Procedure di riduzione di personale: cosa resta e cosa cambia dal 2017 [E.Massi]

Coloro che operano sulla materia delle crisi aziendali sanno perfettamente che con il prossimo 1° gennaio una serie di disposizioni contenute nell’art. 2, comma 71, della legge n. 92/2012 andranno “in soffitta”: ci si riferisce, innanzitutto, a tutte quelle norme che regolano l’accesso alle liste di mobilità per i lavoratori licenziati al termine di una procedura collettiva di riduzione di personale, la fruizione dei trattamenti economici durante la permanenza nelle stesse, le agevolazioni di natura economica e contributiva (e, per certi versi, normativa se si pensa ai contratti a tempo determinato) in favore dei datori di lavoro che assumono, senza esservi tenuti, soggetti  iscritti nelle liste. Spariranno, dal nostro ordinamento, articoli che ci hanno accompagnato per un quarto di secolo, ossia quelli compresi da 6 a 9, il 16 (commi da 1 a 3) ed il 25, comma 9, della legge n. 223/1991 e che, è opportuno sottolinearlo, hanno, da un lato, attenuato l’impatto con lo stato di disoccupazione dei soggetti espulsi dai processi produttivi e, dall’altro, hanno consentito una ricollocazione incentivata che li ha accompagnati nelle nuove esperienze lavorative.

Le domande che si pongono, ora, sono, sostanzialmente, due: cosa resta e cosa cambia nella procedura collettiva di riduzione di personale la quale, per effetto di quanto affermato dal comma 72, non si chiama più (da luglio del 2012) procedura di mobilità e la dizione “collocati in mobilità” è stata sostituita da “licenziati”?

Se ci riferisce all’iter procedimentale nulla cambia. Lettera di apertura della procedura, esame congiunto, tempi dell’iter “cadenzati”, contenuto dell’accordo, verbale di esaurimento della procedura, individuazione dei criteri di scelta, forma scritta del recesso, preavviso, impugnativa dei licenziamenti per violazione dei criteri di scelta (con una duplice normativa applicativa ai fini delle conseguenze correlate ad una errata applicazione che, per i lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015 è regolamentata dall’art. 10 del D.L.vo n. 23/2015), non hanno subito alcuna modifica.

C’è, però, ad avviso di chi scrive, una grossa novità che, a partire dal 1° gennaio 2017, salvo modifiche normative dell’ultimo momento, troverà applicazione: non dovrà più essere pagato all’INPS il c.d. “contributo di ingresso alla mobilità”, sia nella forma dell’anticipo (somma pari ad una mensilità del trattamento di integrazione salariale moltiplicato per il numero dei lavoratori ritenuti eccedenti – art. 4, comma 3 -) che, in quella del conguaglio (da tre a nove mensilità a seconda delle ipotesi, per il numero dei lavoratori licenziati, come previsto dall’art. 5, comma 4). Di conseguenza (comma 4), non c’è più l’obbligo dell’invio in copia del versamento contestualmente alla lettera di apertura della procedura, alla Direzione territoriale del Lavoro (“rectius”, all’ Ispettorato territoriale del Lavoro, secondo le novità introdotte con il D.L. vo n. 149/2015).

La ragione di ciò appare evidente: non ci sono più le liste di mobilità da concorrere a finanziare e il datore di lavoro procederà per ogni lavoratore a tempo indeterminato nei confronti del quale sarà stato attuato il recesso, al “pagamento” del contributo di ingresso alla NASPI che è rapportato all’anzianità aziendale e che, al massimo (valore 2016), nei limiti dei trentasei mesi, è pari a 1469,85 euro (40,83 euro al mese). Il lavoratore non percepirà più l’indennità di mobilità, la cui durata è legata all’anzianità anagrafica ed alla ubicazione geografica (tra l’altro, progressivamente ridotte nel periodo tra il 2013 ed il 2016), ma potrà usufruire, per due anni, dell’indennità di NASPI il cui valore è determinato da una formula che prevede un calcolo che tiene conto della contribuzione dell’ultimo quadriennio che, all’interno di un tetto massimo stabilito dalla D.L.vo n. 22/2015, cala del 3% per ogni mese successivo al terzo, e che è “condizionata” ( art. 7 del D.L.vo n. 22/2015) alla partecipazione alle iniziative di politica attiva del lavoro proposte dall’ANPAL attraverso le articolazioni dei servizi per l’impiego.

Altra grossa novità riguarda il contenuto del comma 9 dell’art. 4 (non abrogato nella parte in cui richiama la collocazione in mobilità). Il Legislatore dopo aver affermato che il recesso va formulato per iscritto (il mancato rispetto viene sanzionato con la reintegra anche per gli assunti in vigenza del D.L.vo n. 23/2015) e che va riconosciuto il preavviso, afferma che il datore di lavoro “entro sette giorni dalla comunicazione dei recessi deve comunicare per iscritto” alla Direzione regionale competente (ora Ufficio della Regione), alla Commissione regionale per l’impiego (che non c’è più, sostituita, nel tempo, dalla Commissione regionale tripartita) ed alle associazioni di categoria destinatarie della lettera con cui si è aperta la procedura, l’elenco dei lavoratori “collocati in mobilità, con l’indicazione per ciascun soggetto del nominativo, del luogo di residenza, della qualifica, del livello di inquadramento, dell’età, del carico di famiglia, nonché della puntuale indicazione dei criteri di scelta di cui all’art. 5, comma 1”. Il successivo comma 12 (/anch’esso non abrogato) afferma che le comunicazioni sono prive di efficacia senza l’osservanza della forma scritta e senza aver seguito le procedure previste dall’art. 4.

Cerchiamo, ora, di chiarire la questione.

