E-Book: Le correzioni al Jobs Act operate dal decreto correttivo [E.Massi]

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Il Consiglio dei Ministri ha proceduto, “in articulo mortis” (ossia, nell’ultimo giorno utile per esercitare la delega prevista dalla legge n. 183/2014) nella riunione del 23 settembre 2016, ad approvare, il decreto legislativo contenente disposizioni integrative e correttive di 5 dei 7 decreti che hanno attuato la legge n. 183/2014. Il provvedimento, una volta sottoposto alla firma del Capo dello Stato, andrà in pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore il giorno successivo. La riflessione che segue, che si basa sul testo approvato (suscettibile di qualche piccola modifica), punterà ad esaminare le modifiche che impattano sull’utenza, ma che, per certi versi, sono in gran parte destinati al funzionamento delle strutture come ci dimostrano molte delle disposizioni di correzione dei decreti legislativi n. 149 e n. 150.

Modifiche al decreto legislativo n. 81/2015 (art. 1)

Il Legislatore delegato, tra tutte le tipologie contrattuali e le materie trattate nel precedente provvedimento, è intervenuto soltanto sull’apprendistato di alta formazione e di ricerca e sulle prestazioni di lavoro accessorio, nonché con una norma “di raccordo” concernente i contratti di apprendistato per la qualifica ed il diploma professionale.

Apprendistato per la qualifica ed il diploma professionale

Viene introdotto il comma 2-bis nel “corpus” dell’art. 55: i contratti di apprendistato per la qualifica ed il diploma professionale stipulati ex art. 3 del decreto legislativo n. 167/2011 che siano in corso, possono essere prorogati di un anno, se il giovane non ha raggiunto l’attestato.

Apprendistato di alta formazione e ricerca: due sono le modifiche introdotte con il nuovo articolato.

Esse riguardano l’art. 45. Si interviene sui commi 4 e 5 stabilendo (comma 4) che la regolamentazione e la durata del periodo di apprendistato per attività di ricerca ed alta formazione, per i soli profili che attengono alla formazione, sono rimesse alle Regioni ed alle Provincie Autonome le quali, peraltro, non hanno più l’obbligo di fare accordi con una serie di soggetti (associazioni datoriali e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, Università, Istituti tecnici superiori ed altre istituzioni formative, ecc.), ma debbono soltanto “sentirli”, acquisendo pareri e proposte, all’interno di un iter procedimentale. Con il comma 5 si stabilisce, invece, che, in assenza delle regolamentazioni regionali, l’attivazione dell’apprendistato di alta formazione e di ricerca viene disciplinato dal D.M. “concertato” del Ministro del Lavoro previsto dall’art. 46, comma 1: la norma fa salve le convenzioni in corso stipulate dalle associazioni datoriali con le Università e gli istituti di ricerca, purché il tutto sia ” a costo zero” per la finanza pubblica.

Lavoro accessorio

 Il Legislatore delegato nella opera di rivisitazione è intervenuto soltanto sul comma 3 dell’art. 49, riscrivendolo completamente: viene superata la vecchia comunicazione all’INPS, valida per prestazioni da svolgere in un arco temporale di trenta giorni e viene adottato un nuovo sistema che segue la “falsa riga” della comunicazione anticipata in uso per il lavoro intermittente. I committenti imprenditori non agricoli (la norma esclude da tale onere quelli che non lo sono come, ad esempio, i datori di lavoro domestici, le associazioni, le fondazioni, ecc.) ed i professionisti sono tenuti a comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del Lavoro (nome che assumeranno le Direzioni territoriali del Lavoro per effetto del decreto legislativo n. 149/2015) almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, attraverso sms o posta elettronica (ma il Ministero si riserva di individuare modalità applicative telematiche diverse), dati anagrafici  o codice fiscale del prestatore, luogo e durata della prestazione (intesa come inizio e fine). Il mancato adempimento (il riferimento è al comma 1) viene punito, nel caso in cui ci sia stato rilevato dagli organi di vigilanza, con una sanzione amministrativa compresa tra 400 e 2.400 euro che, non essendo diffidabile, non potrà essere inferiore ad 800 euro.

