De Rita: «Il sindacato torni alle origini e riprenda in mano la sua storia»

de-rita_«Su quale identità collettiva si deve basare una mobilitazione forte e credibile? Questa è la domanda che deve porsi il sindacato se vuole davvero ricostruirsi dalle fondamenta». Il lavoro, spiega Giuseppe De Rita, decano dei sociologi italiani, nelle sue tante declinazioni è profondamente mutato, «tanto più in questi anni di ‘disintermediazione’», e il sindacato non ha finora saputo rappresentare le nuove istanze. Occorre, dunque, ripartire dalle origini e muoversi lungo la direttrice interessi-identità.

Come sta cambiando l’universo del lavoro e quali sono, dunque, le nuove sfide della rappresentanza sindacale?

«Le identità professionali, in seguito a una serie di eventi politici ed economici, si ritrovano oggi profondamente mutate e in alcuni casi frammentate. Le faccio un esempio. Se nel prossimo futuro arriverà una crisi Alitalia, come si preannuncia, probabilmente non sarà difficilissima da gestire per alcuni versi. Le identità coinvolte sono infatti quelle delle hostess, dei piloti, quindi molto precise e delineate. Lì dove invece le identità sono sfuggenti allora è molto più difficile tutto. Ma è purtroppo la maggioranza dei casi».

Quindi i sindacati sono colpevoli di aver perso il contatto con le nuove realtà nate negli ultimi anni?

«La colpa del sindacato è aver perso il rapporto con gli interessi. Essersi cullati nell’idea di coltivare un’identità tradizionale e definita. Pensiamo al sindacato della classe operaia. Ma se la classe operaia non c’è più. O al sindacato dei commercianti. Ma se i commercianti ormai sono una specie di galassia indefinita. Il vero problema è la categoria intellettuale con cui si fa rappresentanza. Non basta difendere interessi come due ore in meno di orario o un giorno in più di ferie. Sappiamo tutti che ognuno di noi si gioca gli interessi in via personale. Anche alcune volte interessi tipicamente organizzativi e di lavoro. Ma è sull’identità che scatta il sindacato. Sull’identità collettiva. Chi rappresento? Qual è il mio popolo?».

Insomma la ricetta contro la crisi della rappresentanza sindacale consiste nel ritorno allo spirito originario?

«Tre anni di buio nella rappresentanza hanno prodotto un cumulo di macerie. Se il sindacato tutto vuole provare a risalire la china, oggi deve ripartire da sé stesso, attraverso un ritorno alle origini. Allo spirito e alla vocazione che lo hanno fatto nascere. Il sindacato deve reagire e deve farlo adesso, senza vittimismi. Perché, se è vero che la responsabilità politica nella crisi dei cosiddetti ‘corpi sociali’ c’è tutta e sta nella ‘disintermediazione’ voluta dal renzismo, il sindacato ha le sue colpe, in primis quella di non essersi saputo evolvere a misura delle mutate esigenze. Non resta dunque che una chance: Recuperare le due impronte originarie. Rappresentare interessi e conservare (e se possibile creare) identità collettive».

La vicenda dei 1700 licenziamenti Almaviva ha rappresentato plasticamente un corto circuito di rappresentanza. I sindacati sembrano non avere più contatti con la base. Come ci siamo arrivati?

«La rappresentanza sindacale ha vissuto tre anni drammatici. Gli anni della ‘disintermediazione’, che è stata la bandiera e lo strumento del governo Renzi. ‘Disintermediare’ significa non avere nessuno tra governo e popolo. In mezzo non devono esserci realtà intermedie: niente partito, niente sindacati e così via. Tutto depotenziato. Questa desertificazione della dimensione intermedia all’inizio del governo Renzi poteva anche avere la sua ragion d’essere perché si veniva da troppi anni di concertazione, di mediazione, di miscuglio tra potere del sindacato, potere di Confindustria e potere dello Stato e di incapacità di definire una linea precisa. La politica sentiva forte l’esigenza di riprendersi il proprio primato e di non essere a rimorchio delle trattative tra enti intermedi. E ha agito cercando di eliminarli».

Aver fiaccato il sindacato è, dunque, una delle cause di fenomeni come quello di Almaviva?

«In parte sì. Negli ultimi mesi, in vista del referendum costituzionale, è sembrato che ci fosse un ritorno al confronto. È sembrato insomma che ci fosse un ritorno. Ma a che cosa? Tutto è desertico. Parlare oggi per Almaviva o per qualsiasi altro caso di un rilancio della concertazione è sbagliato. C’è corsa libera per tutti se tutto è disintermediato. Il governo può fare quello che vuole, ma possono anche l’azienda e il sindacato, fino ai singoli lavoratori. Ecco il corto circuito della rappresentanza».

Non è eccessivo guardare alla disintermediazione come frutto di una precisa volontà politica?  Quali sono le responsabilità del sindacato?

«Negli ultimi tre anni la volontà c’è stata. Ma ha concorso anche un suicidio reale della rappresentanza, che si è tirata fuori. Aveva una grande nostalgia della concertazione e non ha saputo rinnovare sé stessa. Insomma se mi chiede di chi è stata la colpa, diciamo metà e metà».

Il sindacato può tornare ad avere un ruolo o è destinato al declino?

«Come è nato il sindacato a fine Ottocento? È nato per difendere interessi. Il lavoro, l’orario, la sicurezza, il salario. Ma, contemporaneamente, il sindacato organizzava anche una identità. Creava una classe, la classe operaia, che è nata, con la sua ideologia e la sua cultura, esattamente attraverso il sindacato e non dal partito comunista. Ecco da dove bisogna ricominciare. Capire quali sono gli interessi da rappresentare. Dovunque siano, a livello locale o nazionale, bisogna lanciarsi a razzo e spiaccicarsi sul territorio per difendere quegli interessi. Altrimenti si perde ogni capacità di interlocuzione. Al tempo stesso bisogna capire su quali identità si può costruire la mobilitazione di quegli interessi».

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Claudia Marin

A cura di : Claudia Marin

Giornalista professionista del Quotidiano nazionale (Resto delCarlino - Giorno - Nazione), segue i temi del lavoro, della previdenza e del sociale. Già Capo Ufficio Stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Dirigente delle relazioni esterne dell'Inps.

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