Poletti : «Il Jobs Act, una svolta epocale per un mercato del lavoro più efficiente, equo e inclusivo»

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Questa settimana ospitiamo un intervento del Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. L’intervista, rilasciata in esclusiva a generazione vincente, conferisce spunti di riflessione inediti ed arricchisce in maniera rilevante la discussione aperta tra i Job Opinion Leader sul Jobs Act.Dalle parole del Ministro traspare una chiara e forte volontà di costruire un mercato del lavoro più efficiente e, allo stesso tempo, più equo e inclusivo.
L’occasione mi è utile per ringraziare il Ministro Poletti per la Sua gentile e prestigiosa partecipazione al confronto.
Buona lettura,

Ultimo intervento su Job opinion leader

Michele Amoroso
Amministratore Unico
generazione vincente S.p.A.

 


Intervista in esclusiva per generazione vincente a cura di Angelo Raffaele Marmo

Il Jobs Act all’ultimo miglio. Il governo ha dato il via libera ai quattro decreti definitivi su nuova cassa integrazione, Agenzia nazionale per il lavoro, servizi per il lavoro e politiche attive, contratto di ricollocazione, semplificazioni, Agenzia ispettiva. Il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, regista dell’operazione, superato lo scoglio finale dei controlli a distanza con una soluzione che definisce «equilibrata», esclude «buchi» nei conti dello Stato per la decontribuzione, confessa di essere stato «furibondo» per l’errore sui dati del Ministero del Lavoro, ma tira soddisfatto le prime somme. Non senza un avviso ai naviganti sull’esigenza di «un impianto unico tra lavoro pubblico e privato», rinviando, però, alla legge delega sulla Pa la soluzione della partita.

Il Jobs Act è un percorso di riforma ormai quasi completato, almeno per quel che riguarda gli aspetti legislativi. Possiamo tirare le prime somme e fare un primo bilancio complessivo?

«Portare a termine una riforma complessiva ed organica della normativa in materia di lavoro ha richiesto un impegno davvero straordinario, dati anche i tempi ristretti in cui l’abbiamo fatto. Bisogna tenere conto che abbiamo scritto i decreti di attuazione della delega entro sei mesi dalla sua approvazione, rispettando il limite temporale che ci eravamo dati. Si poteva avere qualche legittimo dubbio sulla possibilità che ce l’avremmo fatta. Invece, abbiamo dimostrato che si poteva fare. Detto questo, credo sia ancora presto per fare un bilancio complessivo della riforma, anche perché alcune parti essenziali diventeranno operative nelle prossime settimane. Stiamo parlando di decreti che riguardano temi importanti – il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro e in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive – che rappresentano parti essenziali della riforma. Penso, comunque, che la riforma sia da considerare un intervento normativo articolato e complesso, espressione di una chiara volontà di costruire un mercato del lavoro più efficiente e, allo stesso tempo, più equo e inclusivo».

Scendendo a un livello di maggiore dettaglio, quali sono i cambiamenti che considera più innovativi?

«Tra gli aspetti che maggiormente qualificano la riforma ricordo, innanzitutto, la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e il contrasto alla precarietà, che ha prodotto tanti danni a lavoratori e imprese. Si tratta di obiettivi perseguiti rendendo il contratto a tempo indeterminato economicamente meno costoso e giuridicamente meno incerto, e quindi più appetibile per le imprese rispetto ai contratti “precari”, ed eliminando le forme contrattuali più precarie ed esposte a un uso “irregolare”, come i co.co.pro., le co.co.co. e l’associazione in partecipazione. Voglio ricordare, ancora, l’estensione degli ammortizzatori sociali a 1.400.000 lavoratori finora esclusi, quelli delle imprese tra 5 e 15 dipendenti; il miglioramento, e l’estensione anche alle lavoratrici autonome, delle misure per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; l’estensione strutturale a due anni della durata della Naspi, sostegno al reddito per i lavoratori che hanno perso il lavoro e, in parallelo, il rafforzamento delle politiche attive per aiutarli a trovarne un altro».

Quali sono, invece, i limiti o gli elementi sui quali si poteva fare di più?

