Il trattamento integrativo per crisi aziendale nei call center [E.Massi]

Il Ministero del Lavoro fornisce chiarimenti in merito al procedimento amministrativo per l’erogazione dell’indennità di integrazione salariale in favore dei lavoratori appartenenti al settore call center

Il trattamento integrativo per crisi aziendale nei call center [E.Massi]

Il rifinanziamento dei trattamenti integrativi per gli operatori dei call-center avvenuto con l’art. 26-sexies del D.L. n. 4/2019, convertito, con modificazioni, nella legge n. 26, attraverso il rifinanziamento per l’anno in corso, pari a 20 milioni di euro, ha offerto lo spunto alla Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali e della Formazione del Ministero del Lavoro per una focalizzazione degli interventi anche alla luce del decreto interministeriale n. 22763 del 12 novembre 2015.

Tutto questo è contenuto nella circolare n. 8 del 16 aprile 2019.

Entrando, subito, nel merito, delle questioni affrontate, la nota amministrativa afferma, innanzitutto, che la richiesta di intervento integrativo può essere avanzata soltanto da soggetti giuridici identificati come imprese ex art. 2082 c.c.: quest’ultimo definisce imprenditore chi “esercita professionalmente una attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni e servizi”.

Per la individuazione dei soggetti destinatari, la nota ministeriale richiama espressamente i contenuti dell’art. 1 e dell’art. 2, comma 1, del D.L.vo n. 148/2015.

L’art. 1 afferma che sono destinatari del trattamento di integrazione salariale tutti i lavoratori subordinati, sia a tempo pieno che parziale, compresi i lavoratori con contratto di apprendistato professionalizzante (con le precisazioni definite all’art. 2) e con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, nonchè, come specifica l’INPS con la circolare n. 197/2015 i lavoratori con contratto di apprendistato per la qualifica ed il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria e il certificato di specializzazione tecnica e superiore e gli apprendisti con contratto di alta specializzazione e ricerca.

Il requisito richiesto, in via generale, è quello di una anzianità presso l’unità produttiva (e non, quindi, l’azienda) per la quale si chiede l’intervento, pari ad almeno 90 giorni di lavoro effettivo, a prescindere dalla quantificazione oraria, maturati alla data di presentazione della istanza di concessione.

La circolare del Ministero del Lavoro n. 24/2015 declina il significato di giorni di lavoro effettivo che ricomprendono anche quelli nei quali si è verificata l’assenza per ferie, festività ed infortunio. Anche i periodi di astensione obbligatoria dal lavoro per maternità debbono essere computati sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale n. 423 del 6 settembre 1995: tutto questo in analogia con la previsione dell’art. 16, comma 1, della legge n. 223/1991 ai fini dell’anzianità aziendale per la procedura collettiva di riduzione di personale. Tale indirizzo è fatto proprio dalla circolare INPS n. 197/2015.

Un caso del tutto particolare riguarda l’anzianità del dipendente che è passato, a seguito di cambio di appalto, alle dipendenze di un nuovo datore di lavoro: qui vale il principio dell’anzianità nell’appalto, nel senso che si computa  anche quella acquisita alle dipendenze del precedente imprenditore. Nella sostanza, abbiamo l’anzianità di appalto che non è un concetto nuovo ma che è già stato utilizzato, per altri fini, dal Legislatore delegato nell’art. 7 del D.L.vo n. 23/2015.

La circolare n. 197/2015 dell’INPS nota, giustamente, che in caso di trasferimento di azienda ex art. 2112 c.c., conservando i lavoratori tutti i diritti che discendono dal rapporto precedentemente instaurato, ai fini della verifica del requisito dell’anzianità di lavoro di 90 giorni, occorrerà tener conto del periodo trascorso alle dipendenze del cedente.

La circolare INPS n. 139/2016 ha chiarito che:

  • ai fini del calcolo dei 90 giorni per l’anzianità nella unità produttiva laddove l’orario è articolato su cinque giorni lavorativi, viene calcolato, oltre che la domenica, anche il sabato;
  • nel calcolo dei 90 giorni di anzianità nell’unità produttiva non rileva l’eventuale cambio di mansioni o di livello, in quanto la norma richiede soltanto il calcolo dell’anzianità nell’unità e non nel livello o nelle mansioni.

