Più collaborazione nei servizi per il lavoro [S.Vergari]

Esiste ormai la necessità, anche in base alla norma nazionale, dell’avvio di un processo di integrazione pubblico/privato affinché entrambi operino in sinergia per il fine ultimo che è la massima occupazione

Più collaborazione nei servizi per il lavoro [S.Vergari]
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Il persistente divario tra domanda ed offerta di lavoro è il grande problema irrisolto del nostro tessuto socio-economico. Le imprese faticano a trovare le figure professionali richieste, come denunciano in questi giorni, come ogni anno, le aziende turistiche romagnole impegnate nella stagione estiva. Una fetta significativa della domanda rimane inevasa, con gravi ripercussioni sulla qualità del sistema produttivo. Il problema, tra l’altro, sembra progressivamente acuirsi.

Le ragioni sono profonde e radicate e solo in parte sottoposte a una riflessione oggettiva, depurata da condizionamenti ideologici. Tra queste, va considerato l’incessante avanzamento dell’innovazione tecnologica, che sposta progressivamente in avanti il livello di competenze e requisiti professionali richiesti. Il sistema formativo non riesce a reggere questa velocità. Ugualmente, i percorsi di qualificazione e riqualificazione professionale dei lavoratori adulti non sono quantitativamente idonei a soddisfare le esigenze del mercato. A ciò si aggiunge la difficoltà di questi ultimi di adattarsi ai cambiamenti.

Sul versante opposto, si pone il progressivo abbandono da parte della manodopera italiana di attività professionali non più attrattive, perché poco remunerative o troppo faticose o veicolate da forme contrattuali connotate da eccessiva instabilità. E’ il caso, ad esempio, di alcune attività agricole o del settore delle imprese ricettive (ristoranti, alberghi), dei servizi alla persona, delle attività manifatturiere più obsolete. Ciò produce situazioni di contrazione occupazionale sul lato della componente autoctona, con conseguenti fenomeni di insufficienza dell’offerta di lavoro immediatamente disponibile.

In mezzo rimane il livello ancora insufficiente d’intermediazione professionale nei rapporti di lavoro. Esso costituisce un problema autonomo, generato da una preferenza ancora marcata per i canali informali, imperniati diffusamente su criteri di gestione dell’incontro tra domanda e offerta distanti dalla valorizzazione del merito e dei requisiti professionali. Così, 8 disoccupati su 10 chiedono aiuto, per essere assunti, alle rete parentale o amicale di appartenenza. Eppure, il nodo persistente, non risolvibile dalle reti informali, è costituto dall’accesso alle informazioni. Sapere come muoversi e dove reperire adeguate notizie sulle offerte di lavoro è il primo elemento per la ricerca del lavoro. Tali informazioni possono essere fornite solo da chi gestisce professionalmente l’incontro tra domanda e offerta.

Oggi, il sistema dei servizi professionali per l’impiego, o servizi per il lavoro,  è di fatto strutturato su una logica divisiva. Da una parte, si pongono i servizi dedicati prevalentemente ai lavoratori (disoccupati o occupati interessati a cambiare lavoro), che sono governati dal circuito pubblico. Dall’altra, agiscono i servizi per i datori di lavoro, gestiti in prevalenza dai soggetti privati, come le agenzie per il lavoro. Agli stessi il d.lgs. n. 276 del 2003 ha riservato un alveo specifico di intervento.

Questo schema a due canali si è alimentato per la necessità dei servizi privati di trovare una via propria di sviluppo, gioco forza spostata sulle esigenze delle imprese. In contemporanea, il sistema dei servizi pubblici è rimasto largamente sottosviluppato e solo da pochi anni si sta aprendo ad un rapporto strutturato con gli intermediari privati. Il combinato disposto delle due dinamiche ha prodotto l’avanzamento dei due sistemi (servizi privati e servizi pubblici) secondo linee scarsamente comunicanti, con il risultato della privazione del mercato del lavoro dell’unione tra le due forze.

Le esigenze emergenti testimoniano che è tempo di percorrere vie nuove, imperniate sulla collaborazione diffusa tra pubblico e privato. L’abbinamento tra culture, approcci e metodologie differenti può fungere da strumento ideale di sviluppo dei servizi per il lavoro.