«La riforma del mercato del lavoro che abbiamo prodotto è frutto di un lavoro di squadra di cui sono molto soddisfatto, così come ho apprezzato e giudicato complessivamente positiva la collaborazione del Parlamento che ha permesso, in taluni casi, di apportare modifiche utili ai testi approvati. Non credo spetti a chi ha concretamente lavorato a costruire il nuovo quadro normativo dire se si sarebbe potuto fare di più e meglio. Saranno gli strumenti di monitoraggio dei risultati che abbiamo previsto (ed è una novità) a dirci, nel tempo, se le nostre scelte sono giuste. E se qualcosa dovesse non funzionare, saremo pronti ad apportare le opportune modifiche».

Vi sono capitoli, come quelli sulle politiche attive (ma non solo), che richiedono un’intensa attività anche nella fase attuativa: quali ritiene possano essere i fattori sui quali puntare e quali gli ostacoli?

«Tutti gli interventi normativi richiedono un impegno condiviso e responsabile perché producano gli effetti per i quali sono stati varati. E questo vale, a maggior ragione, per una riforma ampia e innovativa come quella del mercato del lavoro. Ho già ricordato che abbiamo predisposto strumenti per il monitoraggio degli effetti della riforma. Penso che questo rappresenti già uno stimolo importante a “seguire” l’attuazione dei diversi provvedimenti. Naturalmente, questo implica una disponibilità a “mettersi in gioco” di diversi soggetti. Per quanto riguarda, nello specifico, le politiche attive, il 30 luglio abbiamo firmato un accordo quadro con le Regioni che sancisce un impegno per la gestione comune delle politiche attive per il lavoro nella fase di transizione istituzionale e di ridefinizione delle competenze, in uno spirito di leale collaborazione e con l’individuazione dei rispettivi ruoli. Di particolare significato, nell’accordo, l’impegno a garantire congiuntamente la continuità di funzionamento, il rafforzamento e la qualificazione dei Centri per l’Impiego, considerandoli l’infrastruttura pubblica indispensabile per lo sviluppo delle politiche attive, e ad individuare le modalità più opportune per assicurare che il personale che vi lavora continui ad operare senza interruzioni. Un obiettivo per il quale Ministero del Lavoro e Regioni hanno già individuato le risorse necessarie».

Oltre al contratto a tutele crescenti, questi mesi sono stati caratterizzati anche dal bonus per le assunzioni a tempo indeterminato: quale dei due strumenti ha inciso maggiormente nel favorire quantomeno la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili?

«Penso che sia la convenienza economica sia la maggiore “certezza” di gestione del rapporto di lavoro abbiano contribuito, in questi mesi, a spingere le aziende ad adottare il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Sono convinto che sia l’attivazione di nuovi contratti a tempo indeterminato sia la trasformazione di un consistente numero di contratti “precari” in contratti a tempo indeterminato siano dati positivi, perché la complessiva stabilizzazione dei rapporti di lavoro produce un mercato del lavoro qualitativamente migliore, con lavoratori le cui aspettative e prospettive di vita cambiano in positivo e possono dare anche una spinta alla ripresa dei consumi. Del resto, il nostro obiettivo è proprio quello di far sì che il contratto a tempo indeterminato diventi la modalità ordinaria di assunzione nel nostro paese. È per questo che abbiamo destinato risorse importanti (la decontribuzione triennale per gli assunti con questo tipo di contratto nel 2015 e l’eliminazione dalla base di calcolo dell’imponibile Irap della componente costo del lavoro derivante da contratti a tempo indeterminato) per renderlo meno costoso rispetto alle altre tipologie contrattuale».

Il bonus, però, non rischia di provocare un boomerang quando, alla fine dei tre anni, scadrà?

«Intendiamo confermare l’orientamento indicato anche nei prossimi anni, rendendo il contratto a tempo indeterminato strutturalmente meno costoso degli altri”.

Ministro Poletti quale è la sua valutazione sui numeri del lavoro di questi primi mesi?

«Intanto osservo come sia normale che, in coda a una lunga crisi, le imprese, prima di aumentare l’occupazione, facciano rientrare al lavoro gli addetti che erano in cassa integrazione. Gli stessi dati dell’Istat, che registrano incrementi anche significativi, testimoniano di una situazione in miglioramento, ma non ancora stabilizzata. Per il momento, dunque, è bene prendere atto, ovviamente con soddisfazione, dei segnali positivi che si manifestano».

