La formazione pubblica nell’ apprendistato professionalizzante

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editoriale di Eufranio MassiUn argomento che ha “solleticato” gli operatori, oltre ad aver posto problemi di natura interpretativa, e che emerge dall’art. 2 della legge n. 78/2014 è quello che concerne l’offerta formativa pubblica per il c.d. apprendistato professionalizzante o di mestiere.

Non è questa la sede per ricapitolare quanto, nel decennio appena trascorso, le normative sulla formazione nell’apprendistato abbiano, di molto, contribuito a “sterilizzare” gli effetti positivi connessi, sotto l’aspetto dell’occupazione giovanile, a tale tipologia contrattuale. Il riparto delle competenze tra Stato, Regioni e parti sociali, ha segnato il decennio appena trascorso da una serie di ricorsi alla Consulta che, se da un lato non hanno fatto altro che ribadire la “primazia” regionale sulla materia per effetto dell’art. 117 della Costituzione, dall’altro hanno dato origine ad orientamenti normativi del tutto diversi da Regione a Regione, che sono andati “a scapito” dell’efficienza e dell’occupazione, facendo affogare l’apprendistato in una serie di vincoli burocratici.

Sotto l’aspetto prettamente operativo, strettamente legato alla semplificazione, il D.L.vo n. 167/2011 aveva già raggiunto notevoli risultati: le Regioni (e le Province autonome), all’interno della Conferenza Stato – Regioni, avevano fatto un passo indietro, dando la propria disponibilità a che la formazione sulle competenze teorico – professionali fosse demandata alla contrattazione collettiva nazionale, cosa che è stata fatta, nella maggior parte dei casi, con gli accordi stipulati a cavallo del 25 aprile 2012, ultima data di vigenza delle normative antecedenti il D.L.vo n. 167/2011.

Lo scoglio dell’offerta formativa pubblica, variegata sia nei termini che nella quantità, restava e lo stesso D.L. 76/2013, invocando un nuovo intervento della Conferenza entro il 30 settembre 2013, poi posticipato al 20 febbraio 2014, ne era una palese testimonianza.

Il D.L. n. 34/2014, entrato in vigore il 21 marzo 2014, recava, intervenendo sull’art. 4, comma 3, una frase di natura “ambivalente” nel senso che l’inciso “può essere integrata” poteva essere riferito sia al datore di lavoro che alle Regioni (o alle Province autonome), con un significato, nelle due ipotesi considerate, completamente diverso. Sembrava, mi si passi la battuta, una sorta di oracolo della Sibilla Cumana: “ibis redibis non morieris in bello”, che poteva essere letto in un modo o nell’altro a seconda che il “non” si riferisse alla prima o alla seconda parte della frase.

Tutto è cambiato con la conversione in legge. L’offerta formativa pubblica, interna od esterna all’azienda, destinata alla acquisizione delle competenze di base e trasversali per un monte ore complessivo massimo nel triennio pari a 120 ore (ridotte in relazione al titolo di studio ed alle competenze del giovane) deve essere esternalizzata dagli Enti locali in termini precisi e puntuali: entro i 45 giorni successivi alla instaurazione del rapporto di lavoro (fa testo la comunicazione on line “pluriefficace” inviata al centro per l’impiego), vanno rese note sia le modalità di svolgimento, che le sedi ed il calendario. Le Regioni (e le Province autonome) possono avvalersi anche di aziende ed associazioni datoriali disponibili alla erogazione della formazione.

Ovviamente, le singole Regioni, che dovranno disciplinare la materia entro il prossimo mese di agosto, potranno, nei limiti dell’accordo quadro del 20 febbraio, mettere alcuni “paletti” che, in ogni caso, non potranno essere tali da far “slittare” l’obbligo normativo: ciò, a mio avviso, significa che non sarà possibile, entro i 45 giorni, con una e-mail di risposta all’indirizzo dal quale è partita la comunicazione di assunzione, fare un generico riferimento all’offerta formativa  “scaricabile” dai siti regionali, in quanto non è questo quello che chiede il Legislatore.

L’obbligo è quello di comunicare la sede ed il calendario (anche in un’ottica di programmazione dell’attività aziendale), e non anche  quello di far svolgere, obbligatoriamente, la formazione di base entro i 45 giorni successivi all’assunzione. Vale la pena di ricordare come le linee guida susseguenti al D.L. n. 76/2013, riferendosi ad un’offerta formativa formalmente approvata e finanziata dalla Pubblica Amministrazione competente, affermino che le “attività formative debbono essere avviate entro sei mesi dalla data di assunzione dell’apprendista”.

Quale può essere la soluzione, atteso che la questione può riverberare i propri effetti anche sull’attività di vigilanza e sull’apparato sanzionatorio connesso alla responsabilità datoriale ex art. 7 del D.L.vo n. 167/2011?

A mio avviso, se l’offerta formativa pubblica è stata effettuata entro i canonici tempi previsti dal Legislatore, l’azienda ha l’obbligo di inviare il giovane alla frequentazione del corso nei tempi e nei modi previsti nella nota di comunicazione.  Se, invece, l’offerta formativa pubblica non è stata comunicata entro i 45 giorni, i datori di lavoro possono procedere, autonomamente (qualora lo vogliano) ad effettuare la formazione di base e trasversale di competenza pubblica. Qualora tale comunicazione non dovesse avvenire nei sei mesi successivi alla instaurazione del rapporto, i datori di lavoro dovrebbero essere esonerati dalla formazione pubblica.

Ovviamente, queste sono mie considerazioni che valgono per quel che valgono, anche perché (oggi è il 7 luglio 2014) a 109 giorni di distanza dall’entrata in vigore del D.L. n. 34/2014, si è in attesa di chiarimenti amministrativi da parte del Ministero del Lavoro, su questo ma anche su altri temi, particolarmente impegnativi, come quello dei nuovi contratti a tempo determinato.

Sull' autore

Eufranio Massi
Eufranio Massi 213 posts

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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2 Commenti

  1. marco
    luglio 17, 18:28 Reply

    Buonasera,

    forse la risposta può essere cercata nei troppo frequenti scandali che hanno conivolto strutture regionali deputate all’erogazione dei servizi formativi.
    Ricordo eventi siciliani già negli ormai lontani inizi anni 90.

  2. Angelo
    luglio 15, 10:33 Reply

    Così, solo per ridere…..
    In Sicilia, per l’apprendistato per qualifica e diploma professionale, è stato previsto un monte ore di formazione pari a 440 ore annue di “formazione strutturata” (esterna e interna all’azienda) + 200 ore annue “formazione non strutturata”.
    Viene spontaneo chiedersi: Quale vantaggio può avere una azienda per ricorrere a tale tipologia di contatto considerato il fatto che per circa 100 giorni l’anno (660 ore formaz. /6,67ore giornata lavorativa) non può disporre dell’attività lavorativa del soggetto?

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