Di collaborazione si parla, invero, da lungo tempo tra gli addetti ai lavori, salvo poi assistere all’elogio delle forme di sana competizione, come testimonia la vicenda dell’assegno di ricollocazione, che costituisce, al momento, il più grande strumento di competizione tra centri per l’impiego e soggetti accreditati ai servizi pubblici per il lavoro.

Per realizzare la piena collaborazione tra pubblico e privato serve, invero, una condizione preliminare, ancora non pienamente compiuta. Serve, in particolare, che sia dato un volto chiaro al rapporto tra i livelli pubblici di intervento, in particolare, tra il livello regionale e quello nazionale. Il linguaggio nei confronti degli operatori privati e delle aziende deve essere allineato e coerente per produrre risultati positivi.

Quale contributo offre sul punto il legislatore? E’ noto lo sforzo del d.lgs. n. 150/2015 di produrre una maggiore centralità del livello statale nel governo del mercato del lavoro. Benché in molti in dottrina ritengano che quel decreto non esprima alcun disegno preciso, è evidente, invece, la ricerca dello Stato di produrre un proprio coordinamento dei complessivi servizi erogati dalle Regioni. Per ottenere tale risultato si è attivata la leva di due competenze esclusive, riconosciute idonee dalla Corte Costituzionale ad incunearsi, quali valori trasversali, all’interno delle competenze concorrenti ed esclusive delle Regioni: si allude, rispettivamente, alla competenza statale in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni e a quella in materia di coordinamento informativo statistico e informatico dei dati.

La prima competenza si è tradotta sinora nell’indicazione confusa, all’interno del d.lgs. n. 150/2015, dei livelli essenziali delle prestazioni. L’elemento di confusione è dato dal fatto che difetta l’indicazione delle prestazioni da prendere a riferimento e dei rispettivi livelli considerati essenziali. Il legislatore dà invece rilievo, più che alle prestazioni, ai generici contenuti delle norme previste in alcuni articoli del d.lgs. 150/2015 esplicitamente indicati. Il risultato è che non è precisato ciò che lo Stato si impegna a fare e a finanziare, in collaborazione con le Regioni. Le stesse Regioni non sono poste nella condizione di conoscere cosa è finanziato dallo Stato, quali strumenti devono essere unitariamente utilizzati per garantire i livelli essenziali e quali misure sono lasciate alla propria discrezione ed al proprio finanziamento in base alle esigenze dei territori.

Qualcosa in più si può desumere dal recente decreto ministeriale 4/2018, nel quale è presente un’elencazione precisa delle prestazioni essenziali da garantire ai cittadini. Continuano a mancare, tuttavia, le durate standard dei singoli servizi ed i costi standard applicabili a quelli corrispondenti ai livelli essenziali. Ciò impedisce di stimare i fabbisogni di servizi presenti sul territorio e di determinare la relativa programmazione finanziaria. Difetta, tra l’altro, il fondamentale chiarimento su ciò che costituisce l’insieme dei servizi da erogare unitariamente sull’intero territorio nazionale e ciò che identifica lo spazio d’intervento riservato alle singole Regioni, in una logica di regionalismo differenziato.

Quanto alla seconda competenza (il coordinamento informatico dei dati), il d.lgs. n. 150/2015 la traduce nell’istituzione normativa del Sistema informativo unitario delle politiche del lavoro. Il riferimento è ad una struttura da realizzare tramite una stringente cooperazione tra l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, il Ministero del lavoro, le Regioni, l’Inps e l’Inap. Anche in questo caso, l’intento appare chiaro e meritevole. Si tratta di fornire al mercato del lavoro un sistema informativo pubblico integrato e dotato di informazioni plurime e strutturate, capaci di orientare la costruzione dei servizi e delle prestazioni in conformità ai bisogni e di presidiarne l’erogazione virtuosa.

Si può dire, a tre anni di distanza, dal decreto, che la banca dati tanto auspicata è stata realizzata? La risposta, purtroppo, è negativa, sebbene siano in atto cospicui sforzi per la sua compiuta costituzione. Nel frattempo, il governo del mercato del lavoro è ancora imperniato sul contributo irrinunciabile delle Regioni, cui gli operatori privati continuano a fare riferimento come l’interlocutore privilegiato. Ma le stesse Regioni non dispongono di strumenti informativi capaci di intercettare tutte le informazioni. Sul lato dei lavoratori, non esiste uno spazio informativo unitario per far conoscere l’insieme delle offerte di lavoro presenti sul territorio. Prosegue la convivenza tra strumenti plurimi, con notevole dispendio di energie e complessivo disorientamento dei cittadini.

