Istat: laureati, 35 su 100 sono precari

Istat: laureati, 35 su 100 sono precari

I dati Istat dell’audizione di ieri ai margini dell’ incontro con la commissione Affari costituzionali della Camera sono allarmanti. Trentacinque laureati su cento avrebbero, al primo impiego, un contratto atipico, contro i ventuno di quelli che hanno finito solo le scuole dell’obbligo. Si scrive lavoro atipico ma si legge lavoro precario, in pratica più si sale con i titoli di merito accademici e peggio si alloggia.

L’antico adagio tutto italiano del medico che ottenuti titoli accademici dopo anni di studio e che si ritrova senza pazienti o l’avvocato che non ha cause o clienti è tornato tristemente in auge.

Il quadro dipinto dall’istituto statistico va oltre e prende in esame anche altre forme di disuguaglianza generazionale. Se si prendono in esame le differenze di genere che dividono uomini e donne sul mercato del lavoro, diversità di reddito e delle opportunità di carriera, abbiamo un peggioramento della situazione man mano che ci avviciniamo alla generazione dei nati negli ultimi venticinque anni del secolo. Le donne nate intorno agli anni ’70 stanno peggio delle loro colleghe nate dieci anni prima, e la situazione peggiora all’avvicinarsi alla fine del secolo.

Il problema comunque non è tanto la carriera accademica o i titoli conseguiti, quanto la predisposizione ad accettare un lavoro quale che sia costretti dalla disoccupazione dilagante. In parole povere la disoccupazione è diventata una sovrastruttura totalizzante che educa all’accontentarsi della prima cosa che si riesce a trovare.

Una crisi formativa, di motivazioni, una diffusione di atteggiamenti rinunciatari che porta a non studiare e non lavorare, questo è il risultato di una costante esposizione all’effetto pedagogico della disoccupazione di massa.

Ma la soluzione esiste, parafrasando il giudice Giovanni Falcone -“se adesso è così, non è detto che deve essere sempre così”-  quindi una presa di coscienza da parte dei giovani è necessaria per migliorare e migliorarsi, per puntare ad un futuro più roseo. E alla fine trovare la soluzione che possa risollevare le sorti di una generazione che fin qui è stata troppo acquiescente. Il problema dei giovani è la perdita politica della loro esistenza non il fatto di laurearsi.

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