Impianti audiovisivi e strumenti di controllo [E. MASSI]

Impianti audiovisivi e strumenti di controllo [E. MASSI]
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Con la circolare n. 5 del 19 febbraio 2018 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro fornisce una serie di indicazioni operativi alle proprie articolazioni periferiche in materia di rilascio del provvedimento di autorizzazione previsto dall’art. 4 della legge n. 300/1970 (ampiamente rimodulato dall’art. 23 del decreto legislativo n. 151/2015 e, poi, parzialmente corretto dall’art. 5, comma 2, del decreto legislativo n. 185/2016) concernente l’installazione e l’utilizzazione di impianti audiovisivi e di altri strumenti di controllo.

La nota dell’INL risulta condivisa dagli organi del Ministero del Lavoro e, di per se stessa, non incide su situazioni consolidate anche da un punto di vista giudiziario: l’autorizzazione, come l’accordo sindacale, debbono essere preventivi e l’apparato sanzionatorio scatta pur se le c.d. “telecamere” sono spente e sono finte (Cass. n. 22662/2016; Cass. penale, n. 45198/2016, Trib. Milano, n. 205/2017).

Come dicevo, la circolare intende determinare le linee di comportamento che gli Ispettorati territoriali debbono tenere a partire dalle istanze presentate dai datori di lavoro: esse, è bene sottolinearlo, da subito, debbono puntare a verificare, nel concreto, le ragioni giustificatrici dell’utilizzo che resta vietato se, anche potenzialmente, può determinare un controllo a distanza dei lavoratori. I presupposti giuridici che consentono di derogare ad divieto e, quindi, giungere all’accordo sindacale o al provvedimento autorizzatorio dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro (o Nazionale se riguarda più unità produttive ubicate in Province o Regioni diverse) sono stati individuati dal Legislatore:

  1. nelle esigenze organizzative e produttive;
  2. nella sicurezza del lavoro;
  3. nella tutela del patrimonio aziendale.

 Istruttoria delle domande presentate

Sulle modalità di effettuazione dell’istruttoria l’Ispettorato Nazionale interviene sulla organizzazione dei singoli uffici territoriali, superando quella attribuzione che, sovente, risaliva ad una precedente struttura (quella delle Direzioni territoriali) e che affidava tale compito agli “ispettori tecnici”.

Ora, probabilmente partendo dall’assunto della scarsità di personale della vigilanza in possesso di tale qualifica viene fatto un discorso prettamente diverso rispetto al passato: l’istruttoria, in linea di massima, non coinvolge aspetti “tecnici” e, di conseguenza, i Capi degli Ispettorati territoriali possono demandare l’esame sia ad ispettori ordinari (pur nella carenza complessiva, ben superiori, come numero, a quelli tecnici) che a personale amministrativo, i quali sono tenuti, in primo luogo, ad esaminare la sussistenza delle ragioni per le quali l’azienda ha chiesto l’autorizzazione.

Una volta ritenuta coerente con la norma la richiesta dell’impresa, l’Ispettorato Nazionale ritiene che le proprie strutture periferiche non debbano porre particolari limitazioni di ordine tecnico che potrebbero limitare l’efficacia del controllo.

Di qui la considerazione che, pur essendo la regola generale quella che la ripresa dei lavoratori ha natura occasionale od incidentale, non è, assolutamente, esclusa la ripresa diretta sia per la sicurezza che per la tutela del patrimonio aziendale.  Di qui, la circolare n. 5, preclude l’inserimento nel provvedimento autorizzatorio di alcune condizioni limitative come quelle legate all’oscuramento del volto o all’angolo di ripresa della telecamera. Per completezza di informazione, va sottolineato come la decisione di accoglimento dell’istanza con l’emissione del provvedimento o un suo motivato rigetto non possano essere, per espressa disposizione normativa, oggetto di gravame amministrativo.

Un altro passaggio fondamentale, rispetto al passato, riguarda sia il numero delle telecamere che il loro posizionamento predeterminato: ora, secondo l’Ispettorato Nazionale, ferma restando la sussistenza delle ragioni che legittimano il controllo, sempre verificabili, non risulta necessario specificare, pedissequamente, la loro collocazione ed il numero, in quanto si verrebbe ad incidere sulla stessa organizzazione del lavoro. Infatti, i luoghi ed il posizionamento delle merci può essere oggetto di nuova collocazione, cosa che, alla luce del nuovo principio affermato, rende del tutto inutile l’esame delle planimetrie con l’indicazione del posizionamento dei mezzi di ripresa e con la conseguente necessità (che l’Ispettorato Nazionale del Lavoro vuole assolutamente evitare) del rinnovo del provvedimento autorizzatorio in presenza delle medesime condizioni legittimanti l’installazione.

