Governo: allo studio la pensione minima per i giovani

Governo: allo studio la pensione minima per i giovani
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Il Governo sta studiando un piano pensionistico per i giovani che prevede una pensione minima quando raggiungeranno l’età. Lo scopo del Governo è quello di istituire un paracadute per sostenere le generazioni future in caso di pensioni molto basse. L’assegno potrebbe essere di circa 650 euro mensili per l’uscita dal lavoro dal 2030 in poi, a patto di aver maturato 20 anni di contributi.

Chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996 in poi avrà diritto, al termine del percorso lavorativo, solo di un assegno in rapporto ai contributi versati,quindi non più dipendente dall’ultima busta paga, e non avrà diritto,come oggi, all’integrazione minima di 500 euro garantita a chi è già andato in pensione con il precedente sistema pensionistico.

Il risultato è che chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 avrà diritto ad un trattamento pensionistico di molto inferiore a chi è entrato nel mondo del lavoro precedentemente a quell’anno. Le nuove generazioni che hanno iniziato da autonomi o con lavori precari e ripetuti buchi contributivi rischiano di maturare trattamenti bassi, anche inferiori alla ex integrazione minima. È il motivo per cui il presidente dell’Inps Tito Boeri ha premuto molto per la campagna d’invio della busta arancione, cioè la simulazione del proprio assegno futuro: far conoscere con molto anticipo ai giovani lavoratori l’entità della propria pensione, in modo da permettere loro di cominciare a versare volontariamente dei trattamenti intergrativi.

Come se non bastasse, la Legge Fornero ha introdotto l’opportunità di andare in pensione per vecchiaia, cioè a dal compimento di una determinata età, o in anticipo sul requisito anagrafico ma in possesso di una determinata anzianità contributiva, a patto però di rispettare certi limiti di reddito. In pratica se una volta raggiunta l’età per andare in pensione l’assegno risulterà troppo esiguo, lo Stato sposterà questo stesso limite un paio di anni più avanti. Con il risultato paradossale che i più “poveri”, presumibilmente i giovani di oggi con carriere contributive più frammentate, saranno costretti ad andare in pensione ancora più tardi. Anche ben oltre i 70 anni, come ha messo in guardia lo stesso Boeri in molte occasioni.

Il valore dell’assegno,dunque, dipenderà, come detto, dagli anni di lavoro e quindi dai contributi versati. Secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, il tasso di sostituzione netto, cioè il rapporto tra la futura pensione al netto delle imposte e quanto incassato in busta paga prima di lasciare il proprio impiego, potrebbe scendere fino al 68% dal 2030 per i lavoratori autonomi con ben 38 anni di contributi. Vale a dire che uno stipendio da 1500 euro mensili si tradurrebbe in una pensione di 1020 euro.

 

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