Per i datori di lavoro agricoli (il limite è per ogni prestatore occupato è non 2.000 ma 7.000 euro) l’obbligo di effettuare le comunicazioni sopra esposte va fatto con le stesse modalità, ma può riguardare prestazioni da svolgersi entro un arco temporale di 3 giorni (il tutto, viene giustificato nella relazione di accompagnamento con la peculiarità delle prestazioni soggette ad eventi meteo e ad altre difficoltà tipiche del mondo agricolo). Per completezza di informazione ricordo che la normativa consente l’utilizzazione nelle attività stagionali di pensionati e di studenti “under 25” iscritti ad un ciclo scolastico o universitari per tutto l’anno o, sempre per tutto l’anno, per tutti i soggetti appena nominati in favore dei piccoli datori agricoli con un reddito annuo non superiore a 7.000 euro. Detto questo si pone, a mio avviso, la necessità di verificare l’agibilità, nel concreto, della nuova sanzione, in rapporto anche all’ipotesi della maxi sanzione per lavoro nero ed alla sospensione dell’attività imprenditoriale che scatta allorquando il numero di dipendenti “sconosciuti agli organismi pubblici” è pari o superiore al 20% del personale trovato al lavoro a seguito di un accesso ispettivo.

La breve riflessione che segue vuol essere soltanto un motivo di riflessione su questa norma: essa, in ogni caso, necessita di urgenti chiarimenti amministrativi da indirizzare, soprattutto, agli organi di vigilanza.

La sanzione da 400 a 2.400 euro va, innanzitutto, correlata con la previsione del comma 1 dell’art. 49 che impone, con modalità diverse, ai committenti imprenditori, professionisti e non imprenditori, di acquistare i voucher numerati e datati, con modalità telematiche: in alcuni casi i buoni possono essere acquistati anche presso le rivendite autorizzate. Quindi, se a seguito di accesso ispettivo venga accertato che il datore di lavoro, pur avendo acquistato i voucher seguendo le modalità sopra indicate, non ha effettuato la comunicazione entro i 60 minuti antecedenti l’inizio della prestazione o l’abbia effettuata in ritardo (ma sempre prima dell’ispezione), scatterà la sanzione che, come detto in precedenza, non è diffidabile e non può essere inferiore ad 800 euro (1/3 del massimo) per ogni lavoratore interessato. Il medesimo ragionamento si può fare nell’ipotesi in cui la comunicazione sia stata fatta per un determinato periodo e questo si sia prolungato oltre il termine fissato.

Se, invece, non c’è stato alcun acquisto di voucher o i buoni stessi non sono più validi, i lavoratori non possono che essere considerati “in nero” cosa che comporta l’applicazione della c.d. “maxi sanzione”.

Andrà, poi, chiarita, in via amministrativa, la questione della eventuale sospensione dell’attività imprenditoriale per superamento del limite previsto dalla norma relativo al personale “in nero” che è quello sconosciuto alla pubblica amministrazione trovato al lavoro: a mio avviso, i prestatori di lavoro accessorio non comunicati in via preventiva al costituendo Ispettorato territoriale del Lavoro, rientrano nella percentuale complessiva del 20%, raggiunta la quale scatta la sospensione prevista dall’art. 14 del decreto legislativo n. 81/2008.

Ricordo, inoltre, come, con nota n. 12695 del 12 luglio 2013, la Direzione Generale per l’Attività Ispettiva, abbia affermato che la mancata remunerazione di giornate, pur in presenza di una comunicazione preventiva agli Istituti (era quella che si faceva al centro di contatto INPS – INAIL) non porta all’applicazione della maxi sanzione ma alla trasformazione del rapporto a tempo indeterminato esclusivamente in relazione a quelle prestazioni rese secondo i canoni della subordinazione.

Il Legislatore delegato ha operato, sotto l’aspetto sanzionatorio (e, presumibilmente, anche per quello relativo alla comunicazione se si sceglierà la strada telematica già percorsa con l’intermittente) una apparente identificazione tra “lavoro a chiamata” e “lavoro accessorio”: la casistica, per , è diversa in quanto nel primo caso ci troviamo di fronte ad una tipologia contrattuale rintracciabile attraverso la comunicazione anticipata di instaurazione del rapporto, nel secondo, invece, l’unica certezza relativa alla attivazione della prestazione sarà rappresentata dalla comunicazione anticipata via sms o posta elettronica entro l’ora antecedente l’inizio della stessa, inviata all’Ispettorato territoriale del Lavoro.

