Gay (Giovani imprenditori): «Il Jobs Act? Uno strumento semplice con regole comprensibili e traducibili in inglese. Funzionerà, soprattutto per i giovani».

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In esclusiva per generazionevincente.it (a cura di Angelo Raffaele Marmo)

Non è a favore delle imprese o di Bruxelles o contro i sindacati. Il Jobs Act è un’innovazione di cui c’era un drammatico bisogno e che si sta già rivelando uno strumento positivo per contrastare la disoccupazione giovanile. Ha pochi dubbi Marco Gay, imprenditore con esperienze nell’impresa di famiglia del settore metalmeccanico ma anche startupper di successo, oggi presidente dei Giovani di Confindustria. Il tempo di una pausa, però, e incalza: «Ciò non toglie che per creare occupazione stabile vada agganciata la ripresa. In Italia abbiamo eccellenze, campioni nazionali, unicorni imprenditoriali, oltre 5mila startup che danno impiego a 22mila giovani. Ma questi esempi devono diventare sistema diffuso e per questo serve un piano organico. Un progetto più ampio che superi la visione del “giorno per giorno”, il “cantiere impresa” della politica industriale. Serve uno Stato capace di compiere delle scelte strategiche e poi lasciare che il mercato, gli imprenditori, scelgano dove investire e dove crescere».

Il Jobs Act è un percorso di riforma ormai completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Possiamo tirare le prime somme e fare un primo bilancio complessivo.

«Un bilancio sicuramente positivo: il Governo ha ridisegnato un equilibrio complessivo del mercato del lavoro e degli strumenti contrattuali rendendolo più dinamico e più vicino alle esigenze delle imprese. Ma anche a quelle di tanti lavoratori giovani che cercano opportunità, mobilità e crescita. Insomma la nuova cornice legislativa riflette un mercato e un modello professionale che aveva già nei fatti superato la vecchia normativa.  Il Jobs act è nato con uno scopo preciso, che non è quello di creare dissidi con i sindacati, non è quello di fare un favore a Confindustria e nemmeno quello di dimostrare a Bruxelles che l’Italia sa fare i compiti a casa. Ma è quello di combattere la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, permettendo alle imprese di poter fare investimenti sul capitale umano, di efficientare il matching fra domanda e offerta di lavoro, di aiutare chi si trova in temporanea difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi rapidi.  Per questo è una riforma che ha diversi meriti che vanno riconosciuti: norme semplici, leggibili, traducibili in inglese. Un assetto normativo che permette a chi assume di sapere con certezza quanto gli costerà il lavoratore e quali conseguenze potrebbe avere un licenziamento. A fare la differenza per chi assume, infatti, non è tanto se l’articolo 18 viene eliminato completamente o applicato a fattispecie residuali, ma la certezza di sapere quando e come viene applicato senza finire nella babele dei tribunali per ogni – difficile e spesso doloroso, anche umanamente – processo di chiusura di un contratto in essere. N Su questo il Jobs act è vincente: l’effetto di norme più semplici e di una tipizzazione dei casi, dovrebbe ridurre il contenzioso giudiziario e far risparmiare tempo, soldi e pratiche, non solo all’azienda ma anche al lavoratore. La maggiore flessibilità in entrata e in uscita è inoltre un incentivo ad assumere – non più i commercialisti ma collaboratori, operai, funzionari – per le imprese italiane e a investire in Italia per quelle straniere».

 Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti, nei diversi ambiti della riforma, che considera più innovativi?

 «Sul piano contrattuale l’estensione dell’ambito di applicazione della tutela economica che diviene, oramai, la vera e propria tutela di riferimento in caso di licenziamento illegittimo. Sicuramente positiva, inoltre, in materia di ammortizzatori sociali, è la razionalizzazione degli strumenti per la gestione della crisi, la riduzione complessiva degli oneri contributivi a carico delle aziende e l’attenzione alle politiche attive come parte integrante delle misure di protezione sociale dei lavoratori. Ispirandoci al modello tedesco, punta a scoraggiare il ricorso prolungato agli ammortizzatori sociali e introduce il vincolo della condizionalità ossia l’impegno del lavoratore alla formazione o alla ricollocazione».