Oltre il Jobs Act che cosa c’è? La modernizzazione del diritto e del mercato del lavoro, almeno in termini normativi, è compiuta o la lunga stagione delle riforme richiederà ulteriori interventi?

«Nella riforma vengono affrontati moltissimi temi. Si tratta di un intervento a 360 gradi e credo che ci vorrà un po’ di tempo per maturarne, e spero apprezzarne, a pieno la portata innovativa. Insomma, ritengo che prima di pensare ad ulteriori interventi sia opportuno aspettare che la riforma dispieghi pienamente i suoi effetti e vedere quali risultati produrrà. La stabilità normativa è un bene prezioso».

In questo quadro, rappresentanza, partecipazione e qualche forma di reddito di cittadinanza possono essere considerate le prossime tappe? In che termini andrebbero o andranno affrontati questi dossier?

«Per quanto riguarda il tema della rappresentanza, il governo, per il momento, ha preferito lasciare il tema all’autonomia del confronto tra le parti sociali, con l’auspicio che questo possa dare risultati concreti. Se non ce ne saranno in tempi ragionevolmente brevi penso che sarà da valutare la strada di un intervento legislativo che regolamenti la materia, anche per impedire che sigle che rappresentano esigue minoranze di lavoratori possano proclamare scioperi che, come è avvenuto in casi recenti, provocano gravi disagi per i cittadini e ledono l’immagine del Paese. Sulla partecipazione, credo sia davvero venuto il tempo di mettere maggiormente in relazione il lavoro e l’impresa, di puntare ad una logica di responsabilità condivisa e di cooperazione coerente con un’evoluzione dell’economia e dell’attività produttiva sempre più difficilmente gestibile con il binomio “conflitto-contratto”. Ci sono già alcuni accordi tra le parti, come quello realizzato a Vicenza, che vanno in questa direzione. Si tratta di favorirli, magari attraverso una specifica cornice legislativa “leggera”. Per quanto riguarda il tema “reddito di cittadinanza”, al centro del Piano nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, che abbiamo discusso poche settimane fa con associazioni, parti sociali e rappresentanza dei Comuni e delle Regioni, abbiamo inserito nel cuore della nostra proposta il RIA, Reddito di Inclusione Attiva, una misura di carattere universale che condiziona il sostegno economico all’adesione dei beneficiari a un progetto personalizzato di attivazione, che agisca sui bisogni della famiglia, sull’accompagnamento verso l’autonomia e sulla piena inclusione nella comunità. Le risorse per i trasferimenti monetari in parte saranno quelle già stanziate per le sperimentazioni del Sostegno per l’Inclusione Attiva, in parte saranno da reperire nel bilancio dello Stato, possibilmente nella prossima legge di stabilità, in un’ottica di gradualità e di compatibilità con i vincoli di finanza pubblica».

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A cura di : Redazione web

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3 thoughts on “Poletti : «Il Jobs Act, una svolta epocale per un mercato del lavoro più efficiente, equo e inclusivo»

  1. daniele

    Il primo punto è il contenimento dei salari. È fondamentale che livello dei salari sia basso per mantenere competitivo il sistema produttivo. L’esigenza di essere più competitivi e di tirare un po’ tutti la cinghia in tempi di crisi sono le giustificazioni tipiche per far accettare questo contenimento. Come ben sappiamo questa esigenza diventa più pressante quando non si dispone del meccanismo del tasso di cambio. In altre parole, col cambio fisso il salario deve diventare flessibile. Nella zona euro abbiamo deciso di sostituire il tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento degli squilibri esterni con il licenziamento e l’abbassamento dei salari. La riduzione dei salari nel settore pubblico si può fare per decreto (per ridurre il salario in termini reali, basta anche congelarlo in termini nominali, come spesso avviene), nel settore privato si ricorre alla decentralizzazione della contrattazione collettiva a livello di singola azienda. In quel modo il potere negoziale del singolo lavoratore è drasticamente ridotto. L’abbassamento dei salari, in generale, è facilitato dalla maggiore possibilità di licenziamento e dalla maggiore concorrenza per ottenere un posto di lavoro.