Appare, oltremodo evidente, come la questione da esaminare e da tenere presente riguardi non il posizionamento delle telecamere e la richiesta di altre condizioni a cui subordinare il provvedimento di autorizzazione, ma l’impiego delle misure di controllo in misura funzionale rispetto all’ interesse dichiarato che si intende tutelare (esigenze tecnico-produttive, sicurezza del lavoro e tutela del patrimonio aziendale). Ovviamente, tutto ciò incide anche sui contenuti dell’attività di vigilanza successiva al rilascio dell’autorizzazione: gli ispettori che, magari effettuano l’accesso in azienda per la verifica di altre situazioni, debbono unicamente verificare se la utilizzazione degli strumenti di controllo è conforme con le finalità dichiarate nella domanda.

 

Tutela del patrimonio aziendale

Anche l’argomento della tutela del patrimonio aziendale non più correlato alla sola ipotesi dell’art. 6 della legge n. 300/1970, viene affrontato dalla circolare n. 5: va sottolineato come per “patrimonio aziendale” non si intendano soltanto i beni materiali ma anche gli altri c.d. “immateriali”, come le banche-dati, i progetti produttivi, il know-how, le liste dei clienti e quelle dei fornitori. Si tratta di una nozione ampia che va valutata con attenzione ma nella quale, qualora ce ne fosse bisogno specificarlo come ha fatto la circolare, non rientrano i dispositivi collegati ad impianti di antifurto che, di per se stessi, non consentono alcuna forma di controllo incidentale.

Qui, vengono, opportunamente, ricordate le posizioni del “Garante della privacy” il quale ha, a più riprese, ricordato come i principi di legittimità del fine perseguito debbono, necessariamente, essere correlati e contemperati con la correttezza, la non eccedenza e la proporzionalità: ciò impone “una gradualità nell’ampiezza e tipologia del monitoraggio”. Su questo punto è bene ricordare quanto già affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 15892/2017) secondo la quale la vigilanza determinata da ragioni produttive va mantenuta in una dimensione non esasperata dall’uso di tecnologie che rendano la stessa continua ed anelastica, eliminando qualsiasi zona di riservatezza e di autonomia.

Da quanto appena detto discende che allorquando l’installazione di impianti audiovisivi di controllo sia evocata dal richiedente come strettamente funzionale alla tutela aziendale, essi trovino una legittimazione soltanto a fronte di specifiche anomalie e, in ogni caso, dopo l’esperimento di misure meno limitative dei diritti dei lavoratori. In ogni caso, gli organi di vigilanza, in caso di controllo, debbono tener presenti tutti questi elementi.

Una vecchia sentenza della Corte di Cassazione, la n. 5902/1984, emanata in relazione ai presupposti legittimanti la tutela del patrimonio aziendale attraverso le visite di controllo ex art. 6 della legge n. 300/1970 si pone sulla stessa “lunghezza d’onda” affermando che queste ultime vanno valutate in relazione ai mezzi tecnici e legali alternativi attuabili, alla qualità dei beni oggetto di tutela ed alla possibilità di prevenire ammanchi attraverso misure alternative.

La valutazione dei contrapposti interessi va fatta anche in relazione al valore dei beni asportabili ed alla asportabilità degli stessi.

Telecamere e impianti audiovisivi

Il tradizionale concetto di videosorveglianza attraverso le telecamere risulta superato sulla base della evoluzione delle tecnologie digitali che rendono possibili funzioni di controllo, fino a poco tempo fa, inimmaginabili, come dimostrano, ma è soltanto un esempio, il trasporto dei dati da un pc all’altro attraverso internet, con la possibilità di visualizzare e mantenere le informazioni video in qualsiasi punto della rete.

L’Ispettorato Nazionale ritiene che ove sussistano le ragioni giustificatrici (ma qui è sempre il potere discrezionale dell’organo periferico a decidere), possa essere autorizzato l’accesso “da remoto” alle immagini “in tempo reale: si tratta, indubbiamente, di casi eccezionali che vanno motivati in modo adeguato. In tale logica l’accesso alle immagini registrate sia da remoto che sul posto deve essere accompagnato da funzionalità che consentano la conservazione dei “log di accesso” per un periodo non inferiore a sei mesi. Da ciò discende che nel provvedimento di autorizzazione non può essere apposta una condizione “divenuta tradizionale” anche perché richiesta, in passato, dagli stessi organismi ministeriali, quello del sistema della “doppia chiave fisica e logica” per l’accesso.