Afferma l’art. 2 che anche gli apprendisti con contratto professionalizzante sono destinatari del trattamento di integrazione salariale.

Per completezza di informazione si ricorda che costoro sono coloro che (art. 44, comma 1, del D.L.vo n. 81/2015) possono essere assunti in tutti i settori per il conseguimento di una qualificazione professionale (su questo concetto si veda anche l’interpello del Ministero del Lavoro n. 8/2007) ai fini contrattuali di età compresa tra i 18 ed i 29 anni (29 e 364 giorni al momento dell’attivazione, secondo un indirizzo amministrativo espresso dal Dicastero del Lavoro) e coloro che (art. 47, comma 3, del D.L.vo n. 81/2015) senza limiti di età, siano percettori di indennità di mobilità (ormai, “in estinzione normativa”) o siano titolari di un qualsiasi trattamento di disoccupazione: Vale la pena di ricordare come il rapporto debba tendere ad una qualificazione o ad una riqualificazione professionale.

Per quel che riguarda la misura del trattamento integrativo, la circolare n. 8/2019 richiama “in toto” l’art. 3 del D.L.vo n. 148/2015.

La misura del trattamento integrativo è pari all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata per le ore non prestate comprese tra zero ore ed il limite orario contrattuale. Le modalità di quantificazione dell’ammontare del trattamento integrativo in relazione alla dislocazione oraria della prestazione ed alle modalità di erogazione della retribuzione, ivi comprese le indennità accessorie rispetto alla retribuzione base, sono identiche rispetto agli altri settori.

Il trattamento è soggetto agli stessi obblighi contributivi già esistenti come l’art. 26 della legge n. 41/1986 che prevede una riduzione dell’ammontare del trattamento pari al 5,84%. L’ammontare massimo dell’integrazione salariale non può superare i c.d. “massimali” ex lege n. 427/1980, secondo le modalità già applicate in base alla normativa vigente e soggetti a rivalutazione annuale.

Ma, in quali ipotesi può essere richiesto l’intervento?

La causale è quella classica della crisi aziendale con un andamento a carattere involutivo, con un ridimensionamento dell’attività aziendale valutata sulla base degli indicatori economico.-finanziari valutati complessivamente, con obbligo per l’impresa richiedente di presentare una specifica relazione tecnica, con tutte le motivazioni a supporto e con un piano di risanamento che definisca una serie di correttivi finalizzati a superare gli squilibri di natura produttiva. Il programma di risanamento deve essere proiettato verso la continuazione dell’attività e la salvaguardia, anche parziale, dell’occupazione.

A questa ipotesi che è quella più ricorrente se ne affiancano altre due che fanno riferimento all’evento imprevisto ed improvviso, esterno alla gestione aziendale ed alla ammissione ad una procedura concorsuale con continuazione dell’attività.

In presenza di un accordo siglato nel corso del 2019, puntualizza la circolare n. 8, è possibile concedere i “canonici” dodici mesi pur se si dovesse superare la soglia temporale del 31 dicembre 2019.

Per quel che concerne il contributo addizionale trova applicazione l’art. 5 del D.L.vo n. 148/2015:

  • 9% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore non lavorate (e non sulla integrazione salariale anticipata), relativamente ai periodi di integrazione ordinaria o straordinaria fruiti attraverso anche più interventi fino ad un massimo di 52 settimane in un quinquennio mobile;
  • 12% oltre le 52 settimane, sino ad un massimo di 104 in un quinquennio mobile;
  • 15% oltre le 104 settimane in un quinquennio mobile.

Il contributo addizionale non è dovuto, afferma la circolare n. 24/2015:

  • dalle imprese sottoposte a procedura concorsuale, secondo la previsione contenuta nell’art. 8, comma 8 bis, della legge n. 160/1988;
  • dalle imprese che ricorrono ai trattamenti ex art. 7, comma 10 – ter, della legge n. 236/1993;
  • dalle imprese sottoposte a procedura concorsuale con continuazione dell’attività aziendale le quali, sussistendone i presupposti, accedono al trattamento di CIGS per le causali di riorganizzazione e crisi aziendale previste dal D.L.vo n. 148/2013;
  • dalle imprese che richiedono la CIGO per eventi non oggettivamente evitabili (ipotesi che, però, non riguarda le imprese di call-.center per le quali l’intervento integrativo è soltanto per “crisi aziendale”).

