Il salario minimo nella delega del jobs act (E. Massi)

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editoriale di Eufranio MassiLa legge delega che riforma gran parte degli istituti del lavoro è stata definitivamente approvata dal Parlamento: il dibattito sui “media”, nei talk show e tra gli operatori della materia si è soffermato, giustamente, sul superamento dell’art. 18 e sul contratto a tutele crescenti ed ha parlato meno di altri argomenti ugualmente importanti (revisione degli ammortizzatori sociali, adeguamento dei controlli a distanza, condizioni per il demansionamento, superamento delle collaborazioni a progetto), mentre di altri non ne ha parlato affatto. Mi riferisco, tanto per citarne uno, alla introduzione del compenso orario minimo che, a mio avviso, avrebbe meritato maggiore attenzione.

L’art. 1, comma 7, lettera g) delega l’Esecutivo alla “introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché, fino al loro superamento, ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

La delega che il Parlamento ha fornito al Governo sta a significare molte cose.

Innanzitutto, nei settori non coperti da alcuna contrattazione collettiva (anche di secondo livello) che, a mio avviso, se esistono, sono pochissimi, l’Esecutivo potrà, anche in via sperimentale, introdurre un salario orario minimo sia per le prestazioni di lavoro subordinato che per le collaborazioni coordinate e continuative (almeno fino a quando non saranno superate): tutto questo, previa consultazione delle parti sociali comparativamente (è un avverbio costantemente ripetuto che tende ad escludere le organizzazioni di “peso limitato”) più rappresentative a livello nazionale. Da ciò discende che se il settore ha una regolamentazione contrattuale sottoscritta dai sindacati comparativamente più rappresentative non c’è alcun spazio per un decreto legislativo finalizzato ad introdurre un salario minimo inferiore o superiore.

La seconda novità è di natura deduttiva: con la formulazione adottata dal Legislatore i contratti collettivi richiamati dalla norma divengono, sostanzialmente, “erga omnes” per quel che riguarda la individuazione dei compensi minimi: tutto questo in una logica di valorizzazione dell’autonomia collettiva.

 Da ciò discende una ulteriore considerazione: le retribuzioni del CCNL non saranno più prese dai giudici quale riferimento orientativo ex art. 36 della Costituzione, ma diverranno obbligatorie con una sorta di estensione indiretta “erga omnes”, senza con ciò incidere sul principio della libertà sindacale ex art. 39 Cost. e con un sostanziale accentramento, su questo specifico punto, verso la contrattazione nazionale. Il passaggio dal riferimento orientativo alla obbligatorietà comporterà, ad esempio, che non saranno più prese in considerazione le sole retribuzioni “legali” (le dodici mensilità e la tredicesima) ma tutto il salario contrattuale.

Quanto appena detto non è di secondaria importanza: si pensi, ad esempio, a quelle contrattazioni stipulate da organizzazioni che nella “comparazione” del peso, sono, del tutto, secondarie e che prevedono salari percentualmente inferiori. Ebbene, se la delega sarà emanata (ed, ovviamente, occorrerà vederne anche gli specifici contenuti), gli spazi per i c.d. “contratti pirata” si dovrebbero restringere. Il risultato dovrebbe essere particolarmente interessante sol che si pensi a forme di sfruttamento salariale particolarmente evidenti in alcuni settori a rischio come la logistica, le pulizie, l’agricoltura o l’edilizia ove, sovente, l’utilizzazione di manodopera che vive ai margini del mondo del lavoro è particolarmente evidente.

Vale la pena di ricordare come, con riferimento alla sola figura dei soci lavoratori, la disposizione invocata, ora, dal Legislatore non sia del tutto nuova: infatti, l’art. 7, comma 4, del D.L. n. 248/2007 convertito, con modificazioni, nella legge n. 31/2008, dettando “disposizioni in materia di lavoro non regolare e di società cooperative”, afferma che, in attesa della revisione della figura dei soci lavoratori di società cooperative, queste ultime sono obbligate ad applicare ai primi, trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria. Su questo punto il Dicastero del Lavoro è stato chiaro sin dall’inizio, dettando, attraverso la propria Direzione Generale per l’Attività Ispettiva, precise direttive alle dipendenti articolazioni periferiche, finalizzate al rispetto della norma raggiungibile attraverso mezzi idonei come, ad esempio, l’istituto della diffida accertativa per crediti patrimoniali.

Attendiamo, con fiducia, l’emanazione delle disposizioni delegate.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 218 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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