Istat: settori che vincono e perdono con Industria 4.0

Istat: settori che vincono e perdono con Industria 4.0
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Secondo i dati Istat sono ancora pochi i settori del manifatturiero che scommettono e investono sul Piano Nazionale Industria 4.0. Anche se ,rispetto al passato, sono comunque in aumento. Il dato emerge da un’audizione dell’Istat, tenuta ieri dal presidente Alleva alla commissione Lavoro del Senato, nella quale l’istituto traccia anche una lista delle professioni che nel recente passato hanno avuto i numeri migliori in termini di crescita occupazionale.

L’Istat registra che, pur in una condizione in cui le imprese “hanno sottolineato l’importanza della qualità dei prodotti e dell’innovazione nella manifattura, e della qualità e del contenimento dei prezzi di vendita nei servizi” restano una minoranza i settori di manifattura dove, alla fine dello scorso anno, la maggioranza delle aziende prevedeva di adottare o potenziare nel 2017 le tecnologie Ict del Piano Industria 4.0 (ad esempio: CRM – Customer Relationship Management; SCM – Supply Chain ManagementM ERP – Enterprise Resource Planning; additive manufacturing, cloud internet, machine-to-machine e altro): solo 6 settori su 22. Si tratta del comparto automobilistico, dove puntano su queste tecnologie due aziende su tre, l’elettronica, le apparecchiature elettriche, la farmaceutica, la metallurgia e i macchinari. Questi risultati sono comunque positivi se si pensi che l’anno precedente erano solo 2 su 22 i settori in cui la quarta rivoluzione industriale faceva capolino.

Nel settore servizi, l’interesse emerge maggiore che nell’industria con 10 settori su 26 che prevedono investimenti nelle nuove tecnologie per il 2017, in leggero aumento rispetto al 2016. “Si tratta di segnali che testimoniano l’impegno del nostro sistema produttivo verso l’aggiornamento tecnologico, tuttavia ancora non pienamente diffuso e pervasivo”, ha sostenuto Alleva.

L’istituto ha poi preso in considerazione le 221 categorie professionali al di sopra dei 20 mila occupati e ha identificato 27 professioni considerate “vincenti” (con differenze positive dell’occupazione superiore alle 20mila unità, per un aumento complessivo di 1,6 milioni di occupati) e 24 professioni “perdenti” (con variazione negativa del numero di occupati superiore alle 20mila unità; per una diminuzione complessiva di poco più di 1 milione di occupati). “Tra le “vincenti” compaiono professioni come gli addetti all’assistenza delle persone, il personale addetto all’imballaggio e al magazzino, i commessi alle vendite al minuto e diverse professioni legate alla ristorazione; e professioni più specializzate, come gli addetti agli affari generali (a supporto di singoli aspetti delle procedure di pianificazione, progettazione, amministrazione e gestione di un’impresa o di un ente), i tecnici della produzione manifatturiera, gli analisti e i progettisti di software, gli specialisti nei rapporti con il mercato e nel marketing, alcune professioni sanitarie riabilitative (podologi, fisioterapisti, etc.) e quelle qualificate nei servizi sanitari e sociali”.

l’Istat ha poi continuato : “Tra le professioni “perdenti” si trovano figure legate alla crisi delle costruzioni (muratori in pietra, manovali, personale non qualificato dell’edilizia civile e professioni assimilate) e professioni associate prevalentemente a mansioni di ufficio (ad esempio, i contabili, gli addetti alla funzione di segreteria, il personale addetto a compiti di controllo e verifica, gli addetti all’immissione di dati)”.

In conclusione lo studio dell’istituto rileva che per far sviluppare a pieno queste potenzialità di crescita occupazionale, professionale e industriale, all’Italia servono più competenze. In Italia, rispetto al resto dell’Unione Europea, “la percentuale delle forze di lavoro (occupati o disoccupati) con competenze digitali elevate è considerevolmente inferiore (il 23% contro il 32%), e il divario è ancora maggiore quando si considera l’insieme della popolazione in età di lavoro. Tra i 5 maggiori paesi europei, l’Italia mostra il più basso livello di diffusione delle competenze digitali”.

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