Superamento del periodo di comporto e risoluzione del rapporto di lavoro

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editoriale di Eufranio MassiCon la sentenza n. 21106 del 24 settembre 2014, la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del licenziamento determinato dal superamento del periodo di comporto fissando alcuni punti fermi sui quali ritengo opportuno soffermarmi.
Il primo concerne le modalità di calcolo delle giornate di assenza per malattia.

Il ricorrente aveva lamentato che nel computo effettuato dal datore di lavoro fossero comprese le giornate festive durante le quali la prestazione lavorativa contrattuale non era richiesta e che, quindi, lo stesso fosse, di conseguenza errato, in quanto, escludendo le festività, non sarebbe stato superato il limite massimo previsto.

La risposta della Suprema Corte che ha richiamato precedenti decisioni sullo stesso argomento (Cass., n. 2227/1991; Cass., n. 13816/2000; Cass., n. 20458/2004; Cass., n. 21385/2004 e Cass., n. 29317/2008)  è stata negativa in quanto la continuità dell’evento morboso anche nelle giornate non lavorative, si deve presumere, almeno fino a prova contraria, specifica e documentata.

La seconda questione riguarda una lamentala prospettata dal lavoratore circa l’esser venuto meno il proprio datore, ai principi di correttezza e di buona fede e del conseguente principio di legittimo affidamento incolpevole legato alla circostanza che lo stesso ha continuato, nell’approssimarsi della scadenza del periodo di comporto, ad erogare la retribuzione integrale, anziché quella ridotta prevista dall’art. 26 del CCNL ed a riportare sulla busta paga un numero complessivo di assenze per malattia inferiori al limite individuato dalla contrattazione collettiva.

La risposta dei giudici è stata, anche in questo caso negativa, sulla base di alcune considerazioni che possono così riassumersi:

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2 Commenti

  1. Amedeo Rossi
    ottobre 13, 18:43 Reply

    Siete inarrivabili. Si vede l’impronta di Eufranio Massi.

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