Ma, quale è il perimetro entro il quale i sistemi di video sorveglianza possono operare?

Tra questi rientrano, senz’altro, come affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 1490/1986, anche le aree esterne di pertinenza aziendale ove vengono effettuate operazioni aziendali di natura anche saltuaria (si pensi, ad esempio, all’area destinata allo scarico delle merci), mentre sono da escludere le zone anche vicine all’azienda, ma del tutto estranee alla stessa come il suolo pubblico antistante.

Dati biometrici

La raccolta e l’utilizzo di dati biometrici (c.d. “riconoscimento antropometrico”) con lo scopo di evitare l’ingresso in azienda a soggetti non autorizzati si sta progressivamente diffondendo. Di ciò si è reso, perfettamente conto il Garante che ha emanato nel dicembre 2014 un provvedimento prescrittivo in tema di biometria nel quale ha affermato che l’adozione di sistemi biometrici basati sull’elaborazione dell’impronta digitale e sulla topografia della mano è ammessa sia per limitare l’accesso a luoghi ritenuti “sensibili” che per consentire l’utilizzazione di macchinari ed apparati pericolosi ai soli soggetti qualificati ed abilitati per tale specifico uso.

Partendo da tale ultima specificazione (utilizzo di strumenti possibile soltanto per alcuni lavoratori in possesso di specifiche competenze) l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ritiene che non sia necessaria l’autorizzazione dell’Ispettorato o anche l’accordo con le organizzazioni sindacali interne (o nazionali se riguarda più realtà produttive) in quanto ci si trova di fronte a quella ipotesi che il Legislatore  ha chiarito all’art. 4, comma 2, trattandosi di uno strumento indispensabile per rendere la prestazione lavorativa.

Considerazioni finali

La circolare n. 5 che tratta soltanto alcune questioni particolari e che interviene, nuovamente, sulla materia, dopo una serie di chiarimenti intervenuti su diversi argomenti (si pensi a titolo di mero esempio, alle note sulla obbligatorietà del provvedimento autorizzatorio in mancanza di accordo sindacale, sull’utilizzo del GPS e sui call-center), sembra cambiare, radicalmente, l’impostazione che le articolazioni periferiche dell’Ispettorato debbono tenere nei confronti della istanza datoriale. Un esame approfondito delle ragioni giustificatrici appare necessario e doveroso e, in presenza della effettiva sussistenza delle stesse, appare estremamente secondario imporre prescrizioni “tecniche” legate all’angolo di ripresa delle telecamere o al numero delle stesse, tenendo presente che la realtà produttiva dell’impresa esige, sovente, cambiamenti funzionali alla organizzazione o alle modalità di conservazione delle immagini.

Si tratta di un cambiamento di prospettiva che può, talora, incidere sulla posizione dei singoli lavoratori, cosa che va sempre tutelata tenendo anche presente ciò che recita il comma 3 dell’art. 4: le informazioni raccolte sia con gli strumenti autorizzati dall’Ispettorato (o dall’accordo sindacale) che con quelli di lavoro non soggetti alla procedura prevista al comma 1, possono essere utilizzati a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro nel rispetto di due condizioni:

  • deve essere fornita una adeguata informazione sulle modalità di impiego della strumentazione, nonché relativamente alle modalità di svolgimento dei controlli, cosa che, sotto l’aspetto puramente organizzativo, ha una propria specifica rilevanza. Di qui la necessità di disposizioni di natura regolamentare o di policy aziendale con i quali debbono essere specificati gli usi consentiti, i limiti di utilizzo, le modalità di controllo e le possibili conseguenze sul piano disciplinare;
  • deve essere rispettata la normativa in materia di privacy prevista dal L.vo n. 196/2003, soprattutto con riferimento ai criteri della correttezza, della pertinenza della c.d. “non eccedenza”, e del divieto del controllo massivo e generalizzato.

Il mutato orientamento amministrativo dell’Ispettorato Nazionale cambia anche alcune condizioni strettamente correlata all’attività di vigilanza che, necessariamente, non potrà essere focalizzata su elementi, finora, riconosciuti come dirimenti rispetto al provvedimento: numero delle telecamere, angolo di ripresa, necessità di un nuovo provvedimento in caso di aumento delle postazioni video, ecc..

Da ultimo, ritengo che la nuova impostazione amministrativa imponga, velocemente, la riformulazione dei moduli di istanza di autorizzazione per l’installazione di impianti audiovisivi, presenti sui siti web nazionale e territoriali, laddove si chiede ai datori di lavoro di specificare una serie di dati non più necessari come, ad esempio, “il numero dei monitor di visualizzazione ed il loro posizionamento”.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 218 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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