Scuola statale: il contratto a termine non ha limiti massimi [E.Massi]

La conversione del “decreto dignità” nella legge n. 96 ha abbassato la durata massima dei contratti a tempo determinato da 36 a 24 mesi. Così non è stato nel settore della scuola pubblica

Scuola statale: il contratto a termine non ha limiti massimi [E.Massi]
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Le discussioni che hanno accompagnato l’emanazione, prima, del D.L. n. 87/2018 e la conversione, poi, dello stesso, nella legge n. 96, si sono, abbastanza soffermate sul fatto che la durata massima dei contratti a tempo determinato, o a termine, comprensivi dei rinnovi, delle proroghe e delle somministrazioni a termine, per mansioni riferibili allo stesso livello della categoria legale di inquadramento, sia stata abbassata, nel settore privato, da 36 a 24 mesi.

Tale limite, però, può essere superato dalla contrattazione collettiva, anche aziendale che, sulla materia, è stata fatta salva (sicché i termini massimi individuati dalla stessa sono rimasti intatti), come è stata fatta salva la possibilità di stipulare, in “deroga assistita”, un ulteriore contratto avanti ad un funzionario dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, per una durata massima di 12 mesi. A ciò va aggiunto che, nel settore pubblico, come chiaramente affermato dal comma 3 dell’art. 1, tutto è rimasto uguale ed il termine massimo di 36 mesi non è stato assolutamente toccato.

L’istituto, quindi, nei settori appena considerati, pur nella variabilità dei termini massimi, è coerente con la Direttiva Comunitaria sui rapporti a tempo determinato che impone la fissazione di un limite in funzione “anti precarizzazione”.

Fatta questa breve premessa, sorprende che nella legge di conversione n. 96, sia stato approvato un emendamento, contenuto nell’art. 4-bis, per il quale non trovano applicazione, nella scuola statale, neanche le disposizioni specifiche riguardanti l’impiego pubblico le quali trovano le proprie determinazioni nell’art. 36 del D.L. vo n. 165/2001, riconfermato nella sua globalità, dalle norme appena approvate. 107/2015 (la c.d. “buona scuola”) ove si affermava che, a partire dal 1° settembre 2016, non era più possibile superare la soglia massima dei trentasei mesi, anche non continuativi.

Ma, in che modo ha operato il Legislatore?

L’art. 4-bis della legge di conversione n. 96 ha abrogato il comma 131 dell’art. 1 della legge n. 107/2015 per il quale non era possibile superare la soglia massima dei trentasei mesi, anche non continuativi, con contratti a tempo determinato relativi a personale docente, educativo, amministrativo, tecnico ed ausiliario operante nelle istituzioni scolastiche ed educative statali.

La “ratio” che, allora, aveva ispirato  tale disposizione traeva origine, principalmente, dalla volontà di “stoppare” i ricorsi del personale della scuola che aveva, continuamente, lavorato a termine, senza alcun limite massimo di durata complessiva dei rapporti e, al contempo, il Legislatore aveva previsto concorsi per inserimento, in pianta stabile, a tempo indeterminato dei docenti: elemento decisivo nella questione fu rappresentato dalla sentenza della Corte Europea di Giustizia del 26 novembre 2014 (cause riunite (C-22/13, da C- 61/13 a C- 63/13 e C- 418/13) la quale stabilì che, laddove si configurava un abuso nella successione, anche non continuativa, di contratti a tempo determinato, occorreva garantire ai lavoratori una adeguata ed effettiva forma di tutela: spettava allo Stato individuare la forma (stabilizzazione o tutela risarcitoria).

Seguendo tale linea di indirizzo la Magistratura ha successivamente, affermato che nei rinnovi contrattuali, con superamento del limite massimo dei trentasei mesi, si configurava un abuso che dava luogo ad un risarcimento del danno, non potendo configurarsi una stabilizzazione automatica del rapporto a tempo indeterminato, considerati i limiti imposti dall’ordinamento costituzionale che, all’art. 97 Cost., prevede la procedura concorsuale pubblica per l’inserimento effettivo negli organici, e dall’art. 36, comma 5, del D.L.vo n. 165/2001. Quest’ultimo comma impone anche alle Amministrazioni di recuperare le somme pagate a titolo di risarcimento del danno al lavoratore per il quale sono stati stipulati contratti oltre la soglia massima consentita: i dirigenti responsabili sono tenuti a “rifondere” il danno (responsabilità erariale, oltre ad altri eventuali comportamenti sanzionatori) qualora la violazione sia avvenuta con dolo o colpa grave.

La successiva sentenza della Corte Costituzionale, la n. 187 del 20 luglio del 2016, prendendo atto della legge n. 107/2015, aveva operato una distinzione tra il personale insegnante al quale era precluso il risarcimento per l’illecito pregresso in quanto le elevate probabilità di assunzione stabile, attraverso i concorsi programmati, configuravano un rimedio sufficiente,  ed il personale A.T.A. al quale si riteneva applicabile la tutela risarcitoria in base ai criteri quantificatori previsti dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 5072 del 15 marzo 2016. Il principio di diritto affermato in questa decisione stabilisce che “nel regime pubblico contrattualizzato, in caso di abuso del ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato da parte di una Pubblica Amministrazione, il dipendente che abbia subito la illegittima precarizzazione del rapporto di impiego, ha diritto, fermo restando il divieto di trasformazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato posto dall’art. 36, comma 5, del D.L.vo n. 165/2001, al risarcimento del danno previsto dalla medesima disposizione con esonero dell’onere probatorio nelle misure e nei limiti di cui all’art. 32, comma 5, della legge n. 183/2010 e, quindi, nella misura pari ad una indennità onnicomprensiva tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’art. 8 della legge n. 604/1966. Questi ultimi fanno riferimento al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell’organico datoriale, all’anzianità di servizio del lavoratore, al comportamento ed alle condizioni delle parti.

La cancellazione del limite massimo dei trentasei mesi, operata con l’art. 4-bis della legge n. 96/2018, riaprirà, prevedibilmente, il contenzioso giudiziario con la condanna delle Istituzioni pubbliche tutte le volte che sarà superato il limite dei trentasei mesi (che è quello, “speciale”, previsto nel settore pubblico dall’art. 36 del D.L. vo n. 165/2001) e che è stato riconfermato anche dopo l’attuale riforma (art. 1, comma 3, del D.L. n. 87/2018).

Tale cancellazione appare incoerente non soltanto rispetto a quanto sancito dalla sentenza della Corte Europea di Giustizia (la quale non fa altro che richiamare i principi della Direttiva Comunitaria che impongono, senza alcuna eccezione, l’obbligo della fissazione di un termine massimo), ma anche al quadro regolatorio “generale” previsto dalla riforma definita dalla legge n. 96/2018 che individua, comunque, dei limiti massimi di reiterazione fissati  dalla disposizione legale o dalla contrattazione collettiva.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 226 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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