La circolare del Ministero del Lavoro n. 4 del 16 febbraio 2018, con principi che possono riguardare anche le imprese di call-center che si trovino in queste condizioni, ha individuato la esatta decorrenza rispetto alla quale il contributo addizionale non è dovuto nelle imprese che si trovano in procedura concorsuale:

  • nel fallimento con autorizzazione all’esercizio provvisorio la possibilità dell’esonero dal versamento del contributo addizionale scatta dal giorno della pubblicazione della sentenza dichiarativa, ex art. 16 della legge fallimentare, ossia, ricorda la nota ministeriale, dal deposito della sentenza presso la cancelleria del Tribunale. Quando si parla di legge fallimentare ci si riferisce al R.D. n. 267/1942 aggiornato, da ultimo, sia dal D.L. n. 59 convertito, con modificazioni, nella legge n. 119/2016 che dalla legge n. 232/2016;
  • nel concordato preventivo con continuità aziendale l’esonero scatta dal giorno di emissione del provvedimento di ammissione alla procedura, come previsto dall’art. 163 della legge fallimentare;
  • nel c.d. “concordato in bianco” ex art. 161, comma 6, della legge fallimentare ove il responsabile dell’impresa può depositare, in prima istanza, il ricorso di concordato, con riserva di presentare successivamente la proposta di concordato preventivo con il piano e la documentazione allegata, trova applicazione lo stesso termine previsto sub b), ossia dal giorno di emissione del provvedimento in cui l’impresa è ammessa alla procedura;
  • nell’accordo di ristrutturazione del debito l’esonero dal contributo addizionale decorre dalla pubblicazione dello stesso nel registro delle imprese ex art. 182-bis della legge fallimentare;
  • nella liquidazione coatta amministrativa il termine di riferimento è rappresentato dal giorno della ammissione alla procedura concorsuale ex art. 195 del R.D. n. 267/1942: ovviamente, le carte debbono essere in regola, nel senso che l’azienda deve essere stata autorizzata alla continuità dell’esercizio di impresa dall’autorità vigilante;
  • nell’amministrazione straordinaria con autorizzazione all’esercizio di impresa, l’esonero dal versamento del contributo addizionale parte dal giorno della dichiarazione di insolvenza, atteso che le modifiche intervenute con il D.L.vo n. 148/2015 non hanno, minimamente, “toccato” la previsione della legge n. 183/2014 che all’art. 20, comma 6, ha previsto la piena operatività dell’art. 7, comma 10-ter della legge n. 236/1993.

Per quel che riguarda la contribuzione figurativa la circolare n. 8/2019 richiama l’art. 6 del D.L.vo n. 148/2015, il quale conferma che i periodi di sospensione o di riduzione di orario danno diritto alla contribuzione figurativa e sono riconosciuti utili ai fini del conseguimento della pensione di vecchiaia e di quella anticipata. Per tali periodi la contribuzione figurativa viene calcolata sulla base della retribuzione globale alla quale si riferisce la somma integrativa riconosciuta.

L’ultima parte della circolare n. 8/2019 è dedicata al procedimento amministrativo di richiesta dell’intervento integrativo.

L’accordo va sottoscritto in sede ministeriale presso la Direzione Generale dei Rapporti di Lavoro e delle Relazioni Industriali: successivamente, l’istanza va inviata alla Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali – Divisione III, attraverso PEC o lettera raccomandata A.R., corredata da una serie di elementi e dati che sono del tutto analoghi a quelli in uso per la causale “crisi aziendale” che riguarda le altre imprese non appartenenti allo specifico settore dei call-center, L’azienda deve dichiarare se opta per il pagamento diretto da parte dell’INPS.

L’istanza va inviata, in copia, anche all’Ispettorato territoriale competente per territorio che è tenuto ad effettuare una serie di accertamenti nei tre mesi antecedenti la fine dell’intervento integrativo, secondo le regole fissate nella circolare n. 27/2016, la quale chiede che gli accertamenti si concludano entro 30 giorni.

Ma come deve avvenire la verifica degli ispettori?

