Segnali di pericolo e non responsabilità del datore di lavoro [E.Massi]

La Cassazione, con la sentenza n. 14066, ha escluso la responsabilità in capo al datore di lavoro per l’infortunio occorso alla lavoratrice, malgrado i segnali di pericolo opportunamente affissi

Segnali di pericolo e non responsabilità del datore di lavoro [E.Massi]

Le questioni relative alla responsabilità del datore di lavoro per incidenti avvenuti all’interno del perimetro aziendale sono state oggetto, più volte, di interventi sia della magistratura di merito che di quella di diritto.

Da ultimo, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14066 del 23 maggio 2019, si è trovata ad affrontare il caso di una dipendente che, pur in presenza di un segnale di pericolo che avvisava che il pavimento era bagnato in quanto erano in corso delle pulizie, transitava ugualmente e, cadendo, riportava una frattura.

Ovviamente, il danno era stato risarcito dall’INAIL, ma il datore era stato convenuto in giudizio con una richiesta di risarcimento legata al c.d. “danno differenziale”.

Nel giudizio di Appello, impugnato in Cassazione dall’azienda, l’imprenditore era stato riconosciuto colpevole per una serie di ragioni tra cui spiccavano il non aver adottato tutte le misure necessarie per prevenire ogni possibile infortunio e non aver previsto lo svolgimento delle pulizie stesse, affidate in appalto ad una azienda specializzata nel settore, al di fuori dell’orario di lavoro, così da eliminare qualsiasi interferenza con la normale attività lavorativa.

I giudici di Piazza Cavour non sono stati di questo avviso argomentando, innanzitutto, che l’art. 2087 c.c. non prevede una ipotesi di responsabilità oggettiva allorquando afferma che “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.  

Le misure che il datore di lavoro deve adottare, sono quelle tassativamente previste dalla legge, quelle, generiche, derivanti dalla comune prudenza e quelle, ulteriori, che dovessero essere ritenute necessarie.

Su tale linea si pone la Corte laddove ricorda che l’imprenditore non si deve limitare a seguire ed applicare regole derivanti dall’esperienza o dalle conoscenze tecniche esistenti, ma è tenuto ad adottare tutte le cautele idonee a far sì che venga scongiurato ogni possibile danno.

Da quanto appena detto discende, secondo la Cassazione, il principio secondo il quale il datore deve ritenersi colpevole allorquando l’evento accaduto sia ascrivibile a sua colpa: quest’ultima si verifica allorquando siano state violate norme specifiche di tutela o siano state omesse misure di cautela dettate dalla esperienza tecnica.

Per ben comprendere la “ratio” dell’art. 2087 c.c. va ricordato, sul piano sistematico, il collegamento di tale norma con due articoli della nostra Costituzione, il 32 ove si parla di “diritto alla salute” ed il 41 ove l’iniziativa economica deve avvenire nel rispetto della sicurezza, della dignità e della libertà umana.

Inerente a quanto appena affermato appare una precedente ordinanza della stessa Cassazione, la n. 16026 del 18 giugno 2018, laddove viene sottolineato che “il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza od imperizia del lavoratore, dimostrando di aver messo in atto a tal fine, ogni mezzo preventivo idoneo, con l’unico limite del c.d. “rischio elettivo”, da intendere come condotta personalissima del dipendente, intrapresa volontariamente e per motivazioni personali”.

Appoggiandosi a tali principi, la Corte ha riformato la sentenza di Appello affermando che il datore di lavoro non è in alcun modo responsabile, anche per sola colpa, della scivolata di una propria dipendente sul pavimento bagnato, segnalato, in modo particolarmente evidente, con un cartello, dagli addetti della impresa di pulizie che, peraltro, avevano fatto presente verbalmente all’interessata il pericolo.

La dipendente aveva ignorato tali avvertimenti ed aveva deciso, comunque, di passare: tale comportamento è ascrivibile, completamente, alla volontà dell’interessata, sicché il responsabile dell’impresa risulta immune da qualsiasi colpa.

La Corte ha esaminato, altresì, l’altra doglianza sollevata dalla ricorrente ed accolta nel giudizio di merito di Appello: l’obbligo del datore di lavoro di organizzare i servizi di pulizia al di fuori dell’orario di lavoro praticato in azienda. La Cassazione ha respinto anche tale tesi sostenendo la piena legittimità del comportamento aziendale che può ben organizzare il lavoro come crede e chiedere alla impresa esterna che gestisce l’appalto di svolgere le prestazioni richieste anche durante il normale orario di lavoro. Ovviamente, tutto ci comporta la necessità di prevedere una serie di cautele circa le interferenze con la normale attività lavorativa, cosa che, nel caso prospettato ai giudici di legittimità, era avvenuto in quanto il pericolo del “pavimento scivoloso” era stato debitamente segnalato.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 291 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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