Appalto di Servizi : rischia il carcere l’utilizzatore che non verifica l’ affidabilità dell’appaltatore anche relativamente alla sicurezza sul lavoro

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infortunio-sul-lavoroLa quarta sezione penale della Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 36268 del 27 agosto 2014, ha confermato la condanna a due mesi di reclusione per il responsabile della sicurezza di un’azienda committente in conseguenza di un infortunio occorso a un lavoratore dipendente dell’appaltatore.
Le verifiche richieste a chi commissiona un’opera o un lavoro – in passato dall’art. 7 del D. Lgs. 626/94 e oggi dall’art. 26 D. Lgs. 81/08 che lo ha sostituito – non devono limitarsi alle capacità tecniche dell’appaltatore ma devono estendersi anche all’affidabilità in termini di sicurezza. Questo, in estrema sintesi, il ragionamento della Suprema Corte che condivide l’interpretazione del Tribunale di Ravenna, prima, e della Corte di Appello di Bologna, poi, riconoscendo il committente corresponsabile alla pari con l’appaltatore per la violazione di norme antinfortunistiche.

Il caso in esame appare di grandissima attualità e stimola necessariamente un’accorta riflessione.

La storia inizia nel maggio dell’anno 2006, allorquando una società di Ravenna decide di appaltare ad una ditta croata una parte delle lavorazioni di carpenteria da eseguirsi all’interno di un cantiere navale di sua proprietà. L’affidamento dei lavori alla società straniera appare, prima facie, estremamente conveniente, atteso che in tal modo la società italiana riesce ad ottenere un notevole contenimento di costi.

Tutto fila liscio fino al 7 novembre 2006, allorquando uno dei lavoratori croati, che pure per mesi aveva operato in spregio a quanto previsto dalla normativa in materia di sicurezza e prevenzione infortuni, resta vittima di un grave infortunio. Dalle indagini svolte dalle autorità competenti emerge che l’organizzazione della società croata appaltatrice fosse approssimativa, soprattutto per quanto attiene alla materia della sicurezza, e di tanto non può non ritenersi responsabile la società appaltante per aver omesso (prima, in sede di affidamento dei lavori) di esaminare la documentazione relativa alla sicurezza sul lavoro e (poi, in sede di esecuzione dei lavori) di esercitare i dovuti controlli e verifiche, ivi compresi quelli sui livelli effettivi di formazione e informazione dei dipendenti dell’appaltatore.

Di qui la condanna all’arresto, emessa dal Tribunale di Ravenna, per il delegato alla sicurezza dell’appaltatore, condanna puntualmente impugnata e pure confermata prima dalla Corte di Appello di Bologna e poi dalla Cassazione.

Secondo gli “Ermellini”, “non ci sono margini di dubbio in merito alla finalità della norma” (art. 7 D.Lgs. 626/94 prima e art. 26 D. Lgs. 81/08 poi) “di garantire la sicurezza del lavoro nella particolare situazione in cui determinate attività vengano affidate in appalto ma si svolgano nei locali dell’impresa committente”. Anzi, si deve desumere una “precisa regola di diligenza e prudenza che il committente di lavori dati in appalto è tenuto a seguire e, in particolare, l’obbligo di accertarsi che la persona alla quale affida l’incarico sia, non solo munita dei titoli di idoneità prescritti dalla legge, ma anche della capacità tecnica e professionale proporzionata al tipo di attività che deve esserle commissionata e alle concrete modalità di espletamento della stessa”.  Proseguendo su tale linea, i Giudici di Piazza Cavour concludono che la norma dell’art. 7 D. Lgs. 626/94 (oggi art. 26 D. Lgs. 81/08) “svolge funzione integrativa del precetto penale che sanziona il reato di lesioni colpose, ponendo a carico del committente l’obbligo di garantire che anche l’impresa appaltatrice si attenga a misure di prevenzione della cui inosservanza lo stesso committente sarà chiamato a rispondere, ove fosse in grado di percepirne l’inadeguatezza”.

Anche se quello in esame può dirsi, in verità, un orientamento oramai consolidato della Suprema Corte di Cassazione – che ha ripetutamente affermato che “il dovere di diligenza del committente non si esaurisce nella scelta di un’impresa che sia tecnicamente in grado di eseguire i lavori, estendendosi alla verifica dell’idoneità dell’impresa appaltatrice a svolgere determinate lavorazioni in condizioni di sicurezza per i lavoratori” (tra le tante, Cass. 10608/12; Cass. 3563/12; 37840/09, ecc.) – non può non apparire evidente l’estrema attualità della vicenda, calata com’è in un’epoca in cui – complice anche la crisi dei mercati e la conseguente esasperata corsa all’abbattimento dei costi – sempre maggiore è il ricorso da parte delle aziende stabilite in Italia a manodopera fornita da ditte c.d. “neo comunitarie”.

La scelta – oggi sempre più di moda – di affidare lavori o servizi a società appaltatrici provenienti da Paesi nei quali il costo della manodopera è esponenzialmente inferiore a quello praticato in Italia e l’attenzione alla sicurezza è notoriamente più blanda che nel resto della Comunità Europea molto spesso è soltanto apparentemente più economica. Ed infatti, non può non tenersi conto, nelle valutazioni economiche che determinano qualsiasi decisione imprenditoriale, degli estremi livelli di rischio che accompagnano l’apparente contenimento dei costi.

In ogni caso, la Sentenza in commento ha il merito di richiamare l’attenzione degli imprenditori verso le responsabilità comunque connesse con l’esercizio delle attività di impresa: ogni qualvolta il committente sia nelle condizioni di percepire l’inadeguatezza della ditta appaltatrice di garantire la sicurezza dei lavoratori, questi risponde direttamente delle violazioni e delle omissioni pur se compiute dal fornitore. E la capacità percettiva non va stimata solo nella fase di affidamento del lavoro o del servizio, ma va concretamente valutata – e qui l’elemento di maggior forza – anche nella fase di concreta esecuzione delle lavorazioni. Tale impostazione rende realmente effettivo l’obbligo di controllo da parte del committente che, rebus sic stantibus, non potrà mai dirsi adempiuto in ragione di una mera e burocratica produzione documentale.

Nel caso esaminato un elemento fortemente indiziario circa la responsabilità omissiva dell’appaltante è stato tratto dalla circostanza per la quale i manuali d’uso dei macchinari, peraltro forniti proprio dal committente, non erano neppure stati tradotti in lingua croata. Ma non può negarsi che, ferme le dovute eccezioni, estremamente più evidenti sono, nella quotidianità, i segnali di inadeguatezza che molto spesso promanano da una certa tipologia di ditte “neo comunitarie”.

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Luca Peluso (Legal Team)
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Avvocato Giuslavorista socio AGI (Avvocati Giuslavoristi Italiani). Consegue la laurea con lode in Giurisprudenza nell’anno 2001. Specializzato nell’individuazione di soluzioni idonee a garantire la giusta flessibilità in azienda, collabora con prestigiosi studi professionali fornendo prevalentemente attività di consulenza.

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