Flop dei Centri per l’impiego, le uniche risorse contro la disoccupazione sono le Agenzie per il lavoro

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Il lavoro in Europa e in Italia è il centro della discussione politica ed economica, il punto focale dove si infrange o riparte l’agone politico e la discussione tra gli esperti di settore di tutto il continente europeo. I dati della crisi che ormai imperversa da dieci anni sono finalmente favorevoli, numeri che danno una boccata d’aria fresca all’economia che trasversalmente passa dall’Europa ai singoli Stati che ne compongono l’Unione. Ma l’Italia come si pone in questa grande ottica transnazionale?

Numeri alla mano, rispetto alle percentuali dell’Eurozona (circa 18%), il nostro Paese non ha certo cifre invidiabili, la disoccupazione giovanile è nientemeno che al 37%, eppure le aziende nostrane sono tornate prepotentemente alla ricerca di lavoratori per occupare i tantissimi posti necessari. L’offerta e la domanda, però,  non si incrociano e questi posti rischiano seriamente di rimanere vuoti. Secondo un rapporto Excelsior-Unioncamere su circa 970 mila posti di lavoro 200 mila potrebbero non essere occupati.

Una nuova dimostrazione di inefficienza tipicamente nostrana, un fallimento delle politiche attive che il nostro Stato rischia di pagare caro. Le cause sono da ricercare nella scarsa efficacia dei Centri per l’impiego pubblici e, in ultima istanza, dal mancato decollo dell’Anpal, ma anche da quel labirinto burocratico e di regole posto in essere dalle regioni, anche quelle più virtuose, con l’unico scopo di limitare e ostacolare il ruolo delle Agenzie per il lavoro private. Un “modus operandi” che va avanti da molto tempo e che ha l’unico scopo di sovvenzionare e mantenere le strutture pubbliche che sono a carico dei contribuenti e limitare quelle private che non costano nulla ai cittadini italiani. Se confrontiamo i due sistemi scopriamo che mediamente quello che doveva essere uno dei pilastri del Jobs Act è divenuto invece una zavorra che rallenta la lotta alla disoccupazione. Questa lotta delle Regioni ai privati ha paradossalmente fatto sì che le aziende abbiano migliaia di posti scoperti pur offrendone molti nell’immediato.

I dati di questo fenomeno sono purtroppo impietosi: in un anno un addetto delle Agenzie per il lavoro riesce a offrire un’opportunità d’impiego a 43 persone rispetto alle 4 che un dipendente dei Centri per l’impiego può procurare. Gli ex Uffici di collocamento, che sono passati dalle Province alle Regioni, hanno 550 sportelli sul territorio e gli addetti che vi operano sono circa 8400. I disoccupati che riescono ad essere avviati al lavoro attraverso questo iter sono in media in un anno 33-34 mila. Le Agenzie per il lavoro, invece, hanno circa 2600 sedi o filiali con un numero di addetti che sfiora le 11 mila unità, le occasioni di lavoro offerto sono mediamente 465-470 mila.

Il Jobs act doveva nelle idee del Governo rilanciare il ruolo centrale dello stato nella lotta alla disoccupazione e nei servizi per il lavoro. Invece, anche a causa dell’esito negativo del referendum sulla riforma costituzionale, che era presupposto base per questo tipo di rilancio, ha affossato la nascita dell’Anpal. La Conferenza Stato-regioni è stata teatro di severe discussioni su chi doveva entrare nel Cda dell’ Agenzia nazionale, su come regolare gli accreditamenti regionali, quanti stanziamenti erogare per Garanzia giovani e come pagare gli operatori dei Centri d’impiego. Gli effetti più evidenti si sono notati con il flop della sperimentazione dell’assegno di ricollocazione che ha visto il 90% delle lettere spedite ai disoccupati senza uno straccio di risposta.

La guerra delle regioni contro i privati, quindi , ha avuto anche conseguenze anti-statali nella sua forma più becera. Gli stessi operatori dei Centri hanno in alcuni casi incoraggiato i disoccupati a non accettare le offerte di lavoro che provenivano dall’Anpal per attendere eventuali offerte provenienti dai servizi locali. Con un iter che invece di contribuire all’occupazione e alla ricollocazione, era esclusivamente orientata a cercare in qualsiasi modo di sovvenzionare corsi di formazione pagati con le tasse dei contribuenti.

Somministrazione e formazione

Oggi il Lavoro in somministrazione, grazie al ruolo decisivo delle Agenzie per il lavoro, è tornato a livelli pre-crisi, con nuove chance date ai disoccupati in tutto il territorio nazionale. Nel 2016 il numero totale degli occupati si attesta a quota 615 mila unità, superando anche i dati degli anni prima della crisi che nel biennio 2007-08 davano 570-580 mila occupati. Resistono ancora le differenze tra Nord e Sud che registrano ancora dati molto diversi, ad esempio nel Nord-Est, storicamente locomotiva dell’economia, questo tipo di contratto ha registrato una crescita del 15% rispetto agli anni pre-crisi, mentre nel Mezzogiorno d’Italia l’incidenza della somministrazione si attesta sul 2% del totale dei lavoratori dipendenti.

L’analisi condotta dal presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, e dal presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, ha evidenziato anche il profilo del lavoratore in somministrazione: nella maggior parte dei casi si tratta di un operaio (73% del totale), uomo (61%) e con meno di 35 anni (54%). Il trend positivo di questo comparto del lavoro ha addirittura anticipato il periodo favorevole dell’andamento delle nostre industrie, con una produzione in crescita. Lo si può dedurre anche confrontando i numeri dell’incidenza della somministrazione rispetto al totale degli occupati del nostro Paese. Secondo l’elaborazione di Ebitemp all’inizio del 2016 era di 1,5% mentre nel Maggio scorso si raggiungeva l’1,8% (3,5% del totale dei lavoratori dipendenti). “Il lavoro somministrato è caratterizzato da un fortissimo investimento in formazione, che è quanto serve per affrontare la quarta rivoluzione produttiva”, ha evidenziato Stefano Sacchi.

L’efficacia delle Agenzie per il lavoro si evince anche dal percorso formativo che accompagna i somministrati, infatti, dopo circa due anni di lavoro svolto in somministrazione il 71% dei lavoratori risulta impiegato, merito anche della validità della formazione connesso a questo tipo di contratto: quasi il 40% ottiene attività formative contro il 6,5% della generalità degli occupati. Nel 2016 più di 33mila sono stati i corsi effettuati e indirizzati ad oltre 230mila lavoratori in somministrazione per un impiego economico di quasi 180 milioni di euro.

Anche per quanto riguarda la qualificazione e riqualificazione di chi percepisce l’indennità di disoccupazione, secondo il rapporto di Treu e Sacchi, le agenzie possono giocare un ruolo decisivo e centrale. Come anche nella formazione che parte dalle scuole. L’alternanza scuola-lavoro, che è diventata obbligatoria per gli istituti scolastici, può trasformarsi in una risorsa importante. Ad esempio il percorso formativo scuola-lavoro per le piccole e medie imprese potrebbe essere un peso organizzativo troppo gravoso, ma coinvolgendo un terzo agente, come le agenzie per il lavoro, si possono cogliere quelle grandi opportunità di strategie di recruiting e addirittura, allo stesso modo le agenzie, possono essere veicoli per importare nelle piccole aziende le buone prassi di welfare aziendale.

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Luca De Martino

A cura di : Luca De Martino

Collaboratore per quattro anni del quotidiano "Cronache di Napoli" come redattore di articoli di cronaca politica, bianca, economia, giudiziaria e nera. Collaboratore di blog e siti web in qualità di cronista.

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