La Gig economy, quei lavoratori dimenticati e senza tutele

La Gig economy, quei lavoratori dimenticati e senza tutele

Nel contesto di un’economia messa a dura prova dalla crisi e le sue ripercussioni, si è sviluppato un nuovo sistema di rapporti lavorativi e lavoratori: la cosiddetta Gig economy. Si tratta di un particolare sistema che riesce a fare a meno dei classici contratti a tempo indeterminato o alle prestazioni continuative.

Nella Gig economy il lavoro è diventato esclusivamente “on demand” o a chiamata. Vale a dire che si lavora solo quando esiste la necessità delle nostre competenze e del nostro tempo. I protagonisti che si muovono all’interno di questo sistema sono i corrieri, i rider o i driver di Uber, sono chiari esempi di figure professionali all’interno della Gig economy. In altre parole sono i giovani, e invero anche i meno giovani, che costruiscono una sorte di carriera professionale facendo dei “lavoretti”.

Qualche tempo fa una circostanza lavorativa come questa non appariva minimamente una buona opzione economica, oggi invece vista la crisi del lavoro molte persone stanno approfittando delle opportunità occupazionali, anche se particolarmente discontinue, offerte da siti, applicazioni e piattaforme web.

Il termine Gig economy nasce grazie alla creazione di applicazioni e siti che offrono dei piccoli lavoretti on demand. Partendo da questo presupposto, infatti, è chiamata anche economia delle piattaforme. Trova nel contesto dell’economia collaborativa e della sharing economy la sua genesi come anche l’evoluzione in un sistema ibrido, e difficile da classificare, di ricerca di guadagno create dalle potenzialità del Web.

Il grande dilemma e problema della Gig economy è quello delle tutele nei confronti dei lavoratori. Visto che la legislazione non è riuscita ancora a collocare questi lavoratori, e non essendoci dei veri e propri contratti difficilmente le persone ricevono lo status di dipendenti con le conseguenti agevolazioni, pensionistiche e sanitarie, a cui avrebbero diritto. Con la crescita di questo tipo di sistema sarà indispensabile per le persone chiedere e ottenere dai governi nazionali delle nuove regolamentazioni. Nuove leggi che permettano una maggiore tutela a chi lavora on demand.

Partendo da questo presupposto molti analisti e osservatori del mercato del lavoro credono che il futuro della Gig economy dipenderà dalla capacità dei politici di adeguare le leggi a queste nuove forme di lavoro. Con l’obiettivo di tutelare sia i dipendenti che le aziende.

Intanto a margine della festa dei lavoratori del Primo maggio, i sindacati hanno espresso le loro perplessità proprio nei confronti di questo tipo di professione e le conseguenti mancanze di diritti e tutele: “Con le piattaforme digitali si fanno più soldi che con le piattaforme petrolifere. Mandare i giovani in giro con la bicicletta e sottopagarli è nuovo caporalato, non è innovazione”. Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, interpreta così l’inchiesta di Repubblica sul lavoro di fattorino all’epoca della Gig Economy. “Le condizioni materiali sono quelle antiche e – ribadisce invece Susanna Camusso – mettere al primo posto la sicurezza significa passare dalle polizze private all’Istituto Nazionale per l’Assicurazione Infortuni sul Lavoro”. “Benché non sia facile riunire a un tavolo queste aziende e i loro lavoratori – conclude per la Cisl Annamaria Furlan – è attraverso la contrattazione che noi dobbiamo farne crescere i diritti, a partire dalla sicurezza”.

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