In attesa, allora, che il percorso istituzionale conduca ad un rapporto compiuto e definito tra il livello statale e quello regionale, è necessario che almeno prosegua lo sforzo delle Regioni di aprirsi alla collaborazione strutturata con gli operatori privati. I presupposti per la crescita ci sono tutti, se è vero che è ormai quasi ultimata la regolamentazione regionale dell’istituto dell’accreditamento di tali operatori e che, dopo il decreto ministeriale 11 gennaio 2018, le regole da applicare per la collaborazione sono unitarie tra le Regioni. All’appello mancano solo la Provincia Autonoma di Bolzano, per scelta precisa, e la Regione Liguria, che invece ha già avviato un suo progetto normativo. Per il resto, tutte le altre regioni dispongono di regole comuni per lo sviluppo uniforme della collaborazione tra pubblico e privato.

Paradossalmente, dunque, proprio il livello regionale, cui la vulgata dominante riconduce il fallimento dei servizi per il lavoro, sta dimostrando una rinnovata vena riformatrice, testimoniata anche dall’acquisizione diretta dei centri per l’impiego. E’ a questo livello che spetta la responsabilità più elevata di sviluppare le reti con gli operatori privati.

Ma a cosa deve servire la collaborazione pubblico-privato? A far lievitare, come si diceva, il livello di intermediazione professionale della domanda e dell’offerta di lavoro. E’ importante, in proposito, l’avvio di servizi per il lavoro pubblici anche a favore dei datori di lavoro. Con tale scelta, non solo si colma un deficit storico dei servizi pubblici, ma si precostituisce il terreno per la vera collaborazione tra operatori pubblici e quelli privati. Il pubblico può affidare agli operatori privati, tramite bandi o, più facilmente, tramite titoli d’acquisto (dote lavoro, borsa lavoro ecc.), l’erogazione di servizi alle imprese costituenti il loro core business. Gli operatori privati, in cambio, mettono a disposizione i propri rapporti strutturati con le imprese ed il proprio know how, potendo altresì utilizzare gli strumenti specifici, predisposti a livello regionale, per sostenere l’occupabilità dei soggetti da ricollocare. Le imprese, per parte loro, possono ottenere servizi mirati e risposte tendenzialmente pertinenti ai propri bisogni.

Anche il sistema può trarne vantaggio. La collaborazione favorisce, come si diceva, la contaminazione di mondi apparentemente distanti, ma impegnati sul medesimo terreno. Essa può aiutare, soprattutto, la messa a fattor comune degli sforzi per abbassare il tasso, purtroppo in crescita, dei posti di lavoro vacanti e impedire che accadano episodi di mancata saturazione della domanda di lavoro. Le imprese che cercano le figure professionali di cui hanno bisogno devono poter contare su interventi sinergici, votati a reperire con immediatezza quelle figure o comunque a supportarne l’emersione e la formazione.

Sulla soglia del terzo decennio del secolo, è difficile accettare fenomeni, come quelli ancora presenti in molte aree del Paese, in cui interi settori produttivi, soprattutto del terziario, soffrono pesantemente per la mancanza di manodopera disponibile e dedicata. Sono questi i problemi che devono attrarre soluzioni. Invece, le discussioni sulla bontà teorica di questo o di quell’altro strumento, come accaduto con riferimento all’assegno di ricollocazione, rischiano di allontanare l’attenzione dagli obiettivi prioritari, che toccano imprese e lavoratori.

Sull' autore

Sergio Vergari
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Esperto di diritto del lavoro, è dirigente della Provincia Autonoma di Trento, avvocato e arbitro nelle controversie di lavoro private e pubbliche. Ha consolidato le proprie competenze come responsabile delle attività ispettive, presidente della commissione di certificazione dei contratti di lavoro, della commissione di conciliazione dei conflitti di lavoro e del comitato per i rapporti di lavoro. E’ componente del coordinamento tecnico delle Regioni e della Conferenza Stato Regioni. Collabora stabilmente con alcune Università italiane.

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