 Quali sono, invece, i limiti o gli elementi negativi dell’operazione?

 «Si poteva osare di più, anzi, considerando la situazione economica, si doveva osare di più. In particolare sull’ambito di applicazione della nuova disciplina: sin dal primo momento in cui si è cominciato a discutere di Jobs act, Confindustria ha indicato la necessità di intervenire non solo sui nuovi contratti, ma sull’intera platea dei lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ciò avrebbe evitato nuove segmentazioni del mercato del lavoro e accelerato la transizione dal vecchio al nuovo regime. Ugualmente il perimetro del pubblico impiego non è stato toccato ed è un peccato. Pesa, inoltre, la mancata riforma – secondo la stessa linea attuata per quelli individuali – della normativa sui licenziamenti collettivi».

 Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Il tema delle politiche attive è cruciali: in una economia della conoscenza, in cui la competizione fra le imprese avviene non più solo sul capitale disponibile ma sul capitale umano – inteso come capacità di innovazione, risoluzione di problematiche e possesso di soft skill – è importante che i lavoratori possano accedere a un percorso di lifelong e lifewide learning. La formazione permanente permette alle aziende di poter contare su personale sempre aggiornato e ai lavoratori di poter trovare un nuovo impiego in tempi brevi. Questa è la sfida della politiche attive, prima ancora del matching fra offerta e domanda di lavoro. E questo comporta una intensa attività attuativa: non solo nella riformulazione dei servizi per l’impiego, nella costituzione dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro e nel riparto delle competenze fra Stato e Regioni… ma anche su tanti altri interventi normativi che non stanno nel Jobs Act ma sono ugualmente politiche attive. Penso su tutti all’alternanza scuola lavoro de “La buona scuola”, su cui come imprese abbiamo il difficile compito di accogliere quasi 1 milione e mezzo di ragazzi dentro le nostre aziende per trasmettere loro “cultura” e “pratica” di impresa».

 Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili? Quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

 «Secondo l’Istat la disoccupazione ad ottobre è scesa all’11,5%, ovvero il tasso più basso da 3 anni, anche se quella giovanile resta troppo alta. E secondo l’Inps sono ben 600mila i nuovi posti di lavoro netti creati nel 2015, di cui ben 500mila quelli a tempo indeterminato. Questo dimostra che misure come Jobs act e sgravi per le assunzioni sono una spinta importante, soprattutto per favorire i contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine. E’ chiaro, poi, che per la creazione di nuovi posti di lavoro non bastano norme o incentivi ma servono dinamiche di mercato positive, come i portafogli ordini, però la ratio adottata dal Governo è stata corretta, perché per la prima volta il contratto a tempo indeterminato costa meno di quelli a termine o flessibile, favorendo così stabilità e crescita. Quest’anno è avvenuto grazie agli sgravi – e confidiamo che rimarranno in piedi anche per il prossimo, seppure riducendone l’importo – ma l’obiettivo deve essere quello di rendere il principio strutturale con un abbattimento del costo del lavoro a lungo termine, perché con un mercato dinamico e volatile l’impresa che investe in modo continuo suoi propri dipendenti deve essere premiata fiscalmente. Insomma, non è solo un fatto economico privato ma anche di interesse pubblico».

Il bonus non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

 «Le aziende che in questi anni hanno trovato collaboratori validi, che contribuiscono a farle crescere, non hanno alcun interesse a rinunciarvi perché è finito uno sgravio. Ripeto: accanto al costo del lavoro è chiaro che conta anche l’andamento dell’economia, delle imprese, della competitività del sistema.  Per questo le previsioni di un export a 419 miliardi nel 2015 (record di sempre), l’aumento dell’indice Pmi manifatturiero a quota 54,9  dal 54,1 di ottobre e gli elementi esogeni (petrolio, tassi di interesse e materie prime) fanno ben sperare di poter trasformare la ripartenza in ripresa e abbattere in modo strutturale la disoccupazione, soprattutto giovanile».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

