalmente indietro.

Lavoro e parità di genere

Il nostro Paese è nell’Eurozona uno di quelli con i livelli più bassi di occupazione femminile. In confronto ad una media Ue di 66,5 occupate ogni 100 donne tra 20 e 64 anni, l’Italia si trova al penultimo posto con il 52,5%, appena sopra la Grecia (48%).

Come se non bastasse, il Belpaese ha la più ampia disparità occupazionale uomo-donna: 19,8 punti di differenza rispetto a una media Ue di 11,5. Troviamo infatti, ad esempio nei paesi scandinavi e del nord Europa, differenze molto più contenute: 1 punto in Lituania, 3,5 in Finlandia, 4 in Svezia.

Il divario occupazionale di genere aumenta se si confrontano i soli uomini e donne che hanno figli. Prendendo in esame la media europea che si attesta sui 18,8 punti percentuali di distanza tra padri e madri occupate, il nostro Paese si trova al di sopra di quasi 10 punti (28,1). Un dato che fa il paio con quello della Grecia e molto lontano dagli 8,3 punti di differenza della Svezia.

Più figli significa meno occupazione

Il dislivello è ancora più marcato se si comparano le occupate rispetto al numero di figli. In Italia le donne tra 20 e 49 anni senza figli lavorano nel 62,4% dei casi, contro una media europea del 77,2%. Tra le donne con un figlio, le italiane lavorano nel 57,8% dei casi, contro l’80,2% nel Regno Unito, il 78,3% in Germania, il 74,6% in Francia.

Il dato paradossale è che nei maggiori paesi dell’Eurozona le donne con due figli sono integrate nel mercato del lavoro in maggiormente delle italiane senza figli. Un divario anche molto ampio, nell’ordine di 12 punti percentuali se raffrontata con Regno Unito e Germania, e di quasi 16 rispetto alla Francia.

Più asili nido significa più occupazione femminile

Che esista una forte correlazione tra l’occupazione femminile e l’estensione dei servizi per la prima infanzia lo si può notare attraverso i dati territoriali. Prendendo in considerazione le 4 regioni dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia supera il 33%, si può constatare che il tasso di occupazione femminile supera il 60%.

Simmetricamente, le regioni con meno occupate coincidono con quelle dove i servizi per la prima infanzia sono meno sviluppati: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Escavando più a fondo, a livello locale e nelle province, si può notare una sovrapposizione tra le aree del paese dove meno donne partecipano al mercato del lavoro e quelle dove ci sono meno asili.

Chiaramente il paradigma causa-effetto può essere letto anche al contrario. Da una parte, le aree del paese con più donne occupate sono anche quelle dove la domanda di posti in asilo nido è più forte. Dall’altra, la grave scarsità del servizio asilo nido in alcune zone non costituisce sicuramente un incentivo al lavoro femminile. Ed in questo senso vanno lette le conclusioni del consiglio europeo di Barcellona, che già dal 2002, ponevano il potenziamento dei servizi prima infanzia come prima misura di aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Potenziare questo tipo di infrastruttura in tali territori può quindi rivelarsi un grande investimento in termini di parità di genere e di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Senza contare che può essere un modo magnifico per puntare forte sul capitale umano dei bambini. Perché l’asilo nido svolge una funzione educativa fondamentale se non addirittura vitale per il territorio.

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