In passato, quando, addirittura, la comunicazione agli organi amministrativi era contestuale e non entro sette giorni (cosa avvenuta con la legge n. 92/2012), la Cassazione aveva parlato di inefficacia dei licenziamenti, soprattutto in relazione alla “puntualità” dei criteri di scelta che debbono rendere trasparenti le scelte del datore di lavoro, pur se, in altre situazioni, con riferimento alla mancata od incompleta comunicazione per iscritto agli Uffici competenti ed alle associazioni sindacali, i giudici (Cass. n. 3610/1998; Cass. n. 10187/1996;) avevano parlato non di “inefficacia dei recessi” ma di “risarcimento del danno” per il mancato godimento dei benefici derivanti dalla iscrizione nelle liste di mobilità.

Le norme di cui stiamo parlando non sono state abrogate ma, ad avviso di chi scrive, sono strettamente correlate alla iscrizione nelle liste di mobilità che non c’è più. In attesa di chiarimenti, se non normativi (cosa opportuna), quantomeno amministrativi (Ministero del Lavoro), si potrebbe sostenere che dal 1° gennaio 2017 la comunicazione all’Ufficio della Regione (che valuta i requisiti per l’iscrizione nelle liste di mobilità) ed alla Commissione Regionale tripartita (che delibera l’inserimento nelle liste) non sono più dovute, essendo venute meno le ragioni, mentre quella alle associazioni di categoria che sono state interessate alla procedura potrebbe restare, atteso che lo scopo principale sarebbe quello di consentire il vaglio della correttezza dei criteri seguiti nel licenziamento e che, magari, sono frutto di accordo (in alternativa, essi sono quelli legali, in concorso tra loro, stabiliti dall’art. 5, comma 1). Un chiarimento, si ripete, appare opportuno per non “sommergere” gli Uffici della Regione con meri adempimenti burocratici che non servono più per il fine per il quale sono stati pensati.

Detto questo, si pone una questione non secondaria correlata sia alla data del 31 dicembre 2016 (ultimo giorno utile per l’iscrizione nelle liste di mobilità) che al termine di una procedura collettiva in corso o da attivare: si ritiene che, alfine di assicurare, comunque, l’iscrizione nelle liste di mobilità, si debba concludere l’iter, al massimo, entro il 20 dicembre 2016, per consentire l’espletamento degli adempimenti conseguenti (comunicazione entro i sette giorni successivi e iscrizione nelle liste).

L’iscrizione dei lavoratori licenziati nelle liste di mobilità, avvenuta entro il 2016, consentirà agli stessi di fruire del trattamento fino alla scadenza, ma non consentirà ai datori di lavoro che lo volessero, di assumerli, a partire dal prossimo 1° gennaio, con le agevolazioni previste, rispettivamente dagli articoli 8, comma 2 (contratto a tempo determinato per un massimo di 12 mesi) e articoli 8, comma 4, e 25, comma 9 (contratto a tempo indeterminato), in quanto tali disposizioni sono abrogate. Ovviamente, così come stabilito per i benefici dell’art. 8, comma 9, della legge n. 407/1990 abrogata dal 1° gennaio 2015, essi continueranno ad essere riconosciuti a chi, prima della scadenza, ha attivato un contratto a termine (che, però non potrà essere trasformato, con gli incentivi, se ciò avverrà dopo il 31 dicembre) o un contratto a tempo indeterminato. Parimenti, non saranno riconoscibili le agevolazioni previste per l’assunzione di lavoratori in mobilità con contratto di apprendistato professionalizzante, senza limiti di età, per una qualificazione o riqualificazione professionale dall’art. 47, comma 4, del D.L. vo n. 81/2015, in quanto si fa, espressamente, riferimento agli articoli 8, comma 4 e 25, comma 9, abrogati.

La cancellazione dell’art. 7 della legge n. 223/1991, al quale è “legato” il D.M. n. 143 del 17 del 17 febbraio 1993 che aveva ne definito le modalità applicative farà venir meno la possibilità, a partire dal 2017, di percepire l’indennità di mobilità residua in un’unica soluzione: altre conseguenze correlate alla fine delle liste di mobilità sono le abrogazioni degli articoli 6 (che dettava i compiti alla Commissione Regionale tripartita) e 9 (che definiva i criteri per la cancellazione dei lavoratori dalle liste di mobilità).

Il Legislatore del 2012 ha proceduto anche alla abrogazione, dal prossimo 1° gennaio, dei commi da 1 a 3 dell’art. 16: ciò significa che:

  • i lavoratori licenziati da imprese diverse da quelle edili, rientranti nel campo di applicazione della CIGS, con una anzianità aziendale di almeno dodici mesi, di cui sei di lavoro effettivamente prestato, con un rapporto di lavoro a carattere continuativo, non hanno diritto a percepire l’indennità di mobilità (concetto sul quale ci si è già soffermati);
  • il versamento di un contributo dello 0,30% sulle retribuzioni assoggettate al contributo integrativo per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione viene meno (anche se su questo argomento sono in corso incontri tra le parti sociali ed il Governo) come viene meno il contributo specifico per la mobilità, correlato al numero dei lavoratori licenziati ed al numero delle mensilità (variabile a seconda che la procedura si sia o meno conclusa con un accordo);
  • la corresponsione ai giornalisti dell’indennità di mobilità attraverso l’INPGI viene meno come vengono meno in favore di tale Istituto i contributi evidenziati sub b).

 

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Eufranio Massi

A cura di : Eufranio Massi

E' stato per 40 anni dipendente del Ministero del Lavoro. Ha diretto, in qualità di Dirigente, le strutture di Parma, Latina, i Servizi Ispettivi centrali, Modena, Verona, Padova e Piacenza. Collabora, da sempre, con riviste specializzate e siti web sul tema lavoro tra cui Generazione vincente blog.

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