 «Sicuramente dobbiamo pensare alla parte complementare del lavoro: il welfare, perché non saremo in grado di sostenere a lungo quello di tipo tradizionale come quello che abbiamo avuto fino ad oggi, a meno di non arrivare velocemente ad una crescita superiore al 2% annuo di PIL. Pochi giorni fa Boeri ha avvertito la generazione dei trentenni che prenderanno la pensione sarà a 75 anni e con il 25% in meno dei loro genitori.  Serve per questo un intervento organico per un welfare di tipo integrativo, equo e solidale: è il prossimo traguardo che riguarda il mercato del lavoro in tutti i suoi aspetti ed è il terreno più sfidante delle moderne relazioni industriali.  Accanto a questo penso a interventi che possano incoraggiare un mercato del lavoro davvero “paritario”: già con il Jobs act si sono estese tutele di maternità alle lavoratrici autonome, adesso è importante garantire che questi diritti siano esigibili con servizi per l’infanzia che funzionano.   E, per finire, dobbiamo trovare nuovi meccanismi per rendere il mercato del lavoro trasparente e inclusivo: i 206 miliardi di economia sommersa, fra lavoro nero e attività illegali, ovvero il 13% del PIL, non sono accettabili per un Paese moderno.  Servono meccanismi che incentivino l’emersione e permettano la regolarizzazione più semplice degli immigrati, non possiamo lasciare che sia solo la Germania ad aver capito che sono una ricchezza – economica, sociale e culturale – per il futuro, non possiamo perdere l’ennesima occasione».

 In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

 «Confindustria sta portando avanti una impegnativa verifica con il sindacato sui temi della rappresentanza e della contrattazione. Servono regole radicalmente nuove della contrattazione collettiva, bisogna rivedere il modello contrattuale per assicurare la certezza dei costi e la non sovrapponibilità dei livelli di contrattazione e, soprattutto, per valorizzare il legame fra retribuzioni e produttività: chiaramente mantenendo un livello di remunerazione base, è importante però legare indissolubilmente i salari alla crescita dell’azienda, perché questo crea un circolo virtuosi per tutti.   Negli ultimi 15 anni abbiamo perso oltre 30 punti di competitività: in Germania le retribuzioni sono cresciute meno della produttività  – di fatto hanno effettuato una svalutazione competitiva –  ma noi le abbiamo fatto crescere più della produttività, perdendo competitività, quote di produzione e di occupazione.  E’ quindi indispensabile affrontare il tema della competitività dei nostri prodotti e quindi parlare di ricerca, innovazione, consolidamento delle dimensioni di impresa, finanza per gli investimenti produttivi eccetera, ma è altrettanto indispensabile parlare di costo del lavoro e di regole e modelli di contrattazione. E su questo noi – Confindustria e sindacati – abbiamo una grande responsabilità e un grande potere: non è con la nostalgia della sala verde che possiamo cambiare il modo di lavorare in Italia, ma è dandoci regole moderne in tema di contratti e di retribuzione e di organizzazione del lavoro. Per non essere più solo dei corpi intermedi ma dei corpi di avanguardia».

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Angelo Raffaele Marmo

A cura di : Angelo Raffaele Marmo

Angelo Raffaele Marmo è giornalista, scrittore, esperto di welfare. Laureato con lode in Scienze Politiche alla Luiss di Roma, ha lavorato come giornalista economico alla redazione romana de Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. Dal 2001 al 2008 è stato il capo della redazione romana dei tre giornali. Dal 2008 al 2011 è stato capo ufficio stampa e portavoce del Ministro del Lavoro. Dal 2010 al 2013 è stato Direttore generale della comunicazione in materia di lavoro del Ministero del Welfare. Attualmente è Direttore della comunicazione e relazioni istituzionali della Fondazione Enasarco. Cura il canale «Le nostre pensioni» per il portale www.quotidiano.net Scrive di economia e politica per il Quotidiano nazionale. E’ direttore editoriale della rivista dell’Inas-Cisl «Nuove tutele». Ha fondato con altri soci la start up www.miowelfare.it, di cui è Presidente. Ha scritto: Lavorare in affitto (Franco Angeli, 1999); Lavoro interinale, Guida al contratto (Edizioni Lavoro, 2003); Anni flessibili (Edizioni lavoro, 2008); Le nuove pensioni (Oscar Mondadori, 2012).

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