Ci sarà modo e maniera per tornare sull’argomento “voucher” che, possibile in ogni settore produttivo (anche in ambiti ove sarebbe stato opportuno vietarlo come, ad esempio, l’edilizia) si presta a pratiche elusive che, come risultato hanno portato ad un forte ridimensionamento dei contratti a termine nelle attività turistico stagionali. Il fatto che il numero dei voucher cresca ogni anno non è un buon sintomo, proprio perché (e l’attività di vigilanza lo dimostra giornalmente) con il sistema in vigore fino ad oggi l’evasione è stata “a portata di mano”.

Modifiche al decreto legislativo n. 148/2015 (art. 2)

Parecchie sono le novità introdotte e, per certi versi, il Legislatore delegato ha operato cambiamenti sulla base di precise istanze delle parti sociali e degli “addetti ai lavori”. Ma, andiamo con ordine

CIGO: come è noto, l’art. 15, comma 2, prevede che l’istanza di CIGO debba essere presentata entro i 15 giorni successivi all’evento che è stato causa della sospensione o della riduzione di orario. Ebbene, il Legislatore delegato ha precisato che nel caso in cui si sia in presenza di eventi non evitabili (ad esempio, maltempo), viene applicato il termine del mese successivo a quello in cui si è verificato l’evento. Tutto questo faciliterà quei datori di lavoro che, con la precedente norma, dovevano fare più istanze in presenza di eventi atmosferici ripetuti.

Inizio della sospensione per CIGS: mentre il vecchio comma 2 dell’art. 25 stabiliva che la sospensione o la riduzione di orario non potevano iniziare se non “decorsi” 30 giorni dall’istanza, ora si afferma che la stessa inizia entro 30 giorni dalla presentazione della domanda. Tale modifica agevola le parti che possono ben individuare l’inizio della integrazione in un arco temporale meno rigido rispetto al passato.

Contratti di solidarietà da difensivi ad espansivi

Come è noto, i contratti di solidarietà difensivi, riscritti dall’art. 21, comma 5, del decreto legislativo n. 148/2015 trovano la loro “ragion d’essere” nell’obiettivo di prevenire in tutto o in parte licenziamenti collettivi: di qui la riduzione concordata dell’orario di lavoro in una percentuale massima del 60% con punte del 70% per i singoli lavoratori sia pure rapportate all’intera durata dell’intervento integrativo. In tale periodo, come recita anche il D.M. n. 94033 che ha dettato i criteri per la concessione, la procedura di riduzione di personale può sussistere ed anche concludersi, purché i recessi conseguenti siano di “natura non oppositiva” (nella sostanza, recessi collettivi su base volontaria).

Tale breve premessa si è resa necessaria per focalizzare l’attenzione sul fatto che ci si trova di fronte ad una azienda che non si presenta “in buona salute”.

Ebbene, cosa ha previsto l’art. 2, che ha inserito il comma 3-bis nel “corpus” dell’art. 41?

Per tutti i contratti di solidarietà in corso da almeno 12 mesi (la durata massima è, come è noto, di 24) o che, comunque, siano stipulati entro il 31 dicembre 2015 (che, quindi, al momento, potrebbero avere un periodo “trascorso” inferiore all’anno) è prevista la possibilità di trasformarsi in “espansivi” (strumento pochissimo utilizzato dal 1983 e ” riesumato” dall’oblio attraverso l’art. 41 del decreto legislativo n. 148/2015), a condizione che la riduzione complessiva dell’orario non sia superiore a quella già concordata. Qui, l’accordo sindacale che, necessariamente, dovrà essere sottoscritto, dovrà prevedere, per i lavoratori in forza, il “consolidamento” dell’orario frutto della precedente riduzione.

