Massagli: «Bene l’assegno di ricollocazione, ma attenzione ai freni delle regioni»

massagli«L’assegno di ricollocazione? Va nella direzione giusta. Il ruolo delle agenzie per il lavoro nelle nuove politiche attive? Fondamentale per il loro successo. Gli effetti del referendum in materia di lavoro? Si faranno sentire, a cominciare proprio dalla funzione della neonata Anpal». Emmanuele Massagli, giuslavorista e presidente di Adapt, il Centro studi fondato da Marco Biagi, guarda con favore all’assetto derivante dal Jobs Act ma teme che la mancata approvazione della riforma costituzionale possa determinare comunque un freno da parte delle regioni.

Partiamo dall’inizio o dalla fine, a seconda dei punti di vista. Quale è la sua valutazione dell’assegno di ricollocazione?

«L’assegno di ricollocazione non è uno strumento nuovo. Per quanto modulato diversamente da Paese a Paese, nel Nord Europa funziona, così come funziona in Regione Lombardia, dove da qualche anno si identifica con il nome di Dote Unica Lavoro (DUL) una politica similare, alla quale il Governo si è ispirato. Certo l’Italia non è il Nord Europa e neanche la Lombardia. Ma la novità è certo benvenuta. La valutazione dello strumento e, più in generale, delle politiche del lavoro erogate su base condizionale e premiale è positiva; qualche dubbio permane su come sarà effettivamente utilizzato nei diversi territori».

Potrà funzionare e come?

«La dotazione iniziale è piuttosto scarsa, 32 milioni, meno del valore di un centrocampista da squadra di prima fascia. Per questo i beneficiari della prima “tornata” di assegni (fermo restando i requisiti di disoccupazione da almeno 4 mesi con percezione di NASPI, la Nuova assicurazione sociale per l’impiego) saranno estratti a sorte; non vi sarebbero, altrimenti, i fondi per coprire tutti. I Centri per l’Impiego o le Agenzie per il Lavoro che riusciranno a occupare i percettori di assegno riceveranno un bonus da 1.000 a 5.000 euro in caso di contratto a tempo indeterminato (compreso apprendistato); da 500 a 2.500 euro in caso di contratto a termine superiore o uguale a 6 mesi; da 250 a 1.250 euro per contratti a termine da tre a sei mesi (solo nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia)».

Quale ruolo avranno le Agenzie per il Lavoro?

«Sono protagoniste delle nuove politiche attive e fanno parte della Rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro creata dal Jobs Act. Sono quindi valorizzate dalla normativa nazionale, ma dovranno necessariamente “passare gli esami” delle normative regionali se vorranno operare nei diversi territori».

Quanto dipenderà, per il successo della misura, dalle regioni? Quanto dall’Anpal?

«Nello scenario passato, presente e futuro (quantomeno di medio termine) il coltello delle politiche attive dalla parte del manico lo hanno le regioni, titolari esclusive della competenza legislativa in materiale di tutela del lavoro. Qualora fosse stato approvato il referendum costituzionale i rapporti di forza si sarebbero ribaltati e ben di più avrebbe contatto l’Anpal».

Più nello specifico, perché e come la mancata approvazione della riforma costituzionale incide in materia di lavoro?

«La modifica più rilevante è quella citata in precedenza: la conferma del (complesso) riparto di competenze tra Stato e Regioni. Si potrebbe pensare che, rimanendo la situazione immutata, sostanzialmente non cambi nulla. Non è così: un po’ imprudentemente il legislatore del Jobs Act quando ha scritto il decreto sulle politiche attive (uno dei capitoli centrali di tutta la riforma) ha presupposto l’approvazione della nuova Costituzione, immaginando che la neonata Anpal potesse diventare il regista delle politiche attive nazionali. La proposta di riforma costituzionale è stata bocciata e, di conseguenza, l’Anpal perde potere (e significato). Finisce per essere una sorta di nuova Italia Lavoro con poteri di moral suasion, non decisionali, un coordinatore del dialogo tra Stato e regioni».

Quali effetti ritiene più deleteri per la mancata fine delle competenze regionali in materia?

«La mancata centralizzazione certamente rasserenerà le regioni dove le politiche attive funzionano, spaventante da possibili azioni contro-sussidiarie dello Stato. Il punto, però, è che queste regioni sono poche; nel resto del Paese permarrà il caos assoluto, resteranno vigenti normative difformi, complesse e talvolta clientelari, certamente inefficaci».

Che cosa può fare lo Stato e che cosa possono fare le regioni per evitare conflitti e sovrapposizioni?

«Semplicemente possono mettersi d’accordo. Il luogo esiste, è la Conferenza Stato-Regioni dalla quale da sempre passano tutti gli interventi su politiche attive e formazione professionale (altra competenza che resta sui territori). Purtroppo però la sintonia tra questi poteri non è molto frequente e in molti casi discussioni rilevanti, anche di natura tecnica, finiscono per essere l’occasione di scambi o sgarbi politici, se non partitici. A discapito, ancora una volta, dei disoccupati. I quali, ricordiamolo, in Italia non sono una entità astratta, ma 3 milioni di persone; e altri 13 milioni e mezzo sono gli inattivi».

 

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Claudia Marin

A cura di : Claudia Marin

Giornalista professionista del Quotidiano nazionale (Resto delCarlino - Giorno - Nazione), segue i temi del lavoro, della previdenza e del sociale. Già Capo Ufficio Stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Dirigente delle relazioni esterne dell'Inps.

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