Lavoro: occupazioni giovanile deve passare per la formazione e la decontribuzione strutturale

Lavoro: occupazioni giovanile deve passare per la formazione e la decontribuzione strutturale
image_pdfimage_print

Il dilemma del lavoro giovanile che manca nel nostro Paese è diventato un problema di una generazione intera. Non solo un problema personale, ma anche un problema sociale ed economico per il Paese stesso. È in corso un dibattito politico-sindacale e di governo per porre rimedio a questo stato di cose, le risposte sostanzialmente sono due: una decontribuzione per le aziende che assumono a tempo indeterminato e la modifica del meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile. Prendiamo in considerazione la prima.

La contribuzione attuale è al 33% e potrebbe essere dimezzata per 3 anni con un successivo taglio definitivo del 3-4%. I due tagli dell’aliquota, quello congiunturale e quello strutturale, sono buoni mezzi per rendere più leggero il peso del cuneo fiscale che è quello che maggiormente frena crescita e assunzioni. L’altra faccia della medaglia però è la scelta del target di riferimento, cioè, l’età massima per godere del bonus è 29 anni. Ma il problema più grande è oltre questa soglia, la fascia dai 25-35 anni è quella dove le difficoltà sono maggiori.

In realtà è l’Europa che impone questo modo di operare, senza capire che le fasce 15-24 e 25-35 sono completamente diverse e con problemi diversi. I ragazzi fino a 24 anni dovrebbero essere impegnati a formarsi con la scuola e l’università, non possono essere inseriti nella statistica, errata, insieme a tutta la forza lavoro. Il dato del 37% si ottiene facendo il rapporto dei giovani disoccupati per la forza lavoro, cosa sbagliata perché quasi tutti sono impegnati nella formazione a quell’età. Quindi se la disoccupazione dei 15-24 è tre volta quella delle età centrali è perché non sono confrontabili tra loro.

Se invece facessimo il rapporto sulla popolazione verrebbero fuori percentuali molto più veritiere: l’incidenza della disoccupazione sulla popolazione dei 15-24enni nel 2016 dà un più sensato e corretto 10,1% e un più alto 12,9% per i 25-35enni. Questi due gruppi di giovani sono diversi e richiedono politiche diverse. I più giovani dovrebbero avere la possibilità di formarsi il più possibile all’interno di scuole e università per affrontare le richieste del mercato del lavoro, necessitano di un ammodernamento dell’istruzione e dell’orientamento lavorativo. La fascia dei 25-35, invece, esce da un’istruzione non aggiornata, e per colpa della crisi ha perso anni di lavoro e non ha avuto la possibilità di crescita professionale. La loro carriera professionale si è impelagata in lavori saltuari e periodi di fermo totale a causa della crisi economica.

Il compito della politica, dunque, è quello di recuperare ed adeguare la professionalità di questi giovani sul lavoro: Confindustria e Confartigianato mostrano che nonostante l’incomprensibile tasso di disoccupazione giovanile del 37,8% abbiamo circa 6o.000 posti vacanti perché nessuno orienta i giovani e nessun servizio pubblico in Italia li colloca e li forma dove e come servono.

Sull' autore

Potrebbe interessarti anche

ISTAT: INDAGINE SU PIL E DISOCCUPAZIONE

Sempre più italiani conoscono l’andamento del pil mentre hanno meno familiarità con l’inflazione e sono più impreparati sulla disoccupazione. E’, in sintesi, quanto emerge dai risultati presentati dall’Istat sulla conoscenza

SCONTRO SU CONTRATTI

Sul rinnovo dei contratti di lavoro nazionali il sindacato “sembra arroccato su una posizione: prima i soldi anzi, prima i “picci”, come li ha definiti Barbagallo, segretario generale Uil, e

LAVORATORI AZIENDE CONFISCATE

Anche oggi un centinaio di dipendenti di due società sequestrate che operano al porto di Palermo ha protestato davanti alla sezione Misure di prevenzione del Tribunale. Le aziende furono commissariate

0 Commenti

Non ci sono commenti al momento!

Puoi essere il primo a commentare questo post!

Lascia un commento