I cervelli in fuga dall’ Italia: stiamo proprio perdendo la testa !

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cervelli_in_fugaPremio “Il Sorriso di Giuseppe” : un esempio da seguire
Ultimamente più che una moda o uno status symbol è diventata un’esigenza. L’esperienza fuori dall’Italia è diventata tra i giovani un elemento di prestigio, di vanto… ma purtroppo (ed è questa la dura realtà) oggi è diventata quasi un bisogno….Eh si, perché oggi i ragazzi, i giovani usciti dall’università, i ricercatori, i giovani biologi, i laureati in farmacia, in giurisprudenza, in medicina ed in tanti altri settori si sentono piuttosto scoraggiati dal sistema italiano. Un sistema che viene visto come “non premiante”, come antiquato e statico, che non valorizza il merito ma che al contrario tende ad alimentare il nepotismo e le raccomandazioni.

I giovani preparati oggi preferiscono andar via, fuori dall’Italia, lasciandosi indietro la propria famiglia, gli amici di una vita, i posti in cui sono cresciuti… alla ricerca di migliori condizioni per lo sviluppo della loro carriera professionale.

E i dati sono sconcertanti : è abbastanza realistico stimare in circa 79.000 i giovani che ogni anno lasciano il Bel Paese per cercare fortuna all’estero. Se compariamo infatti i dati provenienti dall’Anagrafe Italiani Residenti Estero (Aire) ed i dati dei vari sondaggi indipendenti, che tengono conto del fatto che non tutti si iscrivono normalmente all’Aire, il dato che ne viene fuori è che i giovani italiani preferiscono emigrare all’estero per ragioni principalmente legate alla mancanza di occupazione e, più in generale, di prospettive. Quel che è più preoccupante è che più del 70% di loro sono laureati: si tratta dunque di capitale umano qualificato che lascia il Paese.
I dati Ocse evidenziano poi come l’Italia sia stato negli ultimi quindici anni l’unico grande Paese europeo a presentare un valore negativo del tasso di scambio di individui altamente qualificati (OECD 2005). Secondo i dati Istat, nel primo decennio di questo secolo a cancellare la propria residenza in Italia sono stati oltre 300mila cittadini.
Ma oltre al dato quantitativo è soprattutto da notare che la componente di emigrati maggiormente cresciuta nel tempo è stata proprio quella dei giovani più qualificati.
Sono quelli bravi, quindi, ad andar via, la nostra futura classe dirigente, la “testa”, che dovrebbe invece restare a guidare l’Italia invece di andar “perduta”, regalando le nostre brillanti menti a vantaggio di Paesi stranieri.
Tra i più gettonati: l’Australia, la Germania, la Svizzera e il Regno Unito.

Quanto impatta sull’economia nazionale questo fenomeno? Quanto arricchisce gli altri Paesi?
È difficile misurarne i costi. C’è chi fornisce una stima del costo diretto del brain drain (vale a dire la spesa sostenuta per fornire istruzione a uno studente italiano che poi emigra all’estero) in circa 170 milioni di euro l’anno. È un calcolo molto approssimativo, ma è anche solo uno dei tanti aspetti del problema, cui va aggiunta la perdita di ricchezza che avrebbe prodotto in Italia. Solo in termini di brevetti depositati, I-com (2011) ha calcolato il valore generato dai venti migliori scienziati italiani residenti all’estero: si stima un valore di oltre 800 milioni di euro!

“La mobilità per studio e lavoro è in sé positiva, perché consente di arricchire le proprie esperienze, di ampliare la rete di relazioni, stimola il senso di autonomia, l’apertura mentale, la voglia di mettersi in gioco”, afferma Paola, 29 anni, avvocato, volata in Australia per un’esperienza di studio e lavoro e poi rientrata in Italia. “Non è però accettabile per un giovane altamente qualificato sentirsi così privo di prospettive in Italia, tanto da dover decidere di mollare tutto ed andar via perchè il proprio Paese non gli offre abbastanza”.

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Quantomeno, una volta effettuata l’esperienza all’estero, i giovani dovrebbero avere le opportunità di poter rientrare con quel valore aggiunto.

Ebbene, se l’Italia, che ha molte potenzialità sul settore culturale, saprà tornare a essere attrattiva e a far diventare la sua ricchezza culturale e creativa un valore aggiunto per la crescita personale, sociale ed economica dei giovani, avrà senz’altro molte più opportunità di invertire la tendenza del brain drain e del brain waste.

Qualche segnale positivo per fortuna c’è. Ne è un esempio il Progetto Youth Guarantee, finanziato dall’UE e che mira, a livello Regionale, all’inserimento lavorativo dei giovani under 29.
Ma vi sono anche varie iniziative provenienti dai privati e da Associazioni No-Profit, come ad esempio il Premio “Il Sorriso di Giuseppe” indetto dall’ Associazione INDC Onlus, che ha destinato ai giovani ricercatori un assegno di ricerca in materia oncologica per un progetto da svolgersi presso il prestigioso Dipartimento di Ricerca – S.C. Genomica Funzionale – dell’Istituto Nazionale Tumori di Napoli ‘G. Pascale’, per incoraggiare i nostri giovani meritevoli a restare nel territorio, a non arrendersi ed ad adottare non la solita politica disfattista, ma quella “del fare”.
In effetti, ecco la dimostrazione che invece uno spazio per i giovani ricercatori  c’è: Cercasi RICERCATORE con meno di 35 anni !

Per visualizzare il bando o inviare la tua candidatura clicca qui ->  BANDO_Il_Sorriso_ di_Giuseppe

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1 Commento

  1. Maria
    maggio 09, 15:09 Reply

    Ok. Si parla tanto dei giovani, ma dei 30/40enni non parla nessuno? Io sono diplomata in ragioneria, laureata in economia e commercio, abilitata quale dottore commercialista, lavoro da ben 21 anni nel mio settore e dopo aver lavorato in nero per 13 anni in due studi commerciali dove ero considerata praticante, ho scelto di lavorare in azienda. All’inizio tutto bene, poi ho osato sposarmi e dopo 3 anni avere un bimbo: licenziata dopo 3 mesi di mobbing feroce. Negli ultimi tre anni passo da un lavoro a termine all’altro per compensi da fame. Mio marito consulente informatico molto capace,libero professionista che segue un intero reparto di ospedale,le caddetre collegate, altre realtà legate al primo a casa senza rinnovo per mancanza di fondi. Abbiamo deciso di andare via dall’Italia, Svizzera o Germania, ma superato lo scoglio della lingua c’è l’ostilità degli svizzeri e la freddezza dei tedeschi. Ma perché dobbiamo andare via? Perché non pensano anche a noi appena 40enni?

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