    Subito dopo viene la ben nota questione della flessibilità, ovviamente flessibilità in uscita, come si chiama in linguaggio tecnico la possibilità di licenziare più facilmente. Si tratta di ridurre tutto il sistema di protezioni giuridiche che rendono difficile licenziare un lavoratore. Come si fa a rendere questo accettabile? Prima si colpisce una categoria, e dopo si scatena la classica guerra fra poveri: settore pubblico contro privato, giovani contro anziani, donne contro uomini, nord contro sud o est contro ovest, a seconda del paese. La giustificazione che accompagna questa misura è tipicamente quella di un’istanza di giustizia, modernità, e maggiore efficienza in tempi di crisi.

    Il terzo cardine è la mobilità della forza lavoro. Una volta licenziati, i disoccupati-potenziali-lavoratori sono comunque una risorsa utilizzabile altrove, quindi è utile facilitarne lo spostamento verso le zone in cui ce n’è più bisogno. Perché questo avvenga è necessario che ci sia un perfetto coordinamento dei servizi pubblici per l’impiego, non a caso una delle priorità stabilite in quasi tutti i paesi. I servizi pubblici per l’impiego, da centri di raccordo della domanda e dell’offerta a livello locale, devono diventare nodi di un’unica grande rete trans-europea che permetta il ricollocamento rapido di manodopera inutilizzata in un paese verso quello in cui ce n’è maggiormente bisogno. Anche qui la giustificazione è semplice: maggiore integrazione europea e maggiori opportunità di lavoro per chi non ce l’ha più.

    Il quarto punto, anch’esso cruciale, è il mantenimento o la formazione di competenze adeguate a rendere “occupabile” il disoccupato-potenziale-lavoratore. Nessuno vuole un lavoratore che dopo anni d’inattività non è più capace di utilizzare i nuovi macchinari o sistemi informatici, perché rimasto tecnologicamente indietro. Bisogna quindi formarlo, ovviamente non finanziandogli una continuazione degli studi, che potrebbe permettergli un salto qualitativo sul mercato del lavoro, ma cercando invece di mantenerne aggiornate le competenze tecniche e professionali tali da renderlo utilizzabile immediatamente: saper usare l’ultimo macchinario o la tecnologia più recente introdotta in azienda. Ovviamente, questo tipo di misura si può ben presentare come sostegno ai disoccupati per facilitare l’apprendimento di competenze utili nel mercato del lavoro. In questo modo ci si assicura che tutta la popolazione in età lavorativa sia costantemente formata, addestrata anche nei periodi in cui è disoccupata, e sempre disponibile per le esigenze della produzione.

    Questa costruzione però non sta in piedi se le persone rimangono disoccupate per lunghi periodi, o se i contratti sono talmente brevi e i periodi di lavoro troppo scarsi per garantire un minimo livello di sussistenza. Ecco che quindi entra in gioco il pezzo fondamentale del puzzle: il reddito minimo. Esso deve essere veramente “minimo”, nel senso di non creare un disincentivo ad accettare qualunque offerta di lavoro, anche la meno appetibile. Esso deve poi essere “condizionato”, cioè immediatamente revocabile nel caso di rifiuto dell’offerta ricevuta o di mancata frequentazione del corso di aggiornamento. E poi il disoccupato deve ovviamente sempre essere reperibile dal centro per l’impiego, pena il decadimento dal reddito minimo.

    Non c’è bisogno di grandi acrobazie per “vendere” il reddito minimo come una grande conquista sociale. Ciò che veramente lo caratterizza come strumento di un quadro ben più reazionario, invece, è l’insieme di condizionalità ad esso legate. Sarebbe tutt’altra cosa remunerare il lavoro nella giusta misura, in linea con la sua produttività, e garantire anche un salario minimo dignitoso a tutti. Come sarebbe tutt’altra cosa istituire un sistema pubblico di “impiego di ultima istanza”. Ma tutto questo ridarebbe al lavoratore un’autonomia, una dignità e una forza contrattuale che lo renderebbe molto meno ricattabile. La differenza fra salario minimo e reddito minimo sembra poco più di una questione semantica, e invece è la differenza fra dignità e dipendenza, fra libertà e schiavitù.

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