Va, innanzitutto,  valutato se il datore di lavoro che ha chiesto l’intervento per “crisi aziendale” ha rispettato sia i tempi che i contenuti del programma di risanamento: ciò significa che vanno acquisiti e verificati documenti di natura amministrativa, fiscale, contabile e commerciale, necessari per avere un quadro d’insieme. Quest’ultimo va esaminato anche in rapporto all’andamento involutivo dell’ultimo biennio (bilanci “in rosso”) ed al ridimensionamento (o, quantomeno, la “stasi”) dell’organico: non è che le nuove assunzioni siano “vietate” ma, certo, a meno che non si tratti di profili professionali non presenti in azienda e assolutamente necessari per la produzione, le stesse sono viste con “sospetto” (e andrebbero “motivate” agli ispettori), soprattutto, se accompagnate da benefici di natura contributiva (ad esempio, esonero contributivo ex lege n. 190/2014 o n. 208/2015), economica (50% dell’indennità di mobilità non ancora corrisposta) o fiscale (non computabilita’ ai fini dell’IRAP del costo del personale assunto a tempo indeterminato nel periodo “sotto osservazione”).

Normalmente, il programma di risanamento è accompagnato da un piano di gestione degli esuberi, cosa che può avvenire ipotizzando modalità diverse di cui, quella più comune, è, senz’altro,  quella che prevede il ricorso alla procedura collettiva di riduzione di personale. Gli ispettori non debbono entrare nel merito di questa ma debbono verificare se il programma di ridimensionamento degli organici è avvenuto o meno: non entrare nel merito significa, ad avviso di chi scrive, astenersi da qualsiasi valutazione che riguardi l’iter procedimentale per la quale il Legislatore prevede, attraverso altri strumenti (ricorso giudiziale) la possibilità della impugnativa.

Nel caso, invece, in cui la crisi sia dovuta ad un evento improvviso od imprevisto non ha senso la verifica del biennio antecedente: qui va, “in primis”, valutato se l’evento che ha dato origine alla richiesta ed alla successiva concessione, presenta proprio le caratteristiche sopra evidenziate e, successivamente, se il piano di risanamento prospettato (ad esempio, ricerca di nuovi mercati) ha avuto attuazione. Il ridimensionamento della struttura aziendale non è una caratteristica necessaria ed obbligatoria di questa causale: tuttavia, se è stata prevista, occorrerà verificarne l’attuazione.

Due parole, infine, sulla richiesta di pagamento diretto delle integrazioni, secondo la previsione dell’art. 7, comma 5, del D.L.vo n. 148/2015 ed espressamente richiamata dalla circolare n. 8/2019.

La norma prevede che in presenza di difficoltà di natura finanziaria il datore di lavoro possa richiedere al Ministero del Lavoro che venga autorizzato il pagamento diretto ai lavoratori dell’integrazione salariale straordinaria da parte dell’INPS: l’autorizzazione può avvenire anche contestualmente alla emissione del provvedimento di concessione ma la stessa può essere sottoposta a revoca nel caso in cui gli organi di vigilanza non constatino le predette difficoltà.

Già la circolare n. 24/2015 aveva fornito agli ispettori le prime indicazioni successivamente integrate con la circolare n. 27/2016.

Nella sostanza, al di là di relazioni abbastanza lunghe e “fumose”, si chiede agli Ispettorati territoriali del Lavoro di dichiarare espressamente se le difficoltà di natura finanziaria impediscono all’impresa di anticipare il trattamento e di conguagliarlo successivamente.

La verifica va fatta sull’analisi dell’indice di liquidità riferita all’anno in corso: esso deve risultare negativo, con valore inferiore all’unità, ed è il risultato del rapporto tra liquidità immediate e passività correnti. Qualora ciò non sia congruamente rilevabile, gli organi di vigilanza (ma ciò viene inteso come eccezionale) possono prendere in considerazione documenti aziendali riferibili direttamente all’impresa o al Consiglio di Amministrazione.

Per liquidità immediate si intendono: contanti in cassa ed assegni, conto corrente bancario, titoli facilmente negoziabili sul mercato (il Ministero non si dilunga sul significato dell’avverbio “facilmente”, cosa che potrebbe presupporre, in determinate situazioni, accertamenti che esulano dalla preparazione professionale dell’ispettore).

Per passività correnti si intendono: debiti di fornitura, debiti per finanziamenti a breve e debiti verso banche, debiti diversi (IVA, IRPEF, dipendenti, INPS, INAIL, ecc.), ratei e riscontri passivi, partite passive da liquidare, quote di finanziamento a medio e lungo termine che debbono scadere entro 12 mesi.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 273 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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