Seghezzi (Adapt): «Attenzione ai rischi del dualismo anagrafico del mercato del lavoro»

Ci si potrà anche consolare con il calo demografico nelle fasce giovanili e con un leggero incremento dell’occupazione totale, ma l’ultimo bilancio dell’Istat sul mercato italiano segna il negativo ritorno della disoccupazione giovanile sopra il 40 per cento, il dato più alto da giugno 2015. Il che, insieme con un valore complessivo dei senza lavoro al 12 per cento contro il 9,6 come media Ue, non fa ben sperare su possibili inversioni di tendenza. Tanto più che si consolidano altri due andamenti già emersi nei mesi scorsi: il ritorno robusto sulla scena dei contratti a termine e il rafforzamento dell’occupazione tra gli ultracinquantenni. Con l’ulteriore corollario che a dicembre si sono esauriti gli incentivi sulle assunzioni a tempo indeterminato (seppur inferiori a quelli del 2015 prevedevano comunque un taglio del 40% sui contributi previdenziali) ed è possibile che a gennaio ci sia quindi una frenata sulle assunzioni. Si spiega così che i sindacati, ma anche Confindustria e Confcommercio parlano apertamente di emergenza delle emergenze, i giovani senza lavoro.

Della nuova, ultima radiografia del mercato del lavoro italiano abbiamo parlato con Francesco Seghezzi, analista senior di Adapt, il Centro Studi fondato da Marco Biagi, che che punta l’indice su quello che è ormai diventato il dualismo anagrafico del mercato del lavoro italiano: «Ogni tre occupati in più ultracinquantenni c’è un solo giovane nuovo lavoratore in più». Senza trascurare che non meno rilevante è il boom dei contratti a termine emerso subito dopo il taglio del bonus contributivo per le assunzioni stabili.

Quale è, dunque, il bilancio 2016 del mercato del lavoro alla luce degli ultimi dati Istat? 

«Complessivamente il numero degli occupati è cresciuto di 242mila unità, e si tratta di certo di un dato positivo, ma se si prova a disaggregare questo numero analizzando la tipologia di occupazione allora lo scenario cambia, soprattutto se letto alla luce degli obiettivi del Jobs Act».

Che cosa emerge? 

«Si scopre che su 266mila lavoratori dipendenti in più nel 2016 ben 155mila sono lavoratori a termine, categoria che ha visto nell’anno un aumento del 6,6%. Un dato che rischia di essere un macigno su una riforma che, più che quello di far aumentare l’occupazione, aveva come obiettivo quello di “stabilizzarla”, seppur con un contratto a tutele crescenti».

Si fa più evidente anche il divario anagrafico con gli ultracinquantenni occupati che continuano a crescere. 

«E’ l’elemento più rilevante da considerare. L’Istat per la prima volta rielabora i dati occupazionali unendo a essi gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e delle dinamiche relative alle coorti anagrafiche. E nonostante questa purificazione emerge come nella fascia 50-64 anni vi siano 217mila occupati in più, mentre in quella 15-34 anni solo 76mila, un rapporto di uno a tre».

Che significato ha questo fenomeno? 

«Questi numeri, oltre a evidenziare un netto dualismo anagrafico nel mercato del lavoro italiano, portano a pensare che l’aumento di occupazione al quale stiamo assistendo, seppur rallentato, negli ultimi anni sia dovuto principalmente ai nuovi requisiti pensionistici previsti dalla Legge Fornero».

Gli altri Stati europei stanno comunque messi meglio di noi. 

«La nostra disoccupazione resta inchiodata a quel 12% che possiziona l’Italia in alto alla classifica europea, proprio il giorno in cui l’Eurostat certifica che il dato complessivo UE è di 9,6%, il più basso dal 2009. Su questo fronte però è da valutare positivamente la diminuzione del numero di inattivi che fa ipotizzare che una parte dei nuovi disoccupati fosse in passato da ritrovarsi tra le file dei cosiddetti “scoraggiati”».

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Claudia Marin

A cura di : Claudia Marin

Giornalista professionista del Quotidiano nazionale (Resto delCarlino - Giorno - Nazione), segue i temi del lavoro, della previdenza e del sociale. Già Capo Ufficio Stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Dirigente delle relazioni esterne dell'Inps.

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