I “vantaggi” per i lavoratori “in forza ” e per i datori di lavoro saranno i seguenti:

  • Trattamento di integrazione salariale pari al 50% della misura della integrazione salariale prevista prima della trasformazione del contratto e fino alla scadenza fissata dall’accordo collettivo. Va ricordato come durante la solidarietà “difensiva” i lavoratori interessati percepiscano l’80% della retribuzione globale perduta nei limiti reddituali previsti dall’art. 3 del decreto legislativo n. 148/2015;
  • Integrazione del datore di lavoro con una somma almeno pari alla misura dell’integrazione originaria, esente sia da IRPEF che da contribuzione;
  • Contribuzione figurativa sulla somma corrisposta dal datore di lavoro;
  • Le quote di accantonamento del TFR relative alla retribuzione persa a seguito della riduzione di orario restano a carico dell’INPS (o della gestione di riferimento), con la sola eccezione di quelle concernenti i lavoratori licenziati per giustificato motivo oggettivo o nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, entro 90 giorni dal termine del periodo di fruizione del trattamento di integrazione salariale, ovvero entro 90 giorni dal termine del periodo di fruizione di un ulteriore trattamento straordinario di integrazione salariale concesso entro 120 giorni dal termine del trattamento precedente;
  • Il contributo addizionale, previsto dall’art. 5 del decreto legislativo n. 148/2015 (9%, 12%, 15%, strettamente correlato al periodo di fruizione all’interno del quinquennio mobile) per ogni lavoratore interessato, viene ridotto del 50%;
  • Il contributo in favore dei datori di lavoro previsto, per le nuove assunzioni, dal comma 1 dell’art. 41 (15%, 10% e 5% della retribuzione lorda prevista dal contratto collettivo applicabile, rispettivamente, ognuno dei primi tre anni) o l’agevolazione contributiva (10% per i lavoratori di età compresa tra i 15 ed i 29 anni) si applicano per il solo periodo compreso tra la data di trasformazione del contratto ed il suo termine di scadenza. Qualora venga applicata la contribuzione del 10% analoga a quella prevista per gli apprendisti, questa non può andare oltre il compimento del ventinovesimo anno di età;
  • Il periodo di solidarietà sopra considerato si computa nella durata massima di 24 mesi (art. 4) e se “goduto” nei primi 24 mesi del quinquennio mobile, viene calcolato per la metà;
  • Non trova applicazione nei confronti dei lavoratori il comma 5 dell’art. 41 che prevede la trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale (non superiore al 50%), con erogazione della contribuzione figurativa per le ore non lavorate, in favore di quei lavoratori a quali manchino non più di 24 mesi per il raggiungimento della pensione di vecchiaia e che hanno maturato i requisiti minimi di contribuzione (di regola, 20 anni).

Ci sarà modo e maniera per tornare su questo argomento che appare di difficile utilizzazione, per una serie di motivi, su larga scala.

Misure relative ad accordi conclusi prima in sede governativa entro il 31 luglio 2015

L’art. 42 del decreto legislativo n. 148/2015 contiene una serie di disposizioni relative a trattamenti di integrazione salariale susseguenti ad accordi già stipulati prima dell’entrata in vigore delle nuove norme: ebbene, il Legislatore delegato prevede una ulteriore ipotesi che fa riferimento a situazioni già concretizzatasi.

Infatti si parla di accordi sottoscritti in sede governativa entro il 31 luglio 2015 per imprese di rilevante interesse strategico per l’economia nazionale, con ricadute occupazionali di grossa rilevanza e tali da condizionare lo sviluppo economico del territorio. Ebbene, se il piano industriale ha previsto il ricorso al contratto di solidarietà, può essere concessa, a domanda, una riduzione della contribuzione (c’è un richiamo all’art. 6, comma 4, della legge n. 608/1996) per una durata che non può essere superiore a 24 mesi e che viene stabilita dalla commissione di quattro membri istituita presso la Presidenza del Consiglio, composta da un rappresentante della stessa, del Ministero del Lavoro, dello Sviluppo Economico e dell’Economia. Queste aziende, a fronte di una riduzione di orario che supera la misura del 20%, fruiscono di uno “sconto contributivo” pari al 35% della contribuzione a loro carico per le ore effettivamente lavorate. La copertura finanziaria esplica i propri effetti sugli anni 2017 e 2018: essa è pari, rispettivamente, a 90 ed a 100 milioni di euro. La norma richiamata (l’art. 6, comma 4, della legge n. 608/1996) postula il riferimento ad un decreto ministeriale il n. 17981 del 14 settembre 2015 che prevede quale condizione per l’accesso ai benefici l’obbligo di prevedere un miglioramento della produttività di entità analoga al beneficio contributivo: ebbene, nel caso di specie (è questa la novità) ci non viene richiesto.

NASPI per i lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali

Con i commi 4-bis, 4-ter e 4-quater vengono stanziati 135 milioni di euro per gli anni 2016-2017 in favore dei lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali che hanno lavorato almeno 3 anni su 4 usufruendo di 6 mesi di ASPI o di NASPI. Il trattamento di disoccupazione “gode” di una mensilità aggiuntiva fino ad un massimo di 4 mesi.

Cassa integrazione o mobilità in deroga

Il nuovo comma 6-bis dell’art. 44 consente alle Regioni ed alle Provincie Autonome di utilizzare fino al 50% (prima era 5%) delle risorse assegnate per CIG e mobilità in deroga. Con tale misura la copertura degli ammortizzatori in deroga potrà arrivare a 4 mesi e mezzo nel corso del 2016.

Lavoratori ed imprese situati in “aree complesse”

Viene introdotto il comma 11-bis all’interno dell’art. 44. Per i lavoratori delle c.d. “aree complesse” il trattamento di Cigs, una volta raggiunti i limiti massimi tra il 1 luglio ed il 31 dicembre 2016, può essere prorogato per un massimo di 12 mesi a condizione che le imprese dalle quali dipendono, presentino piani di recupero occupazionale, con percorsi di politiche attive, concordati con le Regioni e finalizzati alla ricollocazione del personale. L’accordo va stipulato presso il Ministero del Lavoro alla presenza di un funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico. La copertura economica per il 2016 è pari a 216 milioni di euro.

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Modifiche al decreto legislativo n. 149/2015 (art. 3)

Le modifiche introdotte sono, sostanzialmente, due.

Con la prima si precisa quale deve essere l’ubicazione della sede nazionale dell’Ispettorato del Lavoro che, in periferia, si articola con un massimo di 80 uffici. La sede deve essere in un palazzo demaniale, o degli istituti previdenziali o già in uso del Ministero del Lavoro: attualmente, essa si trova in Roma, via Fornovo 8, 00192, in un locale già utilizzato dal Dicastero del Welfare.

Con la seconda, intervenendo sull’art. 2 alle lettere a) ed e) del comma 2, si afferma che le direttive del Ministro sulla vigilanza ispettiva, riguarderanno anche il lavoro accessorio e che l’attività promozionale la quale, postulata dall’art. 8 del decreto legislativo n. 124/2004, riguarderà anche il possibile uso non corretto dei tirocini.

Se un giudizio si può  fornire su questi due ultimi chiarimenti normativi posso affermare che gli stessi mi sembrano alquanto superflui atteso che le direttive del Ministro sulla vigilanza possono riguardare, anche senza precisazioni di natura legale, il lavoro accessorio che rientra, a pieno titolo, nell’attività di controllo degli ispettori del lavoro, mentre per quel che riguarda l’attività promozionale ex art. 8 del decreto legislativo n.124/2004 ogni dirigente di struttura ben sa valutare su quali istituti effettuare incontri con parti sociali, datori di lavoro ed enti finalizzati al contrasto del lavoro sommerso ed irregolare all’interno del quale gran parte è rappresentata dall’uso distorto dei tirocini.

Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo n. 150/2016 (art. 4)

Le disposizioni che sono state corrette rispetto al testo originario sono parecchie e riguardano sia l’aspetto organizzativo interno dell’ANPAL che altre questioni attinenti l’attività esterna della stessa ed i riflessi sull’utenza. Anche in questo caso occorre procedere con ordine.

Il primo correttivo riguarda alcuni dei soggetti che fanno parte della rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro: l’art. 1, comma 2, lettera e) specifica che oltre alle Agenzie del Lavoro ne fanno parte anche i soggetti autorizzati all’attività di intermediazione e quelli accreditati secondo le previsioni degli articoli 6 e 12 del decreto legislativo n. 276/2003.

Il secondo concerne il concetto di offerta congrua la cui definizione rientra tra le competenze del Dicastero del Lavoro: essa, recita il nuovo comma 3, lettera a) dell’art. 3 va definita nel rispetto dei principi fissati nel successivo art. 25.

Con la modifica introdotta nel quarto periodo del comma 9 dell’art. 4 si stabilisce che ai dipendenti ex ISFOL transitati nell’organico nell’ANPAL continua ad applicarsi il contratto collettivo di provenienza.Il comma 4-bis dell’art. 5, nell’ambito della disciplina delle risorse finanziarie dell’ANPAL, prevede specifici compiti di verifica sui fondi di rotazione e la prossima emanazione di un decreto ministeriale sulla materia.

Altre modifiche riguardano le funzioni ed i compiti dell’ANPAL: si tratta di misure di “aggiustamento” all’interno dell’art. 9. Al comma 1 lettera a) le parole “dei servizi per il lavoro” sono sostituite da “dei servizi e delle misure di politica attiva del lavoro di cui all’art. 18”. Viene poi introdotta una nuova lettera la q-bis) che assegna all’ANPAL, nel rispetto delle competenze delle Regioni e delle Provincie Autonome, il coordinamento dei programmi formativi per i là datori disoccupati, in cerca di occupazione e per l’auto impiego.

Con il comma 3-bis dell’art. 10 si stabilisce che, a partire dal 1 dicembre 2016, l’ISFOL cambi nome in Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e tutte le disposizioni normative che richiamano l’ISFOL si intendono riferite all’INAPP.

L’art. 13 concerne il sistema informativo unitario delle politiche del lavoro. Qui, una prima modifica riguarda il comma 1 ove, tra i soggetti “cooperanti” è inserito anche il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca. Particolarmente importante è il nuovo comma 2-bis: nel sistema informativo delle politiche del lavoro confluiscono i dati relativi alle schede tecnico professionali dei lavoratori in possesso delle Regioni e delle Provincie autonome e, sulla base di convenzioni, senza alcun onere per la finanza pubblica, i dati reddituali scaturenti dai modelli 730, 770 e dalle altre documentazioni fiscali come le certificazioni uniche dei sostituti d’imposta, i redditi catastali e di pubblicità immobiliare ed i dati risultanti dall’anagrafe degli studenti universitari.

L’art. 14 tratta l’argomento relativo al fascicolo elettronico del lavoratore ed al coordinamento dei sistemi informativi. Le modifiche riguardano i componenti del comitato istituito presso il Ministero del Lavoro il cui compito è quello di garantire la interconnessione sistematica delle banche dati dei vari soggetti (Ministero Lavoro, ANPAL, INPS, INAIL, ISFOL): nel comitato entra il presidente dell’Istat o un suo delegato e, inoltre, è stata prevista la possibilità che il presidente dell’ISFOL sia sostituito da un proprio delegato.

L’art. 19 che tratta lo stato di disoccupazione è rimasto, nella sostanza, uguale: l’unica novità riguarda il comma 1 ove la parola “lavoratori” è stata sostituita da “soggetti”.

L’art. 21 disciplina il rafforzamento dei meccanismi di condizionalità e livelli essenziali delle prestazioni lavorative ai beneficiari di strumenti di sostegno al reddito. Qui le modifiche del comma 1 sono, puramente, terminologiche in quanto le ultime 3 parole ” delle politiche attive” sono sostituite da “delle politiche del lavoro”. Altre modifiche, più importanti, riguardano il comma 7 ove allorquando si parla delle conseguenze legate alla mancata partecipazione senza giustificato motivo, alle iniziative di orientamento vengono inseriti, con il richiamo all’art. 26, anche i soggetti chiamati a svolgere lavori di pubblica utilità in quanto destinatari di strumenti di sostegno del reddito. L’altra modifica riguarda la lettera d) del comma 7: il concetto è rimasto lo stesso ma l’articolo richiamato non è più il 20, comma 3, lettera c), ma il 25 (decadenza dalla prestazione e dallo stato di disoccupazione).

L’art. 23 tratta del l’assegno di ricollocazione: l’unica novità riguarda la lettera d) del comma 5 ove per “offerta congrua” si afferma che occorre riferirsi all’art. 25.

Anche l’art. 32 che tratta la materia degli incentivi in favore dei contratti di apprendistato per la qualifica, il diploma ed il certificato di specializzazione tecnica superiore e di alta formazione e ricerca ha subito qualche modifica nel senso che, dalla rubrica le parole “di alta formazione e ricerca” sono state cancellate. Viene, altresì, riscritto il comma 3 che riguarda il finanziamento il quale, per, appare, sostanzialmente, uguale con alcune puntualizzazioni.

L’art. 33 riguarda i centri per l’impiego, gli importi correlati al funzionamento ed alla garanzia dei servizi essenziali pari a 50 milioni di euro per il 2016 viene incrementato di 30 milioni di euro. L’ultima novità riguarda i fondi interprofessionali: il nuovo comma 2 dell’art. 118 della legge n. 388/2000 afferma che la vigilanza sugli stessi è esercito dall’ANPAL che ne riferisce gli esiti al Ministero del Lavoro anche per determinazioni che si dovessero prendere in materia di scioglimento o di commissariamento.

Modifiche al decreto legislativo n. 151/2015 (art. 5)

Il Legislatore delegato ha “toccato” il vecchio testo su tre questioni che riguardano la legge n. 68/1999 sul diritto al lavoro dei disabili, l’art. 4, comma 1, sulla competenza al rilascio delle autorizzazioni per la video sorveglianza e per L dimissioni telematiche.

Modifiche alla normativa sul collocamento dei disabili

La legge n. 68/1999 era già stata sottoposta “a tagliando” attraverso il decreto legislativo n. 151/2015: ora, il Legislatore delegato effettua alcune piccole correzioni che possono così sintetizzarsi:

  • Sono computabili tra il personale disabile i lavoratori, assunti non per il tramite del collocamento obbligatorio, che presentino una capacità lavorativa ridotta pari o superiore al 60% (la disposizione attualmente in vigore parla soltanto di “superiore”). Qui il cambiamento normativo si giustifica con una completa equiparazione con la previsione del comma 4 dell’art. 4 in base alla quale risultano computabili i soggetti divenuti disabili, per infortunio o malattia, con una percentuale pari o superiore al 60% durante il rapporto di lavoro, fatto salvo il caso in cui la inabilità derivi da un inadempimento del datore di lavoro rispetto alle norme in materia di sicurezza;
  • La sanzione prevista dall’art. 15 (la norma originaria parla ancora di 100.000 lire, pur essendo già stata convertita in euro ed adeguata) per ogni giorno di scopertura dal momento in cui scatta l’obbligo di assunzione, è pari a 5 volte 30,64 euro (il riferimento è’ l’importo del contributo esonerativo ex art. 5, comma 3 – bis), ossia 153,20 euro. Essa è diffidabile ex art. 13 del decreto legislativo n. 124/2004, e postula, la presentazione agli uffici competenti della richiesta di assunzione o la stipula del contratto di lavoro con la persona disabile avviata al lavoro;
  • Gli importi delle sanzioni amministrative previste dal comma 1 dell’art. 15, sono adeguate con cadenza quinquennale attraverso un decreto del Ministro del Lavoro.

Installazione impianti audiovisivi

L’unica novità prospettata riguarda la riscrittura del terzo periodo del comma 1 dell’art. 4 della legge n. 300/1970. In caso di mancato accordo con le organizzazioni sindacali interne l’autorizzazione preventiva alla installazione di telecamere o altri dispositivi di cui parla il comma 1 (e per le motivazioni ivi riportate che fanno riferimento alle esigenze tecnico – produttive, alla sicurezza sul lavoro ed alla tutela del patrimonio aziendale) viene rilasciata dall’Ispettorato territoriale del Lavoro (prossimo erede della Direzione territoriale del lavoro) e, qualora riguardi sedi ubicate in territori diversi, dalla sede centrale dell’Ispettorato nazionale (e non più dal Ministero del Lavoro attraverso la Direzione Generale per le Relazioni Industriali). I provvedimenti hanno natura definitiva e, in un certo senso, viene meno l’interpretazione adottata dal Ministero del Lavoro n. 20647 del 12 novembre 2015, ove la ricorribilità si desumeva dalle regole generali ex art. 1, comma 3, del DPR n. 1199/1971. Ovviamente, la natura definitiva non esclude, in alcun modo, il gravame giudiziario.

In ogni caso va sottolineato un elemento di riflessione che è valido nel caso di specie ma che occorrerà tenere presente, in futuro, per i provvedimenti emanati dal “costituendo” Ispettorato nazionale del Lavoro: il rapporto con il Ministero non è gerarchico (cosa che avrebbe giustificato la ricorribilità amministrativa) ma di vigilanza.

Procedura delle dimissioni

È questo, forse, l’argomento più deludente trattato, stando almeno alle attese degli addetti ai lavori.

La prima novità (art. 26, comma 8-bis) riguarda l’esclusione del personale delle Amministrazioni Pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165/2001, dalla procedura on-line prevista dall’art. 26 del decreto legislativo n. 151/2001 e dal modello approvato con il D.M. 15 dicembre 2015. Tale esclusione era già stata prevista, in via amministrativa, dalla circolare n. 12 del 4 marzo 2016.

La seconda novità (inserita all’interno del comma 4 dell’art. 26) concerne i soggetti che possono effettuare la procedura delle dimissioni telematiche per il lavoratore nel caso in cui lo stesso, senza possedere il PIN INPS, le fornisca con il supporto di altre persone od enti accreditati (organizzazioni sindacali, commissioni di certificazione,  Enti bilaterali) : il Legislatore delegato ha aggiunto nell’elenco i consulenti del lavoro (sembra, direttamente, e non attraverso gli organismi provinciali) e gli Ispettorati territoriali del Lavoro. Per quel che riguarda i primi si ha motivo di ritenere che non ci rientrino i professionisti abilitati ex legge n. 12/1979 (il Ministero del Lavoro fu di questa tesi con la circolare n. 3/2013 per il tentativo obbligatorio di conciliazione ex art. 7 della legge n. 604/1966), mentre per i secondi, non si fa altro che “sanare” un indirizzo amministrativo ove la competenza era riconosciuta attraverso un iter un po’ contorto che faceva discendere la stessa da una delega del Dirigente, in quanto presidente della Commissione di certificazione. Sicuramente, a breve, il Dicastero del Lavoro fornirà ai consulenti del lavoro le credenziali per operare (gli Ispettorati che nella forma attuale sono ancora Direzioni del Lavoro, già le posseggono).

Nulla dice il testo governativo su un problema, sollevato da più parti, circa l’ipotesi in cui il lavoratore non rassegni le dimissioni secondo la procedura e rimanga, nella sostanza, inerte. Ci  appare una dimenticanza grave, vuoi per i problemi evidenziati più volte dagli operatori e disattesi (procedura di contestazione, licenziamento, pagamento dell’indennità di preavviso e del contributo di ingresso alla NASPI) e vuoi anche per quanto affermato nelle premesse al decreto ove si afferma “visto l’art. 1, comma 6, lettera g), della legge n. 183/2014…..tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore o della lavoratrice”.  E non è che questo risultato si ottiene aggiungendo i consulenti del lavoro ed i funzionari dell’Ispettorato territoriale del Lavoro tra i soggetti che possono compilare il modello delle dimissioni “in affiancamento” del lavoratore, in quanto il problema esiste allorquando l’interessato si allontana dal posto di lavoro non rassegnando le dimissioni nell’unico modo legale previsto, ossia attraverso la procedura telematica.

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Eufranio Massi

A cura di : Eufranio Massi

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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2 thoughts on “E-Book: Le correzioni al Jobs Act operate dal decreto correttivo [E.Massi]

  1. Simone Emili

    Il nuovo termine per richieste di CIGO dovute a eventi non evitabili (es. pioggia) è già pienamente operativo, giusto? Quindi, per una sospensione per pioggia avvenuta martedì 11 ottobre io ho tempo di chiedere la CIGO fino al 30 novembre, e non occorre attendere circolari applicative. E’ corretto? So che dovrebbe essere una domanda ovvia e inutile, ma di questi tempi preferisco non dare niente per scontato….

    • Simone Emili

      Anche perchè, a dire il vero, la questione non è poi così banale. Ad esempio, come si determina “il mese successivo a quello in cui si è verificato l’evento” in caso di settimana a cavaliere del mese? Si prende semplicemente il giorno della settimana in cui è avvenuto, o il riferimento è il sabato, come una volta? Oppure il lunedì, visto che la circolare 197/2015 ha deciso di calcolare i 15 giorni dal lunedì della settimana in cui è avvenuto l’evento? E se in una settimana ci sono stati più giorni di pioggia, come ci si regola? Non vorrei che anche per questa norma fosse consigliabile attendere una circolare prima di poterla applicare….
      Saluti
      Simone

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