Cessazione di attività ed alcune ipotesi di integrazione salariale [E.Massi]

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L’art. 21, comma 1, lettera b)  del decreto legislativo n. 148/2015, nel processo di revisione degli ammortizzatori sociali, ha cancellato, a partire dal 1 gennaio 2016, l’integrazione salariale dovuta a crisi aziendale per cessazione dell’attività produttiva o di un ramo di essa: il tutto, ” si sposa” con una logica che tende a ridurre l’intervento della “mano pubblica” in tutte quelle situazioni che presentano aspetti di “decozione” e per le quali non si manifestino, all’orizzonte, apprezzabili ipotesi di ripresa. Ovviamente, in tale quadro normativo, l’Esecutivo si aspetta risposte positive dal decollo, attraverso l’ANPAL, delle politiche attive del lavoro che postulano, tra le varie misure, la ricollocazione dei disoccupati attraverso percorsi partecipativi incentivati, con l’intervento di strutture pubbliche e private: ma, questo è un altro discorso sul quale non mi mancherà l’occasione per riflettere.

A tale chiusura normativa (che, comunque, non impedisce la trattazione delle istanze presentate, legittimamente, entro il 31 dicembre 2015, come chiaramente affermato nella circolare n. 24/2015 della Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali), ha fatto eccezione una successiva disposizione contenuti nel comma 4 secondo la quale, in deroga al limite dei 24 mesi complessivi di fruizione della CIGS, ed a quello di 12 mesi relativo al trattamento di cassa per crisi aziendale, il Legislatore delegato ha previsto nella durata massima, rispettivamente, di 12, 9 e 6 mesi per ciascuno degli anni tra il 2016 ed il 2018, con il finanziamento di 50 milioni di euro per ognuna delle annualità appena indicate (con incremento della dotazione del Fondo per l’Occupazione), un ulteriore periodo di integrazione salariale straordinaria, qualora, al termine del programma, l’azienda cessi l’attività ma sussistano concrete prospettive di ripresa che passino attraverso una rapida cessione dell’impresa. Tutto questo deve essere frutto di un accordo sottoscritto in sede di Ministero del Lavoro alla presenza di funzionari del Dicastero dello Sviluppo Economico.

La piena operatività di questa disposizione viene rimessa a criteri individuati con D.M. ” concertato” tra Lavoro ed Economia che doveva essere emanato entro il 23 novembre 2015 ma che è apparso, quanto meno come riassunto dei contenuti, sul sito istituzionale il 6 maggio 2016: esso porta il numero 95075 ed è datato 25 marzo 2016.

Ma, quali sono le condizioni per poter accedere alla proroga della CIGS per crisi aziendale oltre il termine dei 12 mesi?

Quattro, afferma l’art. 2, sono le condizioni che debbano sussistere contemporaneamente. La prima consiste in un aggravamento della situazione aziendale tale da determinare la cessazione dell’impresa accompagnata, tuttavia, da una concreta prospettiva di cessione dell’azienda ove (ma questa è una mia considerazione) il potenziale acquirente non deve essere espressione della precedente proprietà.

La seconda condizione chiama in causa gli organi amministrativi: va sottoscritto un accordo  (art. 3) presso il Dicastero del Lavoro, con la presenza anche del Ministero dello Sviluppo Economico, prima della cessazione del programma di CIGS ( prima, quindi, della scadenza dei 12 mesi). In questa sede va presentata la documentazione atta a mostrare il forte interessamento dell’acquirente in un quadro economico ove va verificata la sostenibilità finanziaria dell’intervento.  In pratica, la verifica dovrà portare anche a quantificare gli oneri ed a “vedere” la sussistenza delle risorse all’interno degli stanziamenti aggiuntivi annuali disposti in favore del Fondo per l’Occupazione. L’interessamento dell’acquirente dovrà essere dimostrato con la presentazione di concrete proposte, seppur coperte da riservatezza.

La terza condizione concerne la sussistenza di un piano relativo alla sospensione dei lavoratori strettamente collegato alla cessione dell’impresa ed ai nuovi piani di intervento programmati La quarta, infine, consiste nel programma di rioccupazione del personale da parte del cessionario attraverso l’iter procedimentale previsto, per la cessione di azienda, dall’art. 47 della legge n. 428/1990 che, è bene ricordarlo, garantisce un diritto di precedenza di 12 mesi per la riassunzione in favore di quei lavoratori che non passano, immediatamente, alle dipendenze del nuovo datore di lavoro.

Sia il piano di sospensione che la rioccupazione del personale debbono essere “provati” nel momento in cui, dopo la sottoscrizione dell’accordo, viene presentata l’istanza di CIGS per la quale, con una deroga rispetto alla disciplina generale (deroga, sul piano strettamente operativo, alquanto condivisibile) viene “disapplicato” l’art. 25 del decreto legislativo n. 148/2015, laddove fa decorrere la sospensione, trascorsi 30 giorni dalla presentazione della domanda, che va inviata, esclusivamente, in via telematica. La ragione di tutto questo appare evidente: si vuole garantire una stabilita’ nella erogazione delle prestazioni di integrazione del reddito ed, al contempo, si intende assicurare una continuità della vita aziendale in un momento particolarmente delicato. Da ultimo, il D.M. n. 95075 riserva al Ministero dello Sviluppo Economico il compito di monitorare che la cessione ipotizzata nell’accordo collettivo, la quale  rappresenta la motivazione di fondo che consente la prosecuzione dell’ammortizzatore per crisi aziendale, vada a buon fine.

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Eufranio Massi

A cura di : Eufranio Massi

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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