La costituzionalita’ dell’indennita’ risarcitoria nei contratti a termine

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editoriale di Eufranio MassiPer la seconda volta, in meno di due anni, la Corte Costituzionale torna ad occuparsi della legittimità dell’art. 32, comma 5, della legge n. 183/2010 che prevede, in caso di conversione a tempo indeterminato del rapporto a termine, a seguito di intervento giudiziale, il riconoscimento di una indennità di natura risarcitoria onnicomprensiva sulla base dell’ultima retribuzione globale di fatto, compresa tra 2,5 e 12 mensilità, liquidata secondo i criteri individuati dall’art. 8 della legge n. 604/1966 (il Legislatore intervenne attraverso l’art. 1, comma 13, della n. 92/2012 sulla base della sentenza n. 303/2011, con una disposizione di interpretazione autentica).

La sentenza “de quo” è la n. 226 del 25 luglio 2014 e, interviene, senza peraltro citarla, dopo l’entrata in vigore della legge n. 78/2014, che ha introdotto una sanzione amministrativa in caso di superamento della percentuale “legale o contrattuale” dei contratti a tempo determinato stipulabili e che, secondo taluni, sarebbe ora l’unica sanzione applicabile. Personalmente (e qui chiudo qualsiasi commento che mi porterebbe lontano da questa riflessione) ritengo che non sia così, in quanto l’indennità risarcitoria vive, autonomamente, di luce propria (e la Consulta non sembra aver avuto il benché minimo dubbio, sia pure “en passant”).

Se l’intenzione del Legislatore che, attraverso la legge n. 78, ha introdotto forti novità in materia di contratti a termine era (ed è) quella dell’unica sanzione amministrativa applicabile allo “sforamento” della percentuale, sarà necessario procedere con una norma di interpretazione autentica che, però, potrebbe avere qualche difficoltà operativa sulla base dei ragionamenti effettuati dalla Corte Costituzionale in questa sentenza che ha ricostruito l’essenza della norma anche sulla base della Direttiva 1999/70/CE e dell’accordo quadro.

Questi, per sommi capi, i fatti che hanno dato origine al nuovo intervento dei giudici costituzionali.

Il Tribunale di Velletri aveva rimesso all’esame della Consulta gli articoli 32, comma 5, della legge n. 183/2010 e 1, comma 13, della legge n. 92/2012, sostenendo che aver limitato l’indennità risarcitoria ad un importo economico compreso tra le 2,5 e le 12 mensilità, oltre che apparire in contrasto con gli articoli 3 e 117 della Costituzione, sembrava essere lesiva delle tutele previste dalla Direttiva e dell’accordo quadro sottostante che vieta trattamenti peggiorativi per i lavoratori a termine (in particolare, la clausola 8.3 che stabilisce – clausola di non regresso – che l’applicazione dell’accordo non costituisce un motivo valido per ridurre il livello generale di tutela offerto ai lavoratori nell’ambito coperto dall’accordo stesso)

La Corte giunge alla decisione finale della infondatezza della remissione, dopo aver effettuato una analisi che parte dalla verifica se le disposizioni censurate entrano o meno all’interno della Direttiva 1999/70/CE e dell’accordo quadro cui la stessa ha dato attuazione.

Ebbene, in ambito comunitario, vengono stabiliti alcuni principi generali che fissano due obiettivi incomprimibili: quello della parità di trattamento per i lavoratori a tempo determinato e quello della lotta agli abusi scaturenti dalla utilizzazione di una successione di contratti a tempo determinato, indefinita, senza alcun limite massimo (nel nostro ordinamento quest’ultimo è rappresentato dai trentasei mesi). La questione relativa al modo in cui viene data attuazione a tali principi viene rimessa ai singoli Stati nazionali.

Secondo la Consulta la clausola 8.3 dell’accordo quadro, nella stessa interpretazione fornita dalla Corte Europea di Giustizia attraverso alcune decisioni, non  esclude che, perseguendo obiettivi diversi, il Legislatore nazionale emani disposizioni che possano essere ritenute peggiorative del trattamento dei lavoratori con contratto a tempo determinato. Le disposizioni oggetto di censura da parte del Tribunale di Velletri non sono collegate all’accordo quadro ed alla Direttiva ma perseguono scopi distinti e, di conseguenza, la Corte ne offre una esauriente spiegazione, atteso che al fine della valutazione riferita alla circostanza se una norma rientri o meno nel campo di applicazione dell’accordo quadro “è irrilevante il fatto che lo scopo perseguito sia, eventualmente, meno degno di tutela di quello perseguito dall’accordo quadro, ossia la protezione dei lavoratori assunti a tempo determinato”.

Nella sentenza n. 303/2011, ricorda la Consulta, è stata individuata la “ratio” alla base dell’art. 32, comma 5 che è quella di introdurre un criterio di liquidazione del danno certo, omogeneo e più agevole rispetto ad un quadro normativo antecedente ove la commisurazione era strettamente legata al momento della emanazione della sentenza, con la conseguenza che erano stati riscontrati, risarcimenti ingiustificatamente eccessivi a fronte di quella che era e rimane la maggiore tutela possibile per un lavoratore precario e che è rappresentata dalla conversione del rapporto a tempo indeterminato. Di conseguenza, non c’è recepimento ed attuazione dell’accordo quadro ma regolazione di certezza nei rapporti giuridici.

La scelta di aver ipotizzato una indennità risarcitoria compresa tra un minimo ed un massimo è coerente con l’esigenza di “tutela economica dei lavoratori a tempo determinato più adeguata al bisogno di certezza dei rapporti giuridici tra tutte le parti coinvolte nei processi produttivi anche alfine di superare le inevitabili divergenze applicative cui aveva dato luogo il sistema previgente”.

Un discorso del tutto analogo va fatto per l’art. 1, comma 13, della legge n. 92/2012 che, nella sostanza, recepisce l’interpretazione costituzionalmente orientata della sentenza n. 303/2011, ove si era affermato che il risarcimento del danno “copre” soltanto il periodo che va dalla scadenza del termine fino alla data della sentenza con la quale il giudice dichiara la conversione del rapporto. A partire da essa, “ è da ritenere che il datore di lavoro sia indefettibilmente obbligato a riammettere in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva”.

L’obiettivo perseguito dal Legislatore è stato quello di assicurare certezza nella quantificazione del danno e di scoraggiare un ulteriore contenzioso: conseguentemente, afferma la Corte, si è al di fuori dell’ambito della clausola di non regresso contenuta al punto 8.3 e non sussiste alcuna violazione di norme costituzionali.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 225 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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