Pittella: «Giovani senza lavoro, i dimenticati d’Europa»

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Onorevole Pittella, la disoccupazione giovanile rappresenta l’emergenza delle emergenze innanzitutto in Italia. Che cosa può fare e che cosa fa l’Europa per contrastare questa tragedia generazionale?

La disoccupazione giovanile è la vera piaga dei nostri tempi difficili e l’Europa sembra non averne piena consapevolezza, soprattutto per la miopia dei governi che ne determinano le scelte di fondo di politica economica.
Mi spiego meglio. L’Europa a lungo è stata la promessa di pace dopo grandi conflitti e la pace è stata conseguita attraverso la messa in comune di risorse strategiche e di integrazione dei mercati. Almeno per i primi trent’anni della sua storia comunitaria. I secondi venti hanno rappresentato l’affermazione di grandi libertà di circolazione, delle merci, delle persone, dei lavoratori, degli studenti. Se volessimo anche solo indicare il programma simbolo di quegli anni, penseremmo alla rivoluzione che l’Erasmus ha rappresentato per un’intera generazione. Gli ultimi quindici anni ci raccontano un’altra storia. Una storia di crisi economiche, molte delle quali di natura finanziaria, importate dagli Stati Uniti, alle quali l’Europa non ha saputo reagire se non con politiche recessive e di austerità. La disoccupazione giovanile è il risultato di tali politiche, le quali, attenzione, sono state adottate consapevolmente dai governi europei, quelli a matrice conservatrice, a volte contrastati solo flebilmente dalle forze progressiste.
Servono grandi investimenti nelle reti materiali e immateriali, defiscalizzazioni per le aree depresse, sostegno alle politiche di innovazione e innalzamento del capitale umano che affianchino le misure già destinate alle zone dell’Obiettivo 1.
Noi socialisti in Parlamento stiamo lottando strenuamente per un insieme di misure neokeynesiane che aiutino la crescita e lo sviluppo. E l’occupazione dei nostri giovani.

Come sono e come possono essere utilizzati i fondi europei per favorire la creazione di posti di lavoro nelle aree più svantaggiate?

Attraverso uffici qualificati di progettazione.
Ci sono milleuna opportunità che l’Unione mette a disposizione dei Paesi dell’Obiettivo Convergenza, alcune sono misure a sportello Bruxelles, alcune altre sono affidate alla concreta disposizione e messa a bando da parte degli enti locali.
In tutti i casi servono progettisti preparati che conoscono il funzionamento dei bandi.
E questo è un po’ il mio cruccio. Il sud Italia spesso non sa cogliere adeguatamente le opportunità che altre zone depresse d’Europa agguantano.
Penso anche al recente Piano Juncker che noi socialisti abbiamo ottenuto dopo una lunga battaglia e che rappresenta un moltiplicatore di investimenti su grandi progetti.
Tutti o quasi i progetti presentati dall’Italia sono caratterizzati geograficamente nel centro-nord, certo per una più dinamica realtà economica ma anche per una più adeguata preparazione e professionalità degli studi di progettazione.

Come è stato considerato da Bruxelles e Strasburgo il Jobs Act italiano?

Nè il Parlamento nè la Commissione hanno potere di esprimersi sulle scelte dei singoli Stati in materia di mercato del lavoro.
Nel Parlamento poi ci sono le posizioni più differenziate, sulla base delle sensibilità e delle culture politiche.
Tuttavia, devo dire che soprattutto ai piani alti della Commissione e in larga parte del Parlamento ci sono apprezzamenti ogni qual volta un Paese renda il proprio mercato del lavoro meno rigido e più competitivo, senza intaccare i diritti sociali. È stato il caso del Jobs Act che ha per buona sostanza maggiormente tutelato la precarietà, pur con dei limiti che vanno corretti per quanto concerne i voucher. In ogni caso molto può essere ancora fatto in Italia perché tutele e libertà convivano con equilibrio.

Potrà esistere una politica del lavoro a livello europeo?

Al momento gli stati europei sono assai gelosi delle proprie peculiarità in materia di mercato del lavoro anche se il dialogo sociale europeo compie immensi progressi.
Regole minime che impediscono un dumping sociale tra i paesi europei sono già rintracciabili in alcuni contratti collettivi europei. Si tratta di una fonte recente del diritto comunitario data da accordi assunti dalle principali organizzazioni datoriali e sindacali del lavoro e poi recepiti attraverso un complesso procedimento legislativo.
Penso ad esempio al contratto collettivo europeo sui congedi parentali, uno straordinario standard per l’Unione su un tema di civiltà.
Il dialogo tra gli attori sociali a livello europeo è la vera chiave di volta e il modo in cui il Parlamento saprà favorirlo e recepirne gli orientamenti sarà davvero decisivo.

Mettere fine alla politica dell’austerity europea che cosa significa in concreto? Come si traduce in pratica la previsione di una maggiore socialità?

Significa far tornare la politica centrale nel cambiamento dello status quo.
Significa far tornare l’economia al servizio dell’uomo e la rete sociale al servizio degli ultimi.
Significa grandi investimenti in una economia sostenibile che senta la responsabilità tra le generazioni.
Significa che l’Europa dei mercati torni a essere l’Europa dell’umanesimo, della centralità delle scelte di futuro.

In conclusione, le politiche sociali e pro-labour possono diventare il volano per ricreare un clima di favore verso l’Europa da parte delle nuove generazioni?

Lo dicevo in premessa. Non basta ricordare le guerre fratricide di settant’anni fa, né le grandi conquiste economiche e civili dei decenni successivi, anche grazie al processo di integrazione europea. É fondamentale non perdere la memoria ma lo è ancor più guardare al futuro e costruire un continente in cui la qualità del vivere sia la più elevata del mondo. Un continente in cui il benessere sia accompagnato da una tutela strenua dei diritti individuali e della rete di protezione sociale dei deboli, degli esclusi.

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Claudia Marin

A cura di : Claudia Marin

Giornalista professionista del Quotidiano nazionale (Resto delCarlino - Giorno - Nazione), segue i temi del lavoro, della previdenza e del sociale. Già Capo Ufficio Stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Dirigente delle relazioni